martedì, Febbraio 18

Il declino (neanche troppo lento) del Venezuela Continua l’esodo di migliaia di venezuelani che scappano dalla crisi. Come agiranno gli Stati Uniti?

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Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha annunciato che proporrà all’Assemblea Costituente del Paese di effettuare delle “mega-elezioni” il prossimo 22 aprile: attraverso queste elezioni verranno scelte i membri dell’Assemblea Nazionale, dei Consigli legislativi e di quelli comunali.
Maduro ha poi avvertito la coalizione del Tavolo di Unità Democratica  che «ci saranno le elezioni costi quel che costi», anche senza la partecipazione dell’ opposizione che, ieri, l’ha già fatto sapere.

Un recente sondaggio dell’ Atlantic Council ha sostenuto che circa 27% degli intervistati era a favore del governo, il 35% a favore dell’ opposizione, il 35% di partiti indipendenti e solo il 3% non sapeva rispondere. Il 65% considerava negativo il modo di guidare il Paese di Maduro e secondo il 76% la qualità della vita è peggiorata negli ultimi 12 mesi. Tra le emergenze che preoccupano di più, la scarsità alimentare, l’ altro costo della vita e la grande crisi economica. Il 60% dei cittadini vorrebbe che il governo chiedesse aiuto per risolvere i problemi economici.

Se un tempo il Venezuela era tra i Paesi più ricchi dell’America Latina, fonte di innumerevoli giacimenti petroliferi, luogo che attirava migranti da Europa e Medio oriente, oggi tutto questo non è niente di più di un lontano ricordo. Attualmente lo scenario venezuelano si presenta molto ben più critico e complesso, caratterizzato da una crisi umanitaria senza precedenti, cattiva amministrazione e corruzione guidate dal Governo, una crisi economica che vede un crollo del valore della valuta, una iperinflazione dei prezzi e un PIL che negli ultimi cinque anni è diminuito di oltre un terzo del suo valore iniziale. Secondo una relazione di Shannon K. O’Neil, esperta di America latina, «il Governo venezuelano ha tagliato le importazioni di oltre il 75%, scegliendo di utilizzare la sua moneta forte per servire circa 140 miliardi di dollari di debiti e altri obblighi». Questa come molte altre scelte economiche, quali ad esempio gli investimenti dei governi venezuelani sulle esportazioni di petrolio che hanno messo da parte l’impegno in funzione delle energie rinnovabili, hanno condotto alla situazione odierna che il Paese si ritrova ad affrontare. Scelte economiche che hanno condotto inevitabilmente ad una profonda crisi umanitaria: «Il cibo e le medicine di base per i circa trenta milioni di cittadini venezuelani sono sempre più scarsi e la devastazione del sistema sanitario ha scatenato epidemie di malattie curabili e aumento dei tassi di mortalità», si legge sulla relazione ‘Una crisi dei rifugiati venezuelani’ di K. O’Neil. Il tutto è accompagnato da un forte autoritarismo che caratterizza la figura del Presidente Nicolás Maduro. Il leader sta operando «chiudendo la libertà di stampa, marginalizzando la legislatura guidata dall’opposizione, escludendo i partiti di opposizione dalla partecipazione alle elezioni, imprigionando gli oppositori politici e nell’estate del 2017 ha rotto l’ordine costituzionale democratico con l’illegittima elezione di un’assemblea costituente».

Dunque una combinazione tra crisi economica, umanitaria e persecuzione politica, che da come risultato: disperazione, malattia e la ricerca di un’ancora di salvezza attraverso l’unico mezzo che accomuna fin dall’inizio dei tempi qualsiasi popolo oppresso, ovvero ‘la fuga’. La fuga del popolo venezuelano da una terra così ricca di petrolio, è una delle immagini, forse la più forte, del declino, neanche troppo lento del Paese. Secondo la relazione di K. O’Neil solo negli ultimi due anni, 500.000 venezuelani sono stati costretti a lasciare la loro terra con la speranza di un futuro migliore.

