domenica, Novembre 29

Il Diavolo al tempo della pandemia Protagonista del capolavoro stravinskyano  ‘l’Histoire du Soldat’, composto un secolo fa in piena influenza ‘spagnola’, ha fatto la sua apparizione  ben cinque volte nell’arco di una settimana rispettivamente ad opera di Moni Ovadia e della Compagnia delle Seggiole, che lo ha presentato in ben tre luoghi sacri. Per il grande artista girovago, il soldatino è simbolo “dell’umanità errabonda e profuga”, secondo Fabio Baronti e don Maurizi l’opera invita a riflettere sui veri valori da perseguire

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Il Diavolo si sa, oltre ad esser quel che lo stereotipo contemporaneo ci trasmette, vale a dire una figura con sembianze umane, dotata di un discreto fascino, capacità seduttive, grande affabulatore e imbroglione,  orgoglioso e superbo, deve essere mosso  anche da un incontenibile  impulso alla vanità, allo sdoppiamento  al trasformismo, al protagonismo ( non è il solo, per la verità, di questi tempi!).

Testimonia questa smania esibizionistica, la sua presenza in ben cinque rappresentazioni svoltesi a Firenze de ‘L’histoire du soldat, il  capolavoro del grande  compositore russo Igor Stravinsky. Queste amene riflessioni ci vengono suggerite non tanto dalle  grandi tragedie che  sconvolgono il mondo, quanto piuttosto da un piccolo dettaglio: la  contemporanea (e forse innocente) presenza in cinque rappresentazioni svoltesi nell’arco di una settimana de L’Histoire tre delle quali addirittura in  luoghi sacri: una basilica e due monasteri. Strana, potremmo dire, se non ‘diabolica’ coincidenza questa, se dopo anni di oblio, l’Histoire, originale forma di teatro musicale da camera, come fu definita al  suo nascere, è tornata in scena per proporre al pubblico la  favola un po’ faustiana di un soldatino che vende il proprio violino, ovvero la sua anima, al Diavolo in cambio di…niente.  

Protagonisti di questo  repechage da un lato Moni Ovadia ( che lo ha in repertorio da tempo) e dall’altro, la Compagnia delle Seggiole.  Il grande artista di origine ebraico-sefardita, attore, regista, cantante, ricercatore di musica etnica che ben conosciamo e che non ha bisogno di presentazioni, ha indossato l’abito del Diavolo domenica 18 ottobre (mattina e sera) nella Sala Vanni in piazza del Carmine, di fianco alla Chiesa che ospita la ‘cacciata dal Paradiso’, capolavoro del Masaccio (censurato e poi restituito alla sua cruda nudità: ma questa è un’altra storia). Ovadia lo ha fatto nell’ambito del Festival Suoni riflessi, diretto dal regista teatrale Mario Ancillotti. Nella stessa serata, nel maestoso complesso della Certosa del Galluzzo, la Compagnia delle Seggiole di Fabio Baronti e la Fhilarmonie fondata e diretta dal giovane e già affermato violinista  e direttore d ‘orchestra l’iraniano Nima Keshavarzi, chiudeva il ciclo di tre rappresentazioni  de l’Histoire,  ciclo iniziato nella Basilica di S.Spirito (il 10 scorso)   proseguito nell’Abbazia di Badia a Settimo e conclusosi alla Certosa.  Tre rappresentazioni in tre luoghi  sacri, aperti al culto. A tal proposito un sacerdote ha detto, è una bella sfida mettersi  il Diavolo in sacrestia… Nessuna allusione ovviamente ai clamorosi casi scoppiati in  Vaticano….

