martedì, Ottobre 27

Il Covid-19 non fa bene ai populisti Thomas Kleine-Brockhoff del German Marshall Fund spiega come e perché la pandemia ha smascherato la mentalità cospirativa dei nazionalisti populisti e la loro ignoranza. La crisi ha privato il nazionalismo populista di ossigeno perché per respirare i cittadini hanno avuto bisogno di solidarietà, non di polarizzazione. Il post-Covid-19 potrebbe però essere un ricostituente

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Il coronavirus Covid-19 sembrerebbe non abbia fatto bene ai populisti, ma il post-Covid-19 potrebbe far loro da ricostituente. Lo sostiene una composita analisi del German Marshall Fund, a firma di Thomas Kleine-Brockhoff,vicepresidente del German Marshall Fund degli Stati Uniti (GMF), già consulente di Joachim Gauck, presidente della Germania e capo dell’ufficio di Washington di ‘DIE ZEIT’.

Quando ci si rese conto che Covid-19 era una pandemia che stava intaccando l’intero pianeta,molti osservatori della politica internazionale sostennero che l’evento avrebbe impresso una accelerata a tutti i processi in corso, tra questi la deriva populista in atto in diverse parti del mondo.Secondo Brockhoff è esattamente l’opposto, «a diversi mesi dall’inizio della crisi sono emersi elementi di discontinuità che indicano non un’accelerazione ma una decelerazione della storia». E ciò sarebbe particolarmente vero per quanto riguarda i populismi: «La politica della pandemia sembra aver rallentato, non accelerato l’ascesa globale dei nazionalisti populisti», i loro argomenti appaiono stantii, i sondaggi depongono a sfavore e le «vittorie elettorali sono improvvisamente più difficili da ottenere. Il loro slancio si sta arrestando. Dove governano i nazionalisti populisti, le loro prestazioni lasciano a desiderare». Presto per dire che stanno iniziando la discesa, ma l’arresto della loro cavalcata appare evidente.

Dal punto di vista teorico, «una pandemia mondiale consentirebbe ai nazionalisti populisti al governo di rafforzare la loro presa sul potere. In un momento di crisi che rende più accettabile la centralizzazione del potere, potrebbe essere rapidamente avanzata un’agenda anti-pluralista». Là dove sono al potere sono pronti a «guadagnare ancora più terreno acerbando la polarizzazione sociale e alimentando guerre culturali», dove sono all’opposizione «la crisi avrebbe dovuto evidenziare la debolezza e la corruzione delle élite al governo. Il prevedibile fallimento della leadership dominante consentirebbe loro di presentarsi come alternative praticabili, facendo così un passo avanti verso il potere».

Gli esempi che vengono dalla storia non mancano. Da sempre le opposizioni sanno che il disastro offre loro opportunità. «La peste del XIV secolo, che ha eliminato più del 40 per cento della popolazione europea, ha screditato i leader del governo e della società, i suoi sacerdoti e i suoi intellettuali, persino le leggi e le teorie da loro sostenute.
Secoli dopo
, la crisi finanziaria del 2008 ha generato un’ondata di populismo anti-establishment (da destra e da sinistra) che è stato determinante per sostituire i leader in tutto il mondo.
Con questo in mente, gli strateghi del movimento populista hanno visto la pandemia di coronavirus come una crisi che non volevano sprecare».

Così, appena la crisi è scoppiata hanno pensato che l’onda della crisi potesse favorire la loro avanzata e hanno aperto e utilizzato tutto il loro arsenale di argomenti.
Negli Stati Uniti, suNational Review’, «Michael Brendan Dougherty, ha parlato a nome di molti quando ha affermato che “l’incidente del coronavirus aumenterà solo la domanda e l’apertura degli elettori occidentali al [nazionalismo populista]”. Soprattutto i giovani che si sentono attratti dalla destra “usciranno da questa esperienza più scettici nei confronti della Cina, più critici nei confronti della politica economica pre-crisi del Partito Repubblicano, più sospettosi dei flussi incontrollati di lavoro, capitali e merci attraverso i confini”». Mentre il Presidente Donald Trump «ha trattato il virus come un attacco agli Stati Uniti da suolo straniero, definendolo il ‘virus Wuhan’ e incolpando la Cina per averlo esportato intenzionalmente». Dall’altra parte dell’oceano,«Alice Weidel, leader del partito Alternative für Deutschland (AfD) nel parlamento federale tedesco, ha accusato la diffusione del virus su quello che ha definito ‘il dogma delle frontiere aperte’». «Anche i governanti turchi si sono sentiti vittime di attori esterni», «un ‘attacco globale’, come ha affermato Numan Kurtulmus, il vicepresidente del partito al governo». «Il governo brasiliano ha visto lo stesso attacco sul proprio territorio, ma ha chiamato in causa un altro colpevole. Il Ministro degli Esteri Ernesto Araujo ha visto ‘un ritorno dell’incubo comunista’ sotto le spoglie di un ‘progetto globalista’, con l’obiettivo di rafforzare organizzazioni internazionali maligne come l’Organizzazione mondiale della sanità a scapito degli Stati nazionali».
A questi attacchi di varia natura i populisti erano pronti a dare la loro risposta, offrendosi come rassicurazione.

