martedì, Settembre 29

Il confronto Stati Uniti-Germania dietro la recente crisi istituzionale italiana Come le manovre operate (indirettamente) da Washington e Berlino hanno manipolato lo spread

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Le dinamiche che hanno determinato l’andamento tumultuoso del differenziale di rendimento tra titoli di Stato italiani e Bund tedