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Il cristianesimo in Nuova Zelanda field_506ffb1d3dbe2

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Sydney – E’ una ricorrenza particolare, quella del 25 Dicembre di quest’anno in Nuova Zelanda. Esattamente duecento anni prima, infatti, veniva celebrata la prima messa cristiana della storia del Paese, un evento che avrebbe plasmato l’evoluzione dell’allora colonia britannica.

Come in tutti i luoghi geograficamente remoti, una delle prime forme di contatto della Nuova Zelanda con il mondo occidentale è stata quella dei missionari cristiani, presenti nel dominio inglese sin dai primi anni del XIX secolo. La ‘Church Mission Society’, un’organizzazione religiosa anglicana, è stata una delle prime a stabilirsi nel Paese sotto la guida del reverendo Samuel Marsden, il missionario che fece la prima messa cristiana nel 1814. Marsden era giunto in Nuova Zelanda due anni prima, il 22 Dicembre 1812, approdando a Rangihoua, nella Baia delle Isole. Curiosamente, l’arrivo dei missionari ha comportato il festeggiamento, due anni fa, di un’altra ricorrenza storica – evento estremamente raro per una nazione dalla storia tanto recente – ovvero il bicentenario dall’arrivo dei primi cavalli. La spedizione di Marsden, infatti, portava al seguito uno stallone e due cavalle, oggi fonte di celebrazione per tutti gli appassionati di equitazione e per gli animalisti in generale. Il ‘New Zealand Horse Network’, in una nota ripresa dai maggiori media neozelandesi, ha voluto sottolineare il ruolo degli equini nello sviluppo storico del Paese, in cui i cavalli: «sono stati il nostro primo mezzo di trasporto, hanno aiutato a ripulire il bush e i campi, hanno consentito di stoccare cibo e bevande, hanno offerto svaghi sportivi e sono morti nelle guerre della nostra nazione». Il Prof. Tom Brooking, ordinario di Storia della Nuova Zelanda presso la University of Otago, ha aggiunto che: «La Nuova Zelanda è stata costruita sul dorso di un cavallo, piuttosto che su quello degli ovini come molti pensano».

Negli stessi anni, ad ogni modo, aveva inizio il rapporto conflittuale tra i colonizzatori britannici e le popolazione indigene. Come nella maggior parte dei casi della storia coloniale europea, infatti, le fertili terre neozelandesi erano abitate già da tempo da diversi gruppi di popolazioni indigene, il popolo Maori, i quali, secondo studi genetici recenti, erano presenti sul territorio a partire dal 1250-1300 dC. I primi incontri con gli esploratori si ebbero nel 1642, con Abel Tasman, e poi ancora nel 1769 con James Cook. Il 1840 fu un anno fondamentale nei rapporti tra coloni e Maori, come sottolineato da un esperto del Gruppo Storico del Ministero della Cultura della Nuova Zelanda, in un’intervista rilasciata a ‘L’Indro’ lo scorso Aprile: “In seguito a moltissimi scontri ed incomprensioni, anche a causa dell’incapacità degli Inglesi di parlare correttamente la lingua dei Maori, venne firmato un importante trattato nel 1840, il Trattato di Waitangi, il quale cedeva la sovranità alla Regina d’Inghilterra nella versione inglese e manteneva il dominio Maori, o Tino Rangatiratanga, sulla Nuova Zelanda. Il dibattito è aperto ancora oggi”.

Nonostante le molte frizioni con i coloni britannici e le tante ingiustizie subite dai Maori, comunque, l’arrivo del reverendo Samuel Marsden fu importante non solo per l’introduzione del cristianesimo nelle terre neozelandesi, ma anche per il fatto che quella spedizione era la prima con l’obiettivo di stabilire una colonia permanente nel Paese. A bordo della ‘Active’, la nave su cui viaggiava il missionario, c’erano infatti tre generazioni della famiglia Marsden, insieme ad altri missionari, alcune famiglie di coloni e diversi prigionieri spostati dal New South Wales australiano. Successive spedizioni di missionari portarono alla diffusione del credo cattolico – in parte grazie agli sforzi di Jean Baptiste Pompallier – e di quello presbiteriano, principalmente dovuto ai molti coloni scozzesi. Nei decenni, poi, il cristianesimo arrivò a fondersi con i credi dei Maori, portando alla creazione di nuove forme di cristianesimo come la chiesa Rātana e la chiesa Ringatū.

Oggi la Nuova Zelanda si prepara a festeggiare un Natale arricchito da questa ricorrenza, al pari dei discendenti del primo reverendo di Nuova Zelanda. Sabato scorso è stato presentato un libro che illustra i 200 anni di storia della famiglia Marsden nel Paese, presentato dal reverendo Samuel Marsden, pro-pro-pro-nipote del primo missionario. Marsden parlerà anche in occasione delle celebrazioni che si terranno ad Auckland tra il 16 ed il 18 Gennaio 2015, un segno dell’importanza di questa ricorrenza.

A questo punto, tuttavia, è impossibile non fare una riflessione circa l’attuale ruolo del cristianesimo e della religione in generale in Nuova Zelanda. Secondo l’ultimo censimento ufficiale, per la prima volta da quando sono effettuate le rilevazioni, meno della metà dei Neozelandesi si dichiara cristiano. Per la precisione, il 47% ha dichiarato di ritenersi cristiano, segnando un importante calo rispetto al 56% rilevato nel 2006. Gli anglicani sono coloro che hanno subìto il maggiore calo proporzionale, perdendo quasi il 20% dall’ultimo censimento, cifre che hanno portato per la prima volta il cattolicesimo a diventare il più importante credo cristiano nel Paese, nonostante ci sia stato una flessione anche tra coloro che si definiscono cattolici. Le confessioni minori, come gli evangelici e gli avventisti, hanno mostrato una lieve crescita, così come è cresciuto il numero di coloro che si definiscono genericamente “cristiani”. La maggiore crescita, tuttavia, è rappresentata dagli atei e dagli agnostici, ora quasi il 40% della popolazione campione.

Oggi, dunque, la Nuova Zelanda si appresta a celebrare il Natale così come è pronta a festeggiare i 200 anni di cristianesimo nel Paese, ma molti riflettono sul ruolo di queste celebrazioni nella Nuova Zelanda di oggi. Il Prof. Paul Moon, ordinario di storia presso la Auckland University of Technology, ha recentemente inviato una lettera al quotidiano ‘The New Zealand Herald’, in cui propone di interessarsi maggiormente alla storia nazionale, a prescindere dai propri credi personali, perché: «E’ nel passato del Paese che ha le radici il nostro essere Neozelandesi. E’ lì, tra le sue sfaccettature colorate, caotiche ed idiosincratiche, che dobbiamo cercarlo». Forse, oggi, è proprio questa la chiave di lettura migliore per confrontarsi con il bicentenario di quest’anno.

 

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