Laddove si profilano pericoli così enormi e lo Stato Nazione è vittima di dubbie forze globaliste, i cittadini hanno bisogno di protezione. I leader di Brasile e Turchia, così come molti altri membri del mondo populista, hanno prontamente offerto tali assicurazioni. «Ai nazionalisti populisti piaceva l’idea che l’autoritarismo fosse superiore alla democrazia nell’affrontare una pandemia, una teoria spacciata per la prima volta sulla stampa del Partito Comunista Cinese. Sembrava supportare il concetto che fosse necessaria una forte leadership in combinazione con poteri di emergenza, mentre i controlli e gli equilibri sembravano superflui».Concetto applicato da politici quali Aleksandar Vučić in Serbia, Narendra Modi in India o Victor Orbán in Ungheria, piuttosto che Donald Trump e il polacco Mateusz Morawiecki che hanno chiuso unilateralmente i confini dei loro Paese, «per far fronte all’idea che l’isolamento nazionale da un mondo pericoloso fornisse le risposte desiderate.

La strategia della concentrazione del potere fino all’autoritarismo è costato un prezzo non da poco.

«La più grande dittatura del mondo, la Cina, è riuscita inizialmente a reprimere la pandemia, Russia e Iran no». Poteri che erano in grado di mettere in campo tutte le risorse disponibili, eppure si sono trovati indifesi all’assalto del virus.«Semplicemente non c’è un modo per usare con successo la forza per convincere le persone a lavarsi le mani».
«Allo stesso tempo, i Paesi con sistemi di governo liberali democratici complessi, centri di potere multipli, opposizioni vivaci e controlli giudiziari attivi si sono comportati molto bene, anzi meglio di una miriade di Stati illiberali che hanno applicato politiche e restrizioni simili. Hanno anche ottenuto risultati migliori rispetto a diverse autocrazie che hanno introdotto blocchi più rigorosi».

Mentre l’Italia e la Spagna democratiche pluraliste, ad esempio, hanno faticato all’inizio, le democrazie liberali di Taiwan, Corea del Sud, Danimarca e Germania sono riuscite molto bene sin dall’inizio.

Carl Benedict Frey dell’Università di Oxford ha studiato questo fenomeno in 111 Paesi. «Lui e i suoi coautori hanno scoperto che le misure di blocco delle democrazie sono state più efficaci nel ridurre i movimenti e gli spostamenti» . I cittadini nelle democrazie“, afferma Frey, “sono più propensi a rispettare le regole stabilite dai loro governi“, mentre “la repressione politica riduce la cooperazione».

Regimi illiberali e autoritari hanno subito un grave colpo durante la crisi del coronavirus. «Mentre una leadership coerente e trasparente è molto richiesta in tempi di crisi, la governance invadente e le libertà limitate sembrano non esserlo. La fiducia sociale e lo spirito civico, un senso di responsabilità individuale combinato con un apparato statale competente e una leadership credibile, sono state le caratteristiche del governo che hanno portato a prestazioni impressionanti nella soppressione del virus. Le democrazie liberali forniscono più di questi ingredienti degli Stati illiberali e certamente delle autocrazie».

Non è stata solo la cattiva amministrazione a far fallire le politiche dei nazionalisti populisti, «è la loro sorprendente incoerenza». Al potere hanno usato la pandemia «per fare rapidi progressi verso l’illiberalismo e il controllo statale»;all’opposizione «hanno abbracciato il libertarismo, presentandosi come i cavalieri bianchi delle libertà civili. Sono emersi come crociati della libertà di fronte a uno Stato presumibilmente prepotente. Hanno attaccato i governi tradizionali per aver adottato le stesse misure di emergenza che i loro colleghi populisti al potere in altri Paesi hanno abbracciato – e spesso hanno superato», afferma Brockhoff . In Germania, l’AfD, tutta ‘legge e ordine’ «ha improvvisamente scoperto una vena civile libertaria e ha denunciato le misure del Cancelliere Angela Merkel per sopprimere il virus come non necessarie, sproporzionate, e in violazione dei diritti fondamentali dei cittadini. L’italiano Matteo Salvini, leader del partito della Lega Nord, si è unito al coro della difesa della libertà dal blocco definendo ‘autoritario’ il governo di centrosinistra perché reprimeva la libertà di movimento dei cittadini e presumibilmente impoveriva la popolazione. Allo stesso tempo, Salvini ha gestito con acrobazie intellettuali la sua ammirazione per la decisione di Orbán di chiudere il Parlamento e concentrare il potere nelle sue mani.

