lunedì, Novembre 18

Il confronto tra Usa e Cina dietro il caso Goo-gle-Huawei La sospensione dei rapporti commerciali decretata da Google si inscrive in un quadro molto più grande

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Negli scorsi giorni, Google ha annunciato la sospensione della collaborazione commerciale con Huawei, implicante il blocco del trasferimento di hardware, software e servizi tecnologici di punta. Di conseguenza, l’azienda cinese non avrà più modo di concedere in licenza il sistema operativo Android – di cui veniva utilizzata una versione pubblica tramite il progetto Open Source Android – sui propri smartphone di nuova generazione a meno che non venga trovato un nuovo accordo di massima che, stando alle dichiarazioni del fondatore di Huawei Ren Zhengfei, sarebbe già in fase di negoziazione.

Di per sé, nonostante il clamore mediatico suscitato, la mossa di Google non rappresenta un grosso problema per il colosso cinese delle telecomunicazioni, il quale aveva già preventivato una simile evoluzione e predisposto quindi un piano che contempla la messa a punto di un proprio sistema operativo, in grado di sostituire efficacemente Android e Windows di Microsoft. «Abbiamo preparato il nostro sistema operativo: se mai ci dovesse essere precluso l’accesso a questi sistemi, saremmo preparati», ha affermato l’amministratore delegato di Huawei.

Il problema è che Android gode di grande fama a livello internazionale, e riscuote grande apprezzamento presso i consumatori di tutto il mondo. I quali difficilmente accorderanno la propria fiducia ‘sulla parola’ al sistema operativo messo a punto da Huawei, cosa che potrebbe anche compromettere le ambizioni del gigante cinese di imporsi come principale operatore nel mercato di smartphone su scala globale. Resta però il fatto che nel comparto strategico di ricerca e sviluppo, Huawei dispone indubbiamente delle potenzialità necessarie per prendere realizzare sistemi alternativi ma non meno efficaci rispetto a quelli statunitensi. Come ha rilevato il ‘South China Morning Post’, gli sforzi profusi da Huawei per rendersi il più possibile autonoma dai fornitori hi-tech occidentali sono stati notevoli, e hanno portato il gruppo a realizzare, attraverso la consociata HiSilicon, il partner Taiwan Semiconductor Manufacturing e altre società minori, il chipset Kirin, il quale è andato a sostituire i chip fabbricati dall’azienda statunitense Qualcomm presenti in gran parte degli smartphone di fascia più alta.

A spingere Huawei ad imprimere un’accelerata decisiva al progetto ‘indipendentista’ è stata indubbiamente la postura aggressiva adottata dall’amministrazione Trump, che nella primavera del 2018 ordinò la sospensione dell’export di chip portatili all’impresa cinese Zte e innalzò una serie di ‘barriere normative’ atte a proteggere il settore hi-tech statunitense dalle acquisizioni e dallo spionaggio cinesi. Di recente, il governo di Washington ha decretato un ulteriore giro di vite stilando una ‘lista nera delle società cinesi accusate di pratiche illecite e di fungere da braccio armato del governo di Pechino che di fatto obbliga le aziende Usa a richiedere una apposita licenza per interagire con loro sul piano commerciale. Cosa che rende tutt’altro che improbabile la possibilità che aziende statunitensi di punta quali Qualcomm, Intel, Xilinx, Broadcom, ecc. si conformino alla linea dettata dall’amministrazione Trump emulando – anche se ciò si tradurrà verosimilmente in un crollo del loro fatturato – la presa di posizione di Google, peraltro non priva di ripercussioni negative per la stessa società guidata da Larry Page: «la grande realtà americana si ‘ciba’ di informazioni personali e l’attuale strategia ha una significativa ripercussione sull’approvvigionamento di quel che rappresenta l’alimentazione essenziale. Chiudere le porte ai clienti Huawei significa rinunciare a tutti i dati che questi avrebbero pagato come pedaggio per avvalersi dei servizi normalmente messi a disposizione del pubblico».

Secondo Ren Zhengfei, Washington starebbe fortemente sottovalutando le capacità di Huawei che, come ha dichiarato la vicepresidente della società Catherine Chen, riuscirà a convincere l’Europa a non cedere alle pressioni statunitensi: «Huawei lavora con operatori locali da 10 o 20 anni. Hanno usato i prodotti Huawei. Le nostre soluzioni per 5G e altre tecnologie sono state sviluppate in collaborazione con le compagnie europee. Credo che prenderanno decisioni in modo indipendente».

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