venerdì, Giugno 5

Il coronavirus si sta mangiando i libri (e i librai) Presto l’ecatombe non riguarderà solo le morti per Covid-19, ma anche quelle per suicidi o morte per ferita accorsa in rivolte di massa

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Tra i tanti pensieri che questo tempo dilatato da coronavirus Covid-19 mi dona, ovviamente, ci sono quelli che riguardano il mio lavoro, come proteggerlo e salvarlo. Sono appunto un libraio da più di vent’anni e il decreto degli inizi di marzo ha stabilito la chiusura della mia attività e quella delle cosiddette ‘attività non di stretta necessità’.

Ora, premettendo che le misure restrittive mi trovano d’accordo, perché consigliate dalla scienza e non dalla politica, sulla qualifica distrettamente necessarioenonci sarebbe da aprire un lungo dibattito, ma solo perché questa classificazione non pare seguire una logica e come minimo risulta essere alquanto fumosa. Potrei interrogarmi sul perché le sigarette siano più necessarie di un libro, ma su questo il ragionamento trova facili e solide giustificazioni. Il tabacco è tra i principali finanziatori dello Stato.

Appurate le motivazioni, ho riflettuto da subito su come poter fare per poter tenere in piedi la libreria nonostante sia chiusa, e quindi non produca alcun reddito per me e la mia famiglia.
Ho messo in campo ogni risorsa, creato contatti con i clienti per organizzare vendite a distanza. Piccoli palliativi che ovviamente non possono rappresentare un reddito dignitoso, e comunque non adeguato a sostenere spese inevitabili come il mutuo per la prima casa, l’affitto dei locali commerciali, le bollette, il fabbisogno alimentare. A questo punto, mentre lo Stato mi mandava le faccine con i cuoricini, quelle col braccio a novanta gradi, molto equivocabile se ci appoggi una mano sulla parte del bicipite, ho cominciato a pensare che la prima cosa da fare era un po’ come i vecchi bottegai ci hanno insegnato a fare. Foglio contabile e penna, riga tracciata in mezzo, due voci, una è ‘entrate’ e l’altra ‘uscite’.

La compilazione della sezione uscite può risultare, per una partita IVA, un qualcosa di simile ad un poema epico.
Pagamento fornitori per investimenti fatti pre Covid-19, le già citate spese per affitti, mutui,utenze. Queste, tutte comunque facenti parte del rischio d’impresa, quindi più facilmente comprensibili. Alla voce incomprensibili, spesso ci sono esborsi e tasse che la teoria sulla relatività sembra quasi una divisione in colonna in quanto a semplicità e struttura.
Allora ho fatto come sempre spallucce e mi sono rivolto con lo sguardo sempre allo Stato. Altre faccine con i cuoricini e qualche ashtag tipo #uniticelafaremo #nonvilasceremosoli e volemosebene. Ma leggendo meglio tra le righe ho capito che lo Stato voleva aiutarmi. In codice, ma lo stava offrendo questo aiuto. Mi hanno promesso che mi avrebbero bloccato il mutuo prima casa, i finanziamenti d’impresa, il pagamento tributi, i versamenti IVA e altre pratiche esoteriche a sostegno del fallimento delle partite IVA di cui molti di voi già sanno.

Ora voglio risparmiarvi la parte in cui scrivo che ho creduto a tutto, ho abbracciato commosso i miei cari ed ho detto loro che quando un commerciante ha veramente bisogno, lo Stato c’è sempre. No, non lo farò perché non ho creduto che avrebbero fatto tutto e in fretta. Perché le attività sono sospese ADESSO, non da quando il solito genio del legislatore deciderà di tramutare in fatti le parole. In quel tempo le attività potrebbero essere CHIUSE PER SEMPRE.

A quasi un mese dalla pubblicazione del DPCM ci troviamo con un pc davanti, chi può permetterselo e sa usarlo, e un’infinità di autocertificazioni da produrre e stampare, per chi una stampante in casa ce l’ha. Il tutto per ottenere un’identità digitale che ti farà proseguire nell’ottenere un Pin che ti farà proseguire nell’invio della domanda di un’elemosina, che ti farà sperare di pagarti mezza rata dell’affitto o mezza rata del mutuo o tutto un pacchetto di pillole per suicidarti di botto. Leggere in queste ore che la disponibilità di questi sussidi potrebbe concretizzarsi verso metà maggio mi fa inorridire e non per la consistenza in sé dell’aiuto, ma per la sempre più sconcertante inutilità del nostro sistema legislativo.

A tal proposito apro una parentesi per lanciare un disperato quanto romantico appello. Prima di morire voglio una foto di alcuni tra gli scienziati che siedono dietro una scrivania a pensare le leggi economiche dello Stato in cui vivo. Ci sarà sempre un posto d’onore sul comodino della mia stanza da letto, accanto alle cornicette d’argento. Mai penserei che meritino invece quello nella dispensa della carta igienica, con il dovuto ironismo.