Voler avere entrambe le cose non è una specialità di cui Salvini è stato il pioniere: il presidente Trump ha sviluppato una padronanza senza pari di questa tattica. Nello stesso momento in cui lui e la sua amministrazione hanno affermato di sostenere gli ordini di soggiorno a casa, la chiusura temporanea delle attività commerciali e le misure di allontanamento sociale, ha mobilitato i cittadini contro questa stessa politica incoraggiandoli a protestare in nome della ‘libertà’».

«Lungi dal vivere il loro impegno a proteggere ‘le persone reali’ dalla presunta oppressione delle ‘élite’, i partiti nazionalisti populisti sono diventati ricettacoli per i teorici della cospirazione, alcuni dei quali hanno persino abbracciato il culto di QAnon. E spettava ai tanto disprezzati politici tradizionali e ai loro altrettanto derisi consiglieri scientifici ideare strategie e organizzare il consenso della società per la lotta per proteggere le vite dalla pandemia».

Ma la struttura intellettuale del movimento si è disfatta durante la crisi. «Molti dei driver che avevano alimentato l’ascesa del movimento ora minano i tradizionali pilastri del suo sostegno. La crisi ha privato il nazionalismo populista di ossigeno perché per respirare i cittadini avevano bisogno di solidarietà, non di polarizzazione. Invece di smascherare la presunta debolezza e la corruzione delle élite al governo, nonché i pregiudizi degli scienziati, la pandemia ha brutalmente esposto la mentalità cospirazionistadei nazionalisti populisti, le loro verità alternative di fronte a fatti scomodi, la loro alternativa da futile a mortale alle medicine, il loro disprezzo per la piccola persona, la loro ignoranza sul potere della fiducia sociale». Il movimento è in tilt. Kleine-Brockhoff richiama i sondaggi realizzati da svariati istituti durante la primavera e l’estate, i quali hanno visto i partiti populisti e i loro leader rimpinzarsi. Dopo questa fase, sono iniziati a diminuire notevolemte. L’AfD si è indebolito dal 13% nei sondaggi pre-corona al 10% nell’estate 2020. La Lega Nord è scesa dal 30% al 26% nei sondaggi nazionali e il 66% degli americani disapprova la gestione della crisi del coronavirus da parte di Donald Trump.
«Nemmeno usare la risposta alla pandemia come strumento per le guerre culturali ha funzionato abbastanza bene. Definire le maschere per il viso simboli di codardia ed elitarismo culturale -come hanno fatto Jair Bolsonaro, Matteo Salvini e Donald Trump- è riuscito solo a radunare le loro basi di fan incrollabili. Per tutti gli altri questa tattica ha rivelato l’infatuazione ideologica del movimento e la pericolosa propensione a correre rischi incalcolabili con la vita degli altri».

«I fallimenti dei nazionalisti populisti hanno suscitato reazioni euforiche dal campo liberale. La crisi del coronavirus sembrava la pausa che i liberali stavano aspettando. Angela Merkel ha parlato a nome di molti quando ha detto al Parlamento europeo a luglio che “il populismo che nega i fatti sta mostrando i suoi limiti“. Dopotutto, non è facile negare i fatti quando si trovano sul campo negli ospedali e negli obitori locali. Per l’autore britannico Peter Pomerantsev, la pandemia ha rappresentato “un momento di speranza” perché all’improvviso sono emerse indicazioni che “i Salvini, i Bolsonaro e i Trionfi non possiedono questo mondo”. Le persone, ha scritto Pomerantsev, sono semplicemente meno propense a votare per politiche che potrebbero ucciderle». [20]

Questo corso degli eventi ha smentito la teoria della pandemia come un acceleratore della storia? La cattiva amministrazione presagirà la rovina di quei nazionalisti populisti che occupano posizioni di potere? Il collasso intellettuale del movimento anticiperà il loro graduale allontanamento dalla scena? Si chiede retorico Thomas Kleine-Brockhoff.

