sabato, Aprile 4

Il disgelo tra Uganda e Rwanda sbloccherà la crisi in Burundi? La ripresa del dialogo tra Kampala e Kigali ha dirette ripercussioni sul Burundi. Se il disgelo dovesse continuare, Pierre Nkurunziza sarebbe privato di un fondamentale alleato

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La scorsa settimana è stata molto proficua per il rafforzamento della pace e della integrazione socioeconomica della Regione dei Grandi Laghi. I rispettivi governi di Uganda e Rwanda hanno intensificato gli sforzi per porre fine all’assurda guerra fredda iniziata nel 2017. Un conflitto caratterizzato da reciproci tentativi di destabilizzazione e guerra commerciale che ha portato le due potenze regionali quasi sull’orlo di un conflitto.

Ad attenta analisi la guerra fredda tra Kampala e Kigali è stata voluta e promossa dal Presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni per due ragioni. La prima riguarda il controllo delle risorse naturali nelle province est del Congo. La seconda una infantile gelosia del grande rivoluzionario Museveni nei confronti di Paul Kagame. Il primo una stella cadente e stanca dopo 34 anni di incontrastato potere. Il secondo una stella emergente grazie alla sua politica innovativa, che ha rafforzato il prestigio internazionale del Rwanda, sempre più preso come modello economico e sociale da vari Paesi anche africani.

Il Ministro degli Esteri ruandese, Vincent Biruta, ha annunciato l’intenzione del Governo di Kigali di abrogare il divieto ai cittadini ruandesi di recarsi in Uganda, se Kampala continuerà a far prova di buona volontà, concretizzando il protocollo di accordo di Luanda, informa ‘Burundi Daily Net’. Il protocollo di accordo di Luanda fu firmato nell’agosto 2019 durante un vertice dei Capi di Stato della Regione dei Grandi Laghi, grazie alla mediazione dei Presidenti Joao Lourenco (Angola) e Felix Tsishekedi (Congo). L’accordo obbligava i due Paesi ad astenersi dall’intraprendere azioni di destabilizzazione, riprendere i rapporti commerciali, garantire il rispetto dei diritti civili e della libertà di movimento dei cittadini di entrambi i Paese che risiedono o transitano nei rispettivi territori nazionali.

Gli accordi di Luanda si inseriscono nella strategia regionale promossa dall’asse politico AngolaCongoRwanda tesa a rafforzare la pace nella Regione dei Grandi Laghi. Una strategia che prevede la stabilizzazione delle province est del Congo, la distruzione delle forze negative (tra cui i terroristi ruandesi delle FDLR, fonte di instabilità in Congo e Ruanda), la democratizzazione del Burundi, tramite la destituzione del regime etnico nazionale di Pierre Nkurunziza.

Gli accordi si erano arenati a causa dell’Uganda,la quale aveva posto una serie di ostacoli con il chiaro obiettivo di boicottare la distensione con il Rwanda. Tra l’agosto e il dicembre 2019 il Presidente Museveni aveva intensificato le attività eversive contro il Rwanda, arrivando ad allearsi con i terroristi ruandesi FDLR, responsabili del genocidio ruandese del 1994, e rafforzando il sostegno al dittatore burundese Nkurunziza.

Il 16 dicembre, dopo otto ore di colloqui a porte chiuse, presso il Commonwealth Resort Munyonyo, a Kampala, i delegati di Rwanda e Uganda non erano riusciti a trovare una intesa per applicare in pieno gli accordi di Luanda, accusandosi reciprocamente. Il fallimento di dicembre fu principalmente dovuto alla ostinazione di Museveni di controbilanciare l’influenza regionale del Rwanda per ripristinare una egemonia ugandese ormai perduta.

Museveni vedeva nell’asse AngolaCongoRwanda una minaccia diretta al controllo regionale esercitato dal suo Paese e agli interessi economici nell’est del Congo. Di conseguenza aveva rifiutato di partecipare militarmente allaOperazione Corridoio Est per neutralizzare le forze negative nelle province del Nord e Sud Kivu. Come contro altare aveva aumentato il supporto a Nkurunziza e alle FDLR (divenute soci d’affari nel contrabbando dell’oro congolese).

La posizione assunta da Museveni ha favorito il regime HutuPower di Gitega e rafforzato la storica alleanza bantu-hutu della Tanzania, fortemente voluta dal Presidente Jhon Magufuli di origini hutu burundesi. Una strambatala alleanza di intenti tra Kampala e Dodoma ha prodotto è stata in grado di fare forti pressioni sulla Corte di Giustizia dell’Africa Orientale al fine di riconoscere la «legittimità» del terzo mandato presidenziale di Nkurunziza del 2015. Una vittoria per il regime di Gitega che lo rafforza a livello regionale.

La posizione assunta da Museveni ha, inoltre, bloccato le operazioni militari per la liberazione del Burundi portate avanti dall’Esercito Repubblicano, formato dalle guerriglie RED Tabara e FOREBU e supportato da Angola, Congo e Rwanda. Dopo i primi successi militari registrati in ottobre, i ribelli non avevano potuto lanciare l’assalto finale al regime, in quanto Kinshasa, Kigali e Luanda avevano loro imposto un stand by tecnico.
Prima di lanciare l’offensiva finale si Gitega e Bujumbura occorre convincere Museveni ad abbandonare la sua assurda politica estera regionale per evitare un conflitto con l’Uganda e la Tanzania.

