sabato, Ottobre 24

Il difficile di essere rifugiati siriani in Libano I siriani continuano scappare dalla Siria, ma i rifugiati siriani in Libano sono messi nelle condizioni di rimpatrio involontario, alimentato dalle restrizioni governative

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Tra poche settimane saranno 9 anni di guerra per la Siria. Dopo 9 anni, la guerra ancora divampa e, se ne parla di meno, ma la gente continua morire e fuggire.
Secondo le stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite oltre 900.000 persone sono state sfollate dal 1 dicembre 2019 nel nord-ovest della Siria, dove è in corso l’offensiva militare di Assad per riconquistare le ultime aree controllate dai ribelli. Di queste, l’80% sono donne e bambini.E’ il più grande sfollamento di persone dall’inizio del conflitto nel 2011, dicono dal Palazzo di Vetro.
E però inizia avere consistenza anche il flusso contrario, ovvero di coloro che, fuggiti negli anni scorsi, in Siria fanno ritorno. Qualcuno perché spera nella fine del conflitto, la intravede alle porte, altri perché costretti. E quanto sta accadendo ai rifugiati siriani in Libano. Un flusso che comincia a preoccupare gli osservatori internazionali. «La pressione sui rifugiati siriani in Libano per tornare a casa è in aumento. Sebbene la Siria rimanga pericolosa, i rifugiati stanno tornando indietro, sfuggendo a condizioni sempre più dure in Libano. Il Governo siriano e alcune fazioni politiche libanesi, insistono sempre più che è giunto il momento di iniziare ritorni su larga scala», Ma «le condizioni sono troppo pericolose per i rimpatri organizzati in massa». L’allerta è di Crisis Group., che in un report mette in guardia da ritorni forzati e racconta la vita dei rifugiati siriani nel Paese dei Cedri divenuta gradualmente sempre più difficile.

Fin dall’inizio della guerra siriana, il Libano ha ospitato i rifugiati siriani, il cui numero è attualmente stimato in 1,5 milioni, più di un quarto di tutta la popolazione siriana. Nel tempo l’accoglienza è scemata. Considerato che il regime siriano, con il sostegno dell’Iran e della Russia, sta riportando sotto il suo controllo gran parte del territorio, gli alleati politici di Damasco in Libano, nonché i partiti cristiani ostili ai rifugiati, stanno sostenendo il ritorno accelerato. La retorica populista ha aumentato il risentimento pubblico contro i rifugiati, in particolare dal momento in cui il Libano è entrato in recessione. 

Le politiche del Governo stanno aumentando la pressione su una comunità già vulnerabile. Le procedure amministrative sempre più restrittive sono il primo ostacolo che i rifugiati si trovano quotidianamente a dover superare. Superata la burocrazia, i problemi si presentano sul fronte lavoro, e poi nelle ‘banali’ necessità quotidiane.
Il combinato disposto di ostilità da parte del pubblico e politiche governative restrittive potrebbe presto creare le condizioni per un numero crescente di rifugiati per i quali la sopravvivenza in Libano diventa insostenibile o così difficile che il ritorno in Siria sembra l’opzione più praticabile, secondo Crisis Group. E’ il fenomeno del ‘respingimento costruttivo’ o ‘rimpatrio involontario’.

Percorriamo ora, con Crisis Group, il primo elemento che sta alla base della decisione alla quale i siriani sono costretti di rientrare in patria: le politiche governative.

L’afflusso di rifugiati siriani in Libano è iniziato nel 2011 e ha subito un’accelerazione drammatica nel 2012 e 2013. Nel 2014 aveva raggiunto il milione. L’UNHCR ha sospeso la registrazione a maggio 2015 su richiesta del Governo libanese. Oggi ci sono circa 925.000 rifugiati siriani registrati in Libano, in calo da un picco di 1.185.000 nell’aprile 2015. Fonti governative e operatori umanitari ritengono vi siano almeno 500.000 rifugiati non registrati, anche se alcuni ipotizzano che il numero potrebbe anche essere diminuito in modo significativo.

L’arrivo dei rifugiati ha cambiato il volto del Paese in modo da mettere a disagio molti libanesi. Non tutti i rifugiati sono poveri, ma sono i poveri che determinano in modo decisivo le percezioni della società ospitante. I ricchi siriani si inseriscono senza sforzo in quartieri urbani privilegiati. I poveri sono confinati in squallidi accampamenti nella periferia agricola del Paese, in particolare la valle della Beqaa e il nord. In questi luoghi, condividono servizi pubblici e infrastrutture, già inadeguati prima del loro arrivo, con i poveri libanesi e competono per ottenere i lavori più umili offerti dal mercato del lavoro. Il risultato è:malcontento tra la popolazione libanese, fastidio immediatamente strumentalizzato da alcuni settori della politica.

Alcuni leader politici hanno alimentato il risentimento contro i rifugiati, sollevando allarmi per presunti piani di reinsediamento permanente dei siriani in Libano, incoraggiando i cittadini ad agire contro il lavoro illegale siriano e incolpando i rifugiati per la crisi economica del Libano. Quest’ultima accusa è difficile da dimostrare, secondo Crisis Group. Il Libano ha ricevuto oltre 7 miliardi di dollari in prestiti e sovvenzioni esterne tra il 2012 e il 2018 per far fronte alla crisi e ha altri 3 miliardi di dollari promessi per il periodo 2018-2020. Questo supporto probabilmente compensa il costo diretto dell’ospitalità dei rifugiati, che la banca centrale ha stimato ammontare a circa 1 miliardo di dollari all’anno. Il danno che la crisi siriana ha causato all’economia libanese, ad esempio tagliando le rotte di transito per le esportazioni e deprimendo il settore turistico, è probabilmente molto più grande di questo. Ma incolpare i rifugiati per le conseguenze di una crisi di cui anch’essi sono vittime è populismo, che però i libanesi faticano a identificare. Per altro, è molto difficile per i libanesi identificare, nella crisi che stanno attraversando, quanto questa sia causata dal conflitto siriano e quanto lo sia da quanto il Libano ha inflitto a se stesso a seguito di oltre due decenni di riforme ritardate e politiche fiscali insostenibili.

Gli episodi di violenza contro i siriani sono ancora limitati, l’incitamento e la pressione repressa possono ugualmente però creare un mix incendiario. Gli scontri tra i siriani e le comunità ospitanti che si sono visti a metà del 2019 potrebbero essere portatori di ben peggio nel futuro non lontano. Un alto funzionario umanitario, avverte Crisis Group, ha ammonito che «il livello di tensioni intercomunali è elevato, specialmente nel nord e nella Beqaa, tra misure di austerità, condizioni economiche disastrose e campagna politica», il che spinge i rifugiati a tornare a casa. D’altra parte, nessuno ha registrato un episodio di violenza o comportamenti aggressivi nei confronti dei rifugiati nel corso del movimento di protesta che ha travolto il Libano dal 17 ottobre.

La crescente ostilità popolare nei confronti dei rifugiati si è accompagnata a norme amministrative decisamente restrittive. Il primo grande spostamento da una posizione permissiva è avvenuto nell’ottobre 2014, quando il Governo libanese ha adottato una politica che chiedeva unariduzionedel numero disfollati’ siriani, impedendo l’ingresso di più rifugiati e ‘incoraggiando’ quelli già presenti a tornare nel loro Paese o in altri Paesi.

Per raggiungere questi obiettivi, le autorità libanesi hanno introdotto l’obbligo del visto per i siriani in arrivo, hanno chiesto all’UNHCR di cessare la registrazione dei rifugiati e hanno posto fine alla pratica dei visti per i rifugiati gratuiti. Mentre le restrizioni all’ingresso hanno ridotto l’afflusso, la chiusura della registrazione e l’interruzione delle estensioni dei visti ha aumentato il numero di rifugiati non registrati senza uno status di residenza valido. L’applicazione più severa delle restrizioni del lavoro dalla fine del 2018 e le ondate di demolizioni dei rifugi dall’inizio del 2019 hanno aumentato le pressioni sulla comunità.

