venerdì, Aprile 3

Il Dragone divora l'Africa tronco dopo tronco L'appetito cinese per il legno mette a rischio le risorse boschive del Continente

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Nel giro di 15 anni, il Mozambico potrebbe esaurire le sue scorte commerciali di legname con la complicità della Cina. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’organizzazione non profit EIA (Environmental Investigation Agency) ‘First Class Connections‘, effettuato sulla base di analisi condotte tra la metà del 2013 e il 2014. Confrontando i numeri ufficiali del raccolto di legname mozambicano con le importazioni globali, l’EIA ha stabilito che il il 93% delle risorse forestali del Paese africano sono state prelevate illegalmente a causa della «cattiva applicazione della legge, della corruzione endemica, dei finanziamenti statali insufficienti e di una leadership incompetente».

L’opacità mantenuta dal Governo di Maputo richiede un’attenta interpretazione dei dati per portare a galla quanto gli archivi amministrativi non dicono. Nel 2013 la Cina ha registrato l’importazioni di 516mila metri cubi di legname dal Mozambico, contro i soli 281mila metri cubi esportati ufficialmente dal Paese dell’Africa Orientale. Lo stesso anno, Maputo ha riportato 66000 metri cubi di legname legalmente raccolto, molto meno di quanto le autorità hanno affermato di aver autorizzato all’esportazione; fattore dal quale si può dedurre che la maggior parte di quanto va a finire oltre la Muraglia deriva da attività illecite. Secondo le stime dell’EIA, lo scorso anno, quando il Mozambico è diventato il principale fornitore di legname della Repubblica popolare, il 46% dei 516.296 metri cubi importati dal gigante asiatico è stato fatto uscire dal Paese clandestinamente attraverso società quali la Fan Shi Timber, con base nel Fujian, e la Shanghai Senlian Timber Industrial Development Co. Stando a quanto rilevato da un’indagine indipendente del Center for International Forestry Reserach, «praticamente nessuna società mozambicana è impegnata nell’export di legname. Il commercio internazionale del legname del Mozambico è gestito principalmente da aziende cinesi che lo esportano per il mercato cinese».

Già in passato Ong quali WWF e Global Witness hanno puntato il dito contro il Dragone denunciando l’esistenza di un network illegale che da Africa, Birmania e Russia raggiunge i porti dell’ex Celeste Impero. Non sorprende che per un Paese povero come il Mozambico le risorse boschive vengano considerate una fonte di facile guadagno -si legge nel report EIA-, ma il disboscamento illegale e il contrabbando verso la Cina «hanno raggiunto livelli insostenibili, nonostante i funzionari mozambicani continuino ad affermare il contrario». Il Mozambico è tra le Nazioni più arretrate al mondo, preceduto in termini di sottosviluppo soltanto dal Niger e dalla Repubblica democratica del Congo, secondo il Human Development Report 2013 delle Nazioni Unite. L’EIA stima che le attività ‘sommerse’ siano già costate a Maputo 146 milioni di dollari di perdite in potenziali tasse su esportazioni ed esplorazioni. Una somma che avrebbe potuto coprire due volte il budget statale destinato ai programmi per la lotta alla povertà e 30 anni quello per l’applicazione del Mozambique’s National Forest Program.

Non solo. «La Cina vuole legname il più possibile grezzo e si rifiuta di investire nella produzione locale», spiega Jago Wadley, attivista dell’EIA, facendo eco a quanti bollano la presenza cinese in Africa come ‘neocolonialismo’. Da quando nel 1998 Pechino ha vietato il disboscamento delle foreste di proprietà statale per contenere il problema inondazioni che affligge le province meridionali nei mesi estivi, le risorse nazionali sono in grado di coprire soltanto il 40% della domanda interna di legno. Di conseguenza, con le sue risorse naturali, il Continente Nero è diventato sempre più terra di conquista cinese. Qui il Dragone ha trovato terreno permeabile alla corruzione e una popolazione locale bisognosa di liquidità. 

E’ così che tra marzo e maggio, i mesi caldi della raccolta degli anacardi, i camion che sfrecciano lungo le strade della Guinea-Bissau non contengono più i piccoli frutti orgoglio dell’export guineense, ma tronchi di palissandro destinati a prendere il largo verso l’Asia. «Di questo passo rischiamo di non avere più [palissandro]negli anni a venire», racconta al ‘Guardian’ Abilio Rachid Said dell’Institute of Biodiversity and Protect Areas.

La Cina guarda con interesse al pregiato legno rosso per la produzione degli hongmu, pezzi di lusso che richiamano i mobili della dinastia Qing. Indagini dell’Environmental Investigation Agency evidenziano che la moda cinese per il palissandro ha fatto schizzare il fenomeno della raccolta illegale di legname anche in altre parti del mondo. Dopo il colpo di Stato dell’aprile 2012 e il deteriorarsi della situazione politica nel Paese africano, il mercato nero del legname e la deforestazione selvaggia hanno raggiunto un nuovo picco. «La raccolta illegale di legname c’è sempre stata. La differenza è che adesso è molto più aggressiva», scandisce Fodé Mané, Presidente di Human Rights Network in Guinea-Bissau. Ormai chiunque possieda una sega può ottenere una licenza senza dover rispettare particolare requisiti e con la connivenza dei militari che hanno a lungo dominato la vita politica del Paese.

Considerato che la foresta costituisce la principale fonte di sostentamento alimentare della popolazione guineense, il disboscamento selvaggio sta inghiottendo a poco a poco l’habitat naturale delle risorse proteiche locali. Chi, indignato dallo scempio, ha provato a protestare è stato travolto da intimidazioni e minacce. Altri hanno volontariamente ceduto alle lusinghe economiche. Per poter accedere ai boschi, i taglialegna normalmente ricompensano i locali con 500 dollari, mentre i giovani guineensi vengono pagati 2-6 dollari per tagliare un albero. Nel 2013, un chilo di anacardi stava appena sui 2 centesimi di dollaro. E mentre i prezzi continuano ad affondare trascinati giù dal calo della domanda, gli esperti denunciano l’assenza dello Stato e delle norme sulla conservazione forestale. La fine di due anni di transizione politica e l’instaurazione di un Governo ‘civile’ dovrebbero portare stabilità e speranze. Proprio di recente il Consiglio dei Ministri ha annunciato la sospensione temporanea delle esportazioni di legname per tentare di rilanciare quella degli anacardi, nella produzione dei quali è coinvolto l’80% della popolazione locale.

 

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