La maggior parte di essi si sposta via mare, il loro salario non gli permette viaggi differenti da quelli su gommoni e piccole imbarcazioni e in alcuni casi sulle loro stesse gambe, per raggiungere i Paesi vicini come il Brasile attraversando il bacino amazzonico, o la confinante Colombia. Altri, invece, raggiungono Paesi più lontani, che in molti casi sono anche quelli di origine delle proprie famiglie, come Spagna o Italia. Caracas non diffonde i dati ufficiali relativi al numero di persone che hanno lasciato il Venezuela negli ultimi anni, ma secondo diversi centri di ricerca, la migrazione si è trasformata in un vero e proprio esodo. Secondo i dati dell’ ACNUR (Agenzia ONU per i rifugiati), quelli del Pew Research Centre e di Migration Colombia, sono tra i due e i 4,5 milioni i venezuelani costretti a lasciare il Paese. In totale si stimano ben 25.000 venezuelani emigrati in Cile, 30.000 in Perù, 35.000 in Messico, 50.000 in Argentina e in Italia, 60.000 in Ecuador, 70.000 a Panama, 250.000 in Spagna, 320.000 negli Stati Uniti ed al primo posto la Colombia che ha visto più di 500.000 venezuelani attraversare il confine. Di quelli che hanno come meta Brasile e Colombia, pochi passano per vie legali. Il resto prova ad attraversare tramite le ‘trochas’, delle strade sterrate dove non servono i documenti ma è sufficiente pagare una tangente a chi controlla il transito. Ci sono camion che partono da Maracaibo e scaricano i passeggeri proprio all’inizio delle trochas, alle spalle della dogana di Paraguachón. Se inizialmente a lasciare il Venezuela erano i professionisti, medici, ingegneri, scontenti del chavismo, ed in cerca di prospettive future migliori, oggi i migranti sono lavoratori poco qualificati, anziani, malati e donne in cinte. Non sono rari i casi di donne che hanno fatto della prostituzione, una professione per sopravvive nei Paesi ospitanti.

Le autorità brasiliane, secondo un articolo del ‘The New York Times’, affermano: «Stiamo già assistendo ad avvocati venezuelani che lavorano come cassieri di supermercati, donne venezuelane che fanno ricorso alla prostituzione, venezuelani indigeni che chiedono l’elemosina agli incroci del traffico. Alcuni stanno pagando ai contrabbandieri più di 1.000 dollari a persona per raggiungere città come Manaus e São Paulo, mentre altri riescono a passare il confine con il Brasile. A Pacaraima, una piccola città di frontiera brasiliana, centinaia di bambini venezuelani sono ora iscritti nelle scuole locali e intere famiglie dormono per le strade della città». Con le elezioni ‘addomesticate’ del prossimo 22 Aprile, la situazione potrebbe anche peggiorare, in quanto appare ormai scontata la vittoria di Maduro, si prevede un aumento del malcontento generale e un’ulteriore crescita delle ‘fughe’ dal Paese. Oltre alla povertà, l’aumento della malattia, carenza di cibo e medicinali, questa situazione ha generato il problema di un’esplosione della violenza. Tomás Páez, un professore che studia immigrazione all’ Università Centrale del Venezuela, ha dichiarato al ‘The New York Times’ che: «negli ultimi 18 mesi sono partiti 200.000 venezuelani, spinti dal desiderio di procurarsi cibo, lavoro e medicine, per non parlare del crimine che tali carenze hanno alimentato». Stando a quanto si legge nella relazione di K. O’Neil: «gli omicidi a Caracas risultano essere di gran lunga superiori a quelli di Baghdad e Kabul. Quasi il 40 per cento dei venezuelani afferma di essere stato derubato nell’ultimo anno. Un nuovo fenomeno di violenza politicamente orientata è in aumento. Durante le proteste di piazza nel 2017, oltre 150 venezuelani sono stati uccisi dalle forze governative, principalmente dalla Guardia Nazionale. Se la violenza politicamente motivata si intensifica, potrebbe portare all’emigrazione di massa. Tale violenza potrebbe essere stimolata da divisioni all’interno dell’opposizione o del regime».

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