Agli inizi di gennaio si sono intensificati i contatti diplomatici del Congo e Angola al fine di convincere il Vecchio con il Cappello ad allinearsi al nuovo corso regionale di pace e integrazione socioetnica e socio-economica. Gli avvenimenti della scorsa settimana sembrano dimostrare che gli sforzi diplomatici sono riusciti a sbloccare la pericolosa situazione. Come gesto concreto di buona volontà Museveni ha fatto liberare 9 cittadini ruandesi arrestati in Uganda con l’accusa di spionaggio.

Quindi la diplomazia di Tsishekedi e Lourenco è stata sufficiente per convincere Museveni ? Assolutamente no. Le aperture diplomatiche ugandesi sono state di fatto una scelta obbligataper per il Presidente ugandese per bloccare sul nascere un pericoloso malcontento all’interno delle Forze Armate. Molti generali dell’Uganda People’s Defence Force (UPDF) sono contrari alla conflittualità contro il Rwanda. Questo malcontento oltre a mettere a rischio la lealtà dell’Esercito e a rendere azzardata qualsiasi avventura militare contro Kigali, rischiava, se lasciata deteriorare, di spingere il UPDF ad azioni estreme, fino allapossibilità di un colpo di Stato. In Uganda ogni transazione di regime è avvenuto tramite golpe, destituendo il Presidente in carica. Inoltre, il UPDF è una forte struttura di potere militare, politico ed economico che Museveni controlla solo parzialmente.

La ripresa del dialogo tra Kampala e Kigali ha dirette ripercussioni sul Burundi. Se il disgelo dovesse continuare, Pierre Nkurunziza sarebbe privato di un fondamentale alleato regionale. Anche la Tanzania dovrebbe rivedere la sua posizione di connivenza ai crimini del regime burundese, per evitare il rischio di isolamento regionale.

Al momento attuale è ancora prematuro affermare che il disgelo accennato porterà verso la fine della guerra fredda tra i due Paesi governati dai clan Hima: Banyangole in Uganda e il Clan tutsi ugandesi in Rwanda. E’ altrettanto prematuro ipotizzare la ripresa della guerra di liberazione da parte del RED Tabara e FOREBU.
L’offensiva finale per abbattere il sanguinario regime di Nkurunziza non può essere attivata prima che le relazioni tra Kampala e Kigali si siano definitivamente stabilizzate, proprio per evitare il rischio di una guerra regionale.

Il dittatore burundese continua ad accusare il Rwanda di aver attaccato il Burundi. Secondo la versione del regime di Gitega, sarebbe stato l’Esercito ruandese l’autore dell’attacco alle postazioni dell’Esercito burundese sul monte Twinyoni e presso la località di Marura, Comune di Mabayi, provincia di Cibitoke, avvenuto agli inizi dello scorso novembre.
Tali accuse rientrano nella strategia del regime di Nkurunziza di non riconoscere l’esistenza della guerra civile in atto in Burundi.
Accusando il Rwanda di aver invaso il Paese, neutralizzando le forze armate a Mabayi, si tenta di non riconoscere la presenza della opposizione armata burundese dei RED Tabara e FOREBU. Le accuse rivolte al Rwanda sono state categoricamente smentite dal Governo di Kigali in un classico gioco diplomatico tendente a nascondere la realtà sul terreno. Se da una parte Nkurunziza continua ad insistere, senza uno straccio di prova, su una ipotetica quanto irreale invasione dell’Esercito ruandese, dall’altra il diniego assoluto di Kigali tende a nascondere il supporto finanziario, logistico e militare al RED Tabara e FOREBU. Un supporto che potrebbe anche coinvolgere la presenza di unità speciali dell’Esercito ruandese in Burundi al fianco dei ribelli.

Ora il disgelo tra Museveni e Kagame dovrebbe portare al miglioramento dei rapporti tra Rwanda e Burundi. Purtroppo questo scenario è del tutto irrealistico. Il regime di Nkurunziza necessita della minaccia straniera in quanto si appoggia sulle tensioni con il Rwanda (considerato la roccaforte del TutsiPower) per mantenere un appoggio popolare tra la popolazione hutu. Un appoggio sempre più messo in discussione dall’ascesa politica del ex Signore della Guerra Agathon Rwasa, e del suo partito hutu democratico il Congresso Nazionale per la Libertà (CNL). «Occorre sottolineare che il regime del CNDD-FDD molto probabilmente sarà costretto dalla milizie Interahamwe (FDLR) ostili al Rwanda a non aprire alcuna forma di dialogo con il Governo di Kigali. Le Interahamwe hanno trasformato il Burundi nella loro base militare operativa. Il regime, che si trova in una situazione finanziaria assai precaria, avrà grosse difficoltà a liberarsi di questi scomodi alleati delle FDLR i cui tentacoli raggiungono le più alte sfere dello Stato burundese», spiega il ‘Burundi Daily Net’.

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