Ma, al di là del protagonismo  dello scomodo personaggio al centro della favola  stravinskyana, quali  sono  le ragioni di questa singolare coincidenza? E’  dovuta solo al caso?  Innanzitutto c’è un dato oggettivo: la pandemia. C’era allora, quando il celebre compositore russo Igor Stravinsky  compose il suo capolavoro:  si chiamava ‘spagnola’ (sebbene fosse esplosa negli Stati Uniti ed esportata in Europa durante la Grande Guerra: dapprima nelle trincee poi tra le popolazioni, si parla di 50 milioni di vittime nel mondo); e anche oggi, a oltre un Secolo di distanza,  il mondo si trova alle prese con il Covid-19, un virus devastante che ha già contagiato milioni di persone, e sta seminando di nuovo morti paura e terrore dato che siamo entrati nella seconda fase acuta. Va considerata inoltre la sensibilità degli artisti e degli organizzatori che non si  limitano alla protesta ed ai lamenti per la crisi dei teatri e le misure anticovid,  ma affrontano con coraggio e fantasia le varie fasi emergenziali, qualunque esse siano,   inventandosi particolari forme di teatro, agile e itinerante. Proprio comefece Stravinsky, alle prese con la crisi economica determinata dalla prima guerra mondiale e dalla terribile pandemia, il quale con l’Histoir s’inventò per ragioni di sopravvivenza e anche per una sua idea teatrale una nuova forma di ‘teatro musicale da camera’ , composto da pochi elementi d’orchestra e attori, in modo da  rendere possibile in  luoghi  diversi la sua rappresentazione. Durante la prima guerra mondiale Stravinsky si era rifugiato in Svizzera e si era trovato in difficoltà finanziarie. Due dei suoi amici, il direttore d’orchestra Ernest Ansermet e il poeta Charles Ferdinand Ramuz, versavano pure in ristrettezze materiali. Fu così che a Stravinsky e a Ramuz venne l’idea di  cercare di migliorare la loro situazione creando una specie di teatrino ambulante che doveva essere facilmente trasportabile da una località all’altra, non esclusi i ‘villaggi’ e i luoghi all’aperto. Nella loro ingenuità scriveva Roman Vlad – i due artisti pensavano che sarebbe stato facile  mettere insieme e portare in giro un piccolo gruppo di suonatori e di attori. La realtà ben presto si sarebbe incaricata di disilluderli nel modo più drastico, ma intanto dalle loro illusioni nacque uno dei più singolari capolavori del teatro musicale del Novecento. Quanto alla forma teatrale a Stravinsky venne in  testa di far salire sulla scena il complesso musicale, eliminare i cantanti e  affidare al ballo e alla recitazione di  pochi attori il testo, che  gli frullava nel cervello: una storiella russa ambientata al tempo dello zar Nicola I, nella quale un soldato riesce a far ubriacare il Diavolo. Ramuz la combinò con altre ‘fiabe’ realizzando una versione in miniatura  – è ancora Vlad  a descrivere l’opera – del  motivo centrale della leggenda di Faust: per il miraggio di beni materiali (se non proprio per la sete di conoscere l’inconoscibile) il soldato vende la sua anima (simboleggiata dal suo violino) al demonio”. Nella musica confluiscono il ragtime nordamericano, il tango argentino, il paso doble spagnolo, oltre ad atmosfere viennesi, bachiane, del folklore contadino russo, mescolate a quelle delle orchestrine tzigane e  dei salotti parigini. “Mai nella storia della musica – è ancora Vlad – componenti più discrepanti diedero stilisticamente un risultato più omogeno. Mai un gioco portato al limite del ridicolo fu volto a significati più tragicamente seri. Stravinsky consegna nella figura del soldato la sua immagine emblematica dell’individuo umano annientato dalle forze fatali che lo sovrastano….

Ma l’intrinseca grandezza di questa piccola storia nella quale un qualsiasi soldatino riesce ad assurgere a simbolo di significati  universali, dopo il successo del debutto a Losanna (28 settembre 1918), non fu compresa per lungo tempo. Solo Busoni, che aveva assistito nel ’23 ad una rappresentazione ad opera  del Bauhaus, scrisse: “ascoltando, l’Histoir si ridiventa fanciulli, si dimentica la musica e la letteratura e si rimane semplicemente commossi…prendiamo però tutte le precauzioni per non  imitarla!” E Stravinsky fu il primo a non imitare i propri capolavori.

Delle motivazioni  che hanno indotto Moni Ovadia a riprendere l’Histoir,   ne ha parlato lo stesso  artista con Mario Ancillotti, Direttore Artistico di Suoni  Riflessi,  Festival di teatro musicale, soffermandosi sui retroscena dello spettacolo e sulla sua idea di teatro.  «Il teatro cubista dell’Histoire du soldat di Igor Stravinskij – ha detto – opera da camera senza canto su libretto di Charlez-Ferdinand Ramuz  mette in scena l’incontro faustiano fra il diavolo e un soldato simbolo dell’umanità errabonda e profuga. Ebbene, a questa umanità mi sento particolarmente vicino.Secondo Ancillotti, le invenzioni musicali dell’Histoire sono sorprendenti ancora oggi: «ricchezza ritmica e timbrica, allusioni a corali e musica sacra, riferimenti jazzistici, elaborazioni strumentali dai nuovi orizzonti idiomatici e rapporto del testo con la musica inaudito.” Per Fabio Baronti, la ripresa de l’Histoir vuol significare  che “la storia si ripete, scritta per tre attori, una ballerina e un’ensemble strumentale, è un’opera da camera fortemente legata alle tematiche delle crisi post-guerra, alla situazione analoga della pandemia della febbre spagnola e alle condizioni precarie dell’uomo.” “La presenza di Moni Ovadia,  con la sua Histoir, è una combinazione che ci onora – dice Fabio Baronti, fondatore della Compagnia delle Seggiole  ( correva l’anno 1999),  anche lui nelle vesti del diabolico ‘vecchio’  – essendo un artista che stimo moltissimo, il fatto che abbia scelto di rappresentare in contemporanea   (domenica 18) lo stesso capolavoro,  conferma non solo la bontà   di una scelta del genere in questo particolare periodo( noi lo abbiamo rappresentato il 10, il 15 e il 18 ottobre) ma anche la validità di  quella formula teatrale che la nostra  Compagnia sta portando avanti da tempo e che definiamo ‘Viaggi teatrali’. Si tratta di una forma di teatro itinerante al 99% scritto per gli stessi luoghi della rappresentazione: chiese, monasteri, ville e palazzi storici, musei. Un genere che ebbe inizio nel 2006  con il  ‘viaggio’ nella città nascosta del Teatro della Pergola, dal titolo ‘In sua movenza è fermo’ e che, da allora, ha avuto ben 350 repliche. E’ una formula che piace alle persone e che ci ha consentito di far conoscere personaggi e luoghi prestigiosi o sconosciuti e non sempre visitabili da parte di un pubblico,  che ci segue sempre con interesse e affetto, anche nei momenti più difficili, come quello attuale ed al cui passaparola dobbiamo larga parte del nostro successo.Altra nostra caratteristica è che il repertorio delle Seggiole , al di là di alcuni classici del teatro come la Mandragola, presentata anche in Giappone, o della radiofonia, comprende  nella maggior parte lavori di nostra produzione.  Che interagiscono anche con le realtà storiche del passato e del presente. Ad esempio,  chiedo a Fabio, mi sbaglio o siete gli unici ad aver dedicato alle pandemie lavori teatrali scritti ad hoc? “ A parte l’Histoir di cui si è parlato, vi sono due lavori presentati nel monastero del Galluzzo e dedicati,  nell’ambito della Rassegna i Venerdì della Certosa, rispettivamente al Boccaccio  ( che visse e descrisse la terribile pestilenza del 1348), e  al Pontormo, il grande artista protagonista insieme al Rosso Fiorentino de ‘la maniera moderna’, che alla Certosa del Galluzzo si rifugiò in occasione della peste del 1523,  regalando ai monaci e all’umanità alcuni capolavori come i 5   affreschi  per le lunettedel chiostro grande, dedicate alla Passione di Cristo e la Cena in Emmaus, che si trova ora agli Uffizi.”

Quanto alla rappresentazione dell’Histoir nella Tinaia della Badia a Settimo, c’è da tener presente che già nel soffitto trecentesco della Chiesa c’è una tavola  ( peraltro nascosta) che raffigura  il maligno. “La scelta di ospitare l’Histoir – mi dice don Carlo Maurizi, uomo di grande  cultura e  parroco di Badia  a Settimo –  “è una scelta  consapevole e ragionata, motivata dal fatto di approfondire non solo il mistero del male, ma la stessa fenomenologia dell’azione e dei comportamenti del maligno. In questo  caso il violino, che rappresenta l’anima, è un tesoro che il soldatino avrebbe dovuto tenersi stretto, cosa che lui, bramoso di possedere tutto, l’amore della sposa e beni materiali, non fa e così finisce per perdere ogni cosa restando in piena solitudine. E’ una riflessione da fare  ogni giorno.”  

A conclusione di questo breve viaggio in compagnia del Diavolo e in mezzo alla pandemia, converrà accogliere il suggerimento che ci viene da Messer Boccaccio quando ci ricorda che l’intento del Decameron non fu soltanto quello di ‘rivivere la dolorosa ricordazione della pestifera mortalità’, ma anche quello di indicare la necessità di un risveglio, di un riscatto, ricercando un ordine nuovo nel quale poter ridere, novellare, cantare sollazzare.

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