«Il fatto che l’imperatore non abbia vestiti è, ovviamente, il concetto più caro ai liberali basato sulla convinzione illuminata che i fatti e le osservazioni oggettivate governano il comportamento. Ma potrebbe essere nient’altro che una fantasia malinconica, come avverte Jan-Werner Müller di Princeton. A suo avviso, smascherare l’incompetenza non sarà sufficiente a rendere irrilevanti i nazionalisti populisti perchénessun populista è mai rimasto senza capri espiatori»,posizione condivisa da altri autorevoli studiosi.
«Il movimento non sarà magicamente spazzato viaprima che vengano affrontate le cause profonde della sua ascesa, scrive Rosa Balfour di Carnegie Europe. L’ intellettuale bulgaro Ivan Krastev è persino sicuro che “la rabbia torneràuna volta che il pericolo mortale si ritirerà»

«La crisi del coronavirus potrebbe offrire ai nazionalisti populisti una seconda prospettiva di vita se colgono le opportunità che sicuramente la prossima fase della crisi offrirà loro. Se un vaccino sarà disponibile per ampie porzioni del pubblico globale in tempi relativamente brevi, la crisi sanitaria si placherà mentre la crisi economica persisterà. Le sue implicazioni potrebberoaprire nuove possibilità” per i nazionalisti populisti, avverte Nadia Urbinati della Columbia University, soprattutto dove sono all’opposizione. Come ogni contrazione economica, la recessione indotta dal virus non servirà da grande compensatore. Piuttosto, esacerberà le divisioni economiche e sociali, aprendo così lo spazio ai demagoghi che prosperano sulla divisione e sulla polarizzazione. In stile marchio di fabbrica, sosterranno che le élite governative in gran parte non influenzate dalla recessione non si preoccuperanno molto di una continua crisi economica. Ecco perché ‘il popolo’ può essere adeguatamente rappresentato solo dai nazionalisti populisti».

«Secondo la teoria economica, il ritorno più veloce possibile a scambi, viaggi e investimenti aperti è la via migliore per una rinnovata prosperità. Ma è del tutto possibile che “le misure di emergenza di oggi si irrigidiranno nelle regole istituzionalizzate di domani”. I Paesi potrebbero decidere di non osare più fare affidamento sulle importazioni e definire lunghi elenchi di merci da produrre in patria. Alcune di queste misure possono essere inevitabili, addirittura necessarie, soprattutto quando si tratta di forniture mediche e farmaceutiche e di prodotti essenziali per la sicurezza nazionale. Le catene di fornitura globali basate sulla produzione just-in-time si sono dimostrate tutt’altro che a prova di shock.

Il mondo non può permettersi una versione fragile della globalizzazione. Un’adeguata ridondanza attraverso l’accumulo di scorte e il ricorso a più fornitori internazionali aumenterà la resilienza. Questo tipo di ‘precauzione’, come lo chiama l’ex capo dell’Organizzazione mondiale del commercio Pascal Lamy, non deve essere confuso con il protezionismo. Il primo vuole rafforzare e migliorare la globalizzazione accettando limiti all’efficienza; il secondo vuole ridurre e infine distruggere la globalizzazione in nome della sovranità».

«I nazionalisti populisti useranno la prossima fase della crisi del coronavirus per rafforzare le loro ragioni a favore del disaccoppiamento e dell’isolazionismo economico», «sosterranno che l’unica via verso un ordine economico stabile e l’unico modo per prevenire future pandemie sarà la de-globalizzazione del mondo: costruire muri, limitare i viaggi, ridurre al minimo l’immigrazione, ridurre il commercio, rimpatriare la produzione.L’obiettivo finale è l’autarchia, proprio come l’obiettivo del nazionalista era negli anni ’30, con risultati ben documentati».

«Data questa storia, dovrebbe essere relativamente semplice per gli internazionalisti tradizionali vincere questo argomento. Ma il campo anti-populista è sempre più frammentato. Alcuni hanno scoperto ilprotezionismo progressista’ come una versione di sinistra e verde del ‘riprendere il controllo’. Sostengono che le frontiere sempre più aperte aumenteranno la disuguaglianza e minacceranno l’ambiente. La pandemia di coronavirus è stata per loro un colpo al braccio, soprattutto in Europa dove un numero crescente di ‘sovranisti strategici’ ha abbracciato il ‘protezionismo progressista’. Mentre si sforzano di definire cosa significhi effettivamente sovranità per un organismo sovranazionale come l’Unione Europea, vedono il protezionismo come una polizza assicurativa contro un mondo a somma sempre più zero dominato dalle superpotenze nazionaliste Cina e Stati Uniti. Come osservano astutamente e con approvazione Ivan Krastev e Mark Leonard del Consiglio europeo per le relazioni estere, “questa visione del mondo rimescola la tradizionale linea di demarcazione tra globalisti e nazionalisti“. Tuttavia, non riescono a notare il pericolo insito in una tale lotta: che gli elettori, alla fine,possano andare d’accordo con l’originale, non con la copia. Finora, i nazionalisti populisti, soprattutto quelli senza potere, non sono stati in grado di trarre vantaggio dalla pandemia. Tuttavia,in assenza di una chiara e convincente argomentazione internazionalista sulla globalizzazione post-pandemia, potrebbe essere una buona stagione per i nazionalisti populisti»,conclude Brockhoff.

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