domenica, Luglio 5

Il coraggio delle donne nell’India di oggi Registe attrici e tematiche al femminile dominano ‘River to River’ la Rassegna cinematografica conclusasi a Firenze, unica in Italia. A colloquio con Selvaggia Velo sul percorso di emancipazione delle donne come nel film Hallaro vincitore del Festival

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C’ è un India che appartiene alla memoria, ai sognie alle aspettative  delle generazioni della fine degli Anni 60  e inizio 70,  quando  tantissimi ragazzi e ragazze di allora – i ‘figli dei fiori’ – intrapresero  il loro pellegrinaggio ‘purificatore’ in quelle terre lontane attratti dalla Meditazione Trascendentale, dalle pratiche religiose dei Guru e del Buddismo, dalla non violenza  che  rappresentava un ‘modello alternativo’ alla ferocia della guerra del Vietnam,  anche i Beatles  ne furono inizialmente contagiati, e c’è un’India dei decenni successivi, diversa, meno spirituale ed esagerata, quella dei matrimoni in  stile Bollywood.  Nel mezzo ci sono tante realtà di quel mondo e di quelle culture, tradizioni e modi di vita che ignoriamo poiché l’interesse di un tempo è venuto meno e le cronache  delle quotidiane vicende poco raccontano della complessa  realtà di quel  travagliato mondo.  

Ebbene, il Festival River to River, che ha visto svolgersi al Cinema La Compagnia di Firenze, la 19° edizione, è l’unica finestra in Italia  aperta su quel mondo, attraverso la quale  lo spettatore può farsi un’idea  più precisa di ciò che si muove in quella realtà, colmando una lacuna  piuttosto seria. Altro che lacuna, un vuoto enorme, un deserto di conoscenze!esclama Selvaggia Velo, la direttrice del Festival, che da anni sta portando avanti con il suo staff questo  progetto di educazione culturale. “Si pensi che in Italia  arriva dall’India un film ogni 5 anni per rendersi conto del vuoto di conoscenza di quella realtà, della quale  qui in Italia si ha un’idea stereotipata, una visione non reale di ciò che è l’India oggi. Un vuoto che cerchiamo di colmare proponendo  film, cortometraggi, mostre fotografiche, corsi di cucina indiana, incontri con registi, produttori, attrici e attori  sia del cinema che delle serie tv.

E quale India la rassegna ci racconta attraverso il cinema, quanto lontana dalla nostra realtà?

Meno di quanto s’immagini, poiché i problemi della quotidianità per vari aspetti sono gli stessi che  interessano anche noi: la famiglia, i sentimenti, il lavoro, i pregiudizi, le relazioni interpersonali….”

L’impressione che ne ho ricavato  è che  questa edizione del Festival  parla prevalentemente al femminile.

Sì, è così,  le donne non solo come registe,sceneggiatrici, attrici,  sono state le principali protagoniste, ma soprattutto le tematiche che le riguardano  o che coraggiosamente portano avanti sono al centro dell’interesse della recente filmografia.  Tanto da ottenere il grande plauso del pubblico, che ha assegnato il primo premio  al film Hellaro, che è una storia di emancipazione dallo stato patriarcale e, tra i documentari  il primo premio  è andato a My Home India, regista una donna. Inoltre, a vincere il premio per il miglior cortometraggio è stato “Seherdi SachinAggarwal, lavoro che racconta il viaggio in taxi intrapreso da una giovane per andare a visitare il Taj Mahal. Durante il tragitto, un guasto alla macchina sarà l’occasione per instaurare un dialogo più approfondito con l’autista. Cosa che in altri tempi non sarebbe stata possibile”.

Ma anche in altri lavori  le tematiche femminili dominano la scena.

L’offerta del Festival è stata  ampia e articolata:  in sei giorni, ventisei pellicole tra prime europee e italiane e 40 eventi complessivi tra proiezioni, mostre fotografiche, incontri con i protagonisti, lezioni di cucina ed eventi off. Le tematiche spaziavano tra generi e temi diversi: dal thriller giudiziario alle animazioni, dalla leggerezza delle serie web alle storie di emancipazione al femminile”.