Fino al 5 gennaio 2015, i siriani avevano il diritto di entrare in Libano senza visto e di rimanere per un anno e mezzo, rinnovabile per altri sei mesi, senza dover pagare una tassa. Un permesso di residenza annuale era teoricamente disponibile per l’equivalente di 200 dollari, ma pochi si sono preoccupati di ottenerne uno.

Secondo le nuove normative emanate nel gennaio 2015, i siriani devono ora dimostrare uno scopo legittimo per l’ingresso (come turismo, studio, transito o affari). Solo in circostanze eccezionali’, come stabilito dal Ministero degli Affari Sociali, possono entrare in Libano come rifugiati. Tra il 2014 e il 2015 le iscrizioni di siriani sono diminuite del 45% circa e il numero di appuntamenti richiesti per la registrazione presso l’UNHCR è diminuito del 56% alla fine del 2014 e del 78% a gennaio 2015, rispetto all’anno precedente.

A causa delle nuove normative, i rifugiati siriani non possono più perpetuare il loro soggiorno legale in Libano. Allo stesso tempo, la tassa di residenza annuale di 200 dollari per membro della famiglia di età superiore ai quindici anni pi,ù i costi amministrativi, si è rivelata proibitiva per molti rifugiati, le cui risorse sono già al limite. Inoltre, non tutti sono idonei. Per ottenere un permesso di residenza, i siriani devono avere un garante libanese o un altro motivo per risiedere nel Paese ritenuto legittimo, come essere di origine libanese o avere parenti stretti, essere iscritti all’istruzione formale o possedere proprietà in Libano. In mancanza di una di queste condizioni, devono essere registrati come rifugiati presso l’UNHCR.
Un permesso di soggiorno ottenuto sulla base della registrazione dell’UNHCR non consente a un rifugiato di attraversare la Siria e poi ritornare in Libano. Quando i rifugiati registrati attraversano il confine con la Siria, la Sicurezza Generale informa l’UNHCR, che aggiorna i registri dei rimpatriati una volta verificato che sono tornati in Siria con l’intenzione di rimpatriare volontariamente. Per le autorità libanesi, attraversare la frontiera costituisce un ritorno e pone fine al diritto di rimanere in Libano come rifugiato.

Un effetto immediato del cambio di politica del 2015 è stato un drammatico aumento del numero di rifugiati siriani senza un valido status di residenza. I sondaggi mostrano che il rapporto è aumentato dal 9% dei rifugiati registrati nel gennaio 2015 al 73% tra aprile e maggio 2018.

La mancanza di un valido status di residenza non espone solo i rifugiati alla deportazione, ma crea ulteriori pressioni, come molestie ai posti di blocco e detenzione temporanea. Aggiunge anche un altro livello di complicazione alle difficoltà esistenti con le procedure formali (mancanza di informazioni, procedure opache, ritardi, tasse), come l’ottenimento di documentazione (certificati di matrimonio e di nascita) e l’iscrizione scolastica. Sebbene questi non richiedano sempre una carta di soggiorno valida, le entità libanesi pubbliche e private spesso rifiutano di servire i rifugiati senza carta valida.
Queste misure rendono la vita dei rifugiati ancora più difficile, ma ottengono poco in termini di ‘incoraggiamento al ritorno’.
Il Libano si è per lo più astenuto dalle espulsioni, è impegnato al rispetto del principio giuridico umanitario internazionale di non respingimento, ma nella primavera del 2019 ha iniziato a impegnarsi in azioni contrarie. A seguito di una decisione del Consiglio superiore della difesa del 15 aprile di espellere tutti i siriani che sono entrati illegalmente nel Paese dopo il 24 aprile, organismi di sicurezza come le forze armate libanesi, le forze di sicurezza interna e la sicurezza generale hanno espulso più di 2.500 persone entro la fine di agosto. A differenza della pratica precedente, i deportati vengono ora consegnati direttamente alle autorità siriane, rendendo impossibile al rifugiato sfuggire al rientro obbligato in Siria.

(La seconda parte sarà pubblicata nei prossimi giorni)

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