martedì, Luglio 16

Il debito Usa è sempre meno sostenibile? Lo stato dei conti pubblici preoccupa il presidente della Fed

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Nel suo discorso pronunciato dinnanzi all’Economic Club di Washington, il presidente della Federal Reserve Jerome Powell non si è limitato a fornire assicurazioni circa la solidità economica degli Usa, ma ha anche richiamato in maniera velata l’attenzione sulle dimensioni colossali assunte dal debito statunitense. «È una questione di lungo periodo a cui dobbiamo senza dubbio far fronte; non abbiamo altra scelta», ha dichiarato testualmente Powell.

Secondo il parere del timoniere della Fed, la capacità del sistema-Paese di sostenere il debito è sempre più a rischio, in parte a causa degli effetti negativi dello shutdown, che secondo un calcolo formulato dagli analisti di Jp Morgan Chase peserebbe sull’erario pubblico circa 1,5 miliardi di dollari alla settimana. Attualmente, il Congresso è chiamato a decidere se innalzare il tetto dell’indebitamento o rinnovare la sospensione, in scadenza a marzo, decretata lo scorso anno. Nel caso in cui non si riuscisse a trovare un accordo, il Tesoro potrebbe vedersi costretto a ricorrere a misure straordinarie per reperire le risorse di cui ha bisogno, che andrebbero a dissestare ulteriormente i conti pubblici. A rilevarlo è stata l’agenzia di rating Fitch, che si è dichiarata pronta a decretare un declassamento del debito Usa in caso di prolungamento dello shutdown, ritenuto in grado di produrre un forte impatto sul budget federale. Le altre due ‘gemelle del rating’ (Moody’s e Standard & Poor’s) non intravedono invece alcun grosso problema all’orizzonte, forse perché memori di ciò che accadde nel 2011; all’epoca, il presidente di Standard & Poor’s Deven Sharma fu spinto alle dimissioni dal segretario al Tesoro Timothy Geithner per averosatodeclassare gli Stati Uniti in conseguenza di uno scontro istituzionale incentrato sul budget e sul tetto dell’indebitamento molto simile a quello che si consuma in questi giorni – il che la dice lunga sull’imparzialità delle agenzie di rating.

D’altro canto, il rialzo dei tassi deciso dalla Fed sotto la guida dello stesso Powell si è accompagnato alla liquidazione di Treasury Bond (T-Bond) e altri tipi di titoli di cui la stessa Banca Centrale aveva fatto incetta a partire dal 2008 nell’ambito dei programmi di Quantitative Easing (Qe). Con la stretta creditizia, varata attraverso l’inversione del Qe – il cosiddetto Quantiative Tightening (Qt) – si è automaticamente ridotto il credito bancario disponibile, mentre il livello di remunerazione garantito dai titoli obbligazionari saliva in parallelo alla riduzione del loro prezzo di vendita. La ritrovata attrattività dei T-Bond, dovuta al rialzo dei tassi, ha provocato un forte trasferimento di capitali dai mercati azionari a quelli obbligazionari. Il che da un lato ha posto le basi per una colossale crisi borsistica, e dall’altro ha caricato il Tesoro di oneri finanziari aggiuntivi. Anche perché l’acuirsi delle tensioni geopolitiche si sta traducendo in minore disponibilità di alcuni tradizionali alleati o partner di Washington ad investire nel debito Usa, come testimoniato della caduta degli acquisti di T-Bond su scala internazionale verificatasi tra agosto e ottobre: una perdita di quasi 80 miliardi di dollari – nello specifico, il valore dei titoli piazzati è passato da 6.277,9 a 6.199,6 miliardi di dollari. Il che ha obbligato il Dipartimento del Tesoro a offrire rendimenti maggiori. L’impatto sulle casse pubbliche è facilmente immaginabile.

A ciò va sommato il forte incremento del deficit federale, imputabile alla combinazione tra l’aumento delle spese militari e gli effetti diretti dell’entrata in vigore del Tax Cuts and Jobs Act; la radicale riforma fiscale elaborata dall’amministrazione Trump è infatti all’origine della caduta delle entrate tributarie, a cui il Dipartimento del Tesoro ha deciso di ovviare moltiplicando le emissioni di T-Bond. Ciò non potrà che provocare un aumento addizionale degli oneri sul debito, che coniugandosi con gli effetti della guerra commerciale che gli Stati Uniti hanno ingaggiato con Cina, Germania e Giappone, sta contribuendo a gettare i semi per un rialzo dei tassi ‘autonomo’ vale a dire non direttamente controllabile dalla Federal Reserve.

Si tratta di un fenomeno potenzialmente devastante, tenuto conto che un decennio di tassi a zero hanno provocato una colossale distorsione del mercato dei prestiti in tutti i settori dell’economia nazionale. Attualmente, il debito federale supera i 22 trilioni di dollari (più del doppio rispetto a quello registrato al momento della bancarotta di Lehman Brothers), quello societario a 6,3 trilioni e quello delle famiglie a 13,3 trilioni. Se a ciò si aggiunge l’incremento combinato dei debiti scolastici, di quelli per l’acquisto di automobili e di quelli legati alle carte di credito, è facile concludere che gli Stati Uniti stiano muovendosi su un campo minato. Non a caso, Peter Schiff, navigatissimo gestore di fondi, ha espresso l’opinione che «l’economia americana è in condizioni peggiori di quanto fosse dieci anni fa». Anche perché la Federal Reserve si trova in una posizione molto più delicata rispetto al 2008, così come la situazione debitoria in cui versa il sistema-Paese.

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