Hellarosottolinea Selvaggiala pellicola vincitrice, è appunto la conferma di un’attenzione particolare al ruolo della donna”.  

Cosa racconta questo straordinario  e suggestivo film?

E’ un lavoro scritto e diretto dal giovane regista Abhishek Shah,  una storia semplice ma raccontata in un modo potente, quella di 12 donne e del loro coraggio di sfidare le regole. Le coreografie e la musica aiutano a rendere unica questa pellicola. E’ una storia di donne, matrimoni e luoghi di un passato non molto lontanoIl film dai panorami mozzafiato dipinge l’esistenza delle donne di un villaggio dei primi anni ’70 nel Rann di Kutch, nel Nord dell’India, costrette a lavori pesanti, a raccogliere l’acqua dal pozzo mentre il villaggio è afflitto dalla siccità. La raccolta dell’acqua e il percorso per arrivare al pozzo è l’unico elemento di distrazione da una condizione di oppressione e di subordinazione assoluta. Tra loro c’è anche la giovane Manjhri sposa ad un uomo del posto. Poi una mattina troveranno qualcuno che cambierà le loro vite per sempre. Quel qualcuno è un anziano musicista che, con il suono del suo tamburo, diviene un forte elemento di attrazione. E attraverso la danza queste donne esprimono il loro spirito di liberd’indipendenza fino allora soffocato”.

Il film è un percorso di emancipazione e  non a caso è ambientato in quei primi anni ’70  che videro un grande momento di contaminazione tra culture occidentali e orientali, di cui si avverte ancora traccia. Grande la soddisfazione del regista  e sceneggiatore Abhishek Shah e del produttorePrateek Gupta – entrambi ospiti del festivalper  il Premio ricevuto quale miglior film: È una sensazione estatica che un film uscito da una piccola e remota regione come il Kutch nel Gujarat possa connettersi così bene al pubblico italiano, che ha deciso di omaggiarci dandoci l’onore di questo premio quindi ne siamo molto felici. A nome di tutto il team di Hellaro, non ci resta che dire a tutti grazie mille! Tornando al film che ha vinto nel settore documentari, ‘My Home India’, l’autrice è una donna, la regista Anjali Bhushan, che ha filmato le testimonianze dei superstiti polacchi dei campi di concentramento ( Gulag della Siberia) della Seconda guerra mondiale accolti a Kolhapur, in India. Anche qui sono donne ad accogliere i profughi. Altri lavori da segnalare il documentario ‘Welcome Valentine del regista Dhruv Satija che racconta la storia di un prete hindu non conservatore che sposa coppie che la società e la famiglia non approvano, tutto questo sullo sfondo del tempio di Hanuman a Ahmedabad, in Gujarat e In Search of Silence, il film della giovane regista Dar Gai, che racconta il desiderio di un uomo, un anziano autista, che stanco dei rumori di Mumbai, ha completamente smesso di parlare. Chiuso nel suo silenzio, non vede altra alternativa se non quella di lasciare tutto e partire alla volta del Ladakh e della Silent Valley, luogo dove, a causa di un fenomeno naturale, il suono si avvicina agli zero decibel. Durante il suo viaggio di fuga dalla metropoli, si imbatterà in vari personaggi ma sarà il particolare incontro con un ragazzino, diretto al misterioso “Castello rosso”, a cambiare i giorni del suo cammino verso la meta prefissata. La colonna sonora del film è firmata dal compositore Andrea Guerra.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