Ma tornando al foglio con ‘entrate’ ed ‘uscite’, fatta salva l’inconsistenza delle attuali promesse,la mia concentrazione si è rivolta tutta sulla voce entrate’.
La speranza a quel punto è stata riposta nei crediti verso la Pubblica Amministrazione!
Si, quella era la strada, la speranza.
Una libreria, lavorando a contatto con il mondo della scuola, matura periodicamente dei crediti derivanti da forniture alle scuole, rimborso alle famiglie per conto dei Comuni e della Regione del famoso ‘buono libri’, varie ed altre forme di collaborazione in progetti con enti pubblici e privati. Ora, mentre per quanto riguarda le scuole, l’incasso dei crediti è quasi sempre immediato se non differito di qualche mese, per quanto riguarda Comuni e Regioni, fortemente influenzati dalla politica (di bilancio elettorale), i crediti vantati sono qualcosa di paragonabile al bottino ottenuto con 72 ore di gioco al Monopoli. I Comuni con strategiche mosse di bilancio falsato, con lo stile del gioco delle tre carte, fanno scomparire le somme destinate al rimborso di questi ‘buoni libro’, le Regioni inscenano con la complicità degli uffici scolastici provinciali (Provveditorato agli studi), una sorta di balletto degli esercizi finanziari. Per spiegarla con termini semplici, per pagare le nostre fatture relative ai buoni libro, la Regione, solo in alcuni periodi dell’anno, a libero arbitrio, apre una cassa finanziaria ai Provveditorati che provvedono al pagamento delle stesse. Come dire, questi soldi sono tuoi, ma devo alzarmi col piglio giusto per pigiare sul bottoncino ‘paga’.

Tutto questo è allucinante se si pensa a tre fattori fondamentali. Il primo è che le somme fanno parte di uno stanziamento di bilancio preventivo. La seconda è che le fatture elettroniche relative, come tutte quelle emesse da quando la legge è entrata in vigore, ordinano il pagamento tassativo entro i 60 giorni dal ricevimento. La terza, è che queste fatture rappresentano esclusivamente un rimborso nostro ‘per conto dello Stato’, quindi un’erogazione di sussidio alle famiglie attraverso le librerie e quindi la nostra fattura non andrebbe messa in coda per il pagamento insieme a chi ‘vende’ agli stessi enti.

Con tutto questo scenario davanti, la mia attività, nella fattispecie, si ritrova a vantare, fortunatamente o sfortunatamente, più crediti rispetto ai debiti da onorare.
E in che scenario ci troviamo oggi? Bene, con il terrore che non riuscendo a venire fuori da questo pantano burocratico, non riuscendo ad incassare i crediti verso la pubblica amministrazione, rischiamo di vederci protestare cambiali o assegni bancari con la conseguente iscrizione al libro nero dei commercianti insolventi, che, tradotto in termini pratici, significa FALLIMENTO.

Se si continuerà a perseguire questa strada, presto l’ecatombe non riguarderà solo le morti per Covid-19, ma anche quelle per suicidi o in un’altra ipotesi ancora più drammatica, in morte per ferita accorsa in rivolte di massa.

Ho da subito sostenuto le mie ragioni sottolineando che il contenzioso, nel nostro caso non fosse tra due persone fisiche, magari un cliente che non ti ha pagato il conto perché in difficoltà e noi commercianti, ma è tra noi esseri umani, individui con una dignità, un progetto, un sogno e lo Stato, un bottone, un bilancio falsato o come meglio vogliate definirlo.

Questa situazione non è più accettabile oggi e non dovrà più esserlo domani, quando si dovrà ripartire dalle macerie. Non è più concepibile che lo Stato dichiari di avere debiti nei nostri confronti per diverse centinaia di migliaia di euro e non li onori per assenza di chi si alza la mattina e deve schiacciare quel bottone sul comando ‘invia pagamento’ o per chi quei soldi li giostra per ottenere consensi elettorali.
Noi questo Stato non lo meritiamo, perché ci alziamo la mattina senza nessuna certezza economica, ma solo con la speranza di poter meritare il sostegno dei nostri Clienti attraverso lo svolgimento maniacale della nostra professione; andiamo a lavoro anche ammalati perché pur pagando l’INPS non abbiamo diritto alla malattia; percepiremo una pensione da fame e non avremo alcuna liquidazione di fine lavoro. Noi vogliamo onorati almeno i debiti che lo Stato ha nei nostri confronti, alla stessa velocità con cui esso vuole che noi onoriamo i nostri doveri in tasse allucinanti e adempimenti da altra galassia.

Noi siamo il sottobosco per l’economia del nostro Paese, manteniamo il terreno sottostante umido e fertile e per questo ne verremo fuori come veniamo fuori con i nostri piccoli arbusti, ogni qualvolta uno spiraglio di luce e ossigeno ci da linfa dopo il crollo di un grosso tronco. Ma non dobbiamo difenderci da inutili pesticidi.

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