E’ alle donne ed alle problematiche di cui sono portatrici che il cinema e la fiction tv dedicano maggiore attenzione: ad esempio, ‘Badhaai Ho’ è una commedia romantica e frizzante diretta da Amit Sharma, che affronta il tabù della gravidanza in età matura.                                                                                                                                       Il film narra la storia di Nakul e della sua famiglia, le cui vite cambiano quando Priyamvada,  madre 45enne, scopre di essere nuovamente incinta nonostante la sua età avanzata e quando il figlio 25 enne sta per convolare a nozze. La notizia, che si diffonde tra parenti e amici, desterà reazioni diverse nelle persone che li circondano e porteranno Nakul, il figlio maggiore, ad isolarsi per la vergogna. Tra scene esilaranti in stile Bollywood, romanticismo e problemi di tutti i giorni, la maternità in età avanzata, nella quale solitamente si diventa nonne, è un argomento che in India  provoca traumi e motivi di grande discussione. Altro motivo di discussione e tabù è il tema della  biancheria intima, della lingerie delle ragazze  trattato in un corto dal titolo ‘Not For Display’ mentre due episodi delle web series indiane, ‘Made in Heaven’, e ’Four More Shots Please!’, raccontano a puntate le avventure di donne e ragazze alle prese con il lavoro, l’amicizia e l’amore all’interno di differenti realtà di una società con la sua storia. Ma c’è un altro film che colpisce per la tematica che affronta: quella della morte. Regista anche in questo caso una donna: Shonali Bose, titolo del film ‘The Sky is Pink’. Il film racconta la vita di una famiglia borghese, con religione diversa da quella indiana. Cosa piuttosto insolita per il cinema indiano.

Il motivo per cui ho riportato questa storia, che è una storia vera – dice la regista è su come  una famiglia reagisca ad una situazione molto particolare nella quale si sa  che la figlia è destinata a morire. E’ basato quindi sulla reazione di questa famiglia a questo destino. Quello che mi ha veramente ispirato nello scrivere questa storia e di realizzare il film è proprio il fatto di come la famiglia appena appresa la notizia decida di coglierne il momento vitale e concentrarsi sul presente. È stata la reazione di vivere il presente che mi ha veramente ispirato. Il messaggio che dà questa famiglia è quello di dare importanza ai momenti vitali, accogliendo l’imprevedibilità della vita.

Nel film sentiamo la voce narrante della ragazza che poi morirà. Questo è molto raro da sentire al cinema, ma già dalla prima stesura pensai che dovesse essere proprio la persona defunta a parlare, raccontando di come i suoi genitori e le persone a lei vicine vengano colpite dal suo destino. La ragazza che racconta dei suoi 25 anni di vita passati con loro, mi sembrava il modo più efficace di narrare questa storia. In fondo la morte viene trattata in modo diretto e poco drammatico; un aspetto importante e che spesso rappresenta un tabù. Shonali Bose riferisce che la stessa attrice, Priyanka Chopra, dopo aver letto la sceneggiatura ha deciso di produrre il film. “All’inizio temevo  che il messaggio fosse difficile far arrivare  al pubblico, ma devo dire“ – afferma la regista – “che si è creato un vero cordone ombelicale tra me e l’attrice che mi ha consentito di portare avanti una collaborazione meravigliosa come appunto se fossimo veramente legate da qualcosa di forte. Penso che il concetto ed il messaggio di questo film sia lo stesso che vale per l’india come per tutti i paesi in cui viene trasmesso. I giorni della morte possono essere anche giorni di vera nascita e non dobbiamo fossilizzarci in una visione inquadrata e inscatolata della morte ma dobbiamo viverla come un processo di vitaShonali aggiunge che il cinema italiano è una grandissima fonte di ispirazione non soltanto per lei ma anche per altri grandi cineasti indiani:  chiunque faccia cinema in india ha comunque a mente Fellini, De Sica e i grandi maestri e per me essere qua è un grande onore”. 

E con questo omaggio al nostro cinema a coloro che lo hanno diffuso nel mondo e con esso la nostra cultura e civiltà, non ci resta che attendere la decima edizione di  River to River, Florence IndianFilm Festival, al quale  Selvaggia Velo ed il suo staff stanno già  lavorando  per prepararepreannunzia  – un’indimenticabile edizione 2020,dato che si celebrerà il ventesimo anniversario di questa Rassegna, unica in Italia, come sempre ricca delle molteplici anime e sfumature di contenuti che solo l’India riesce a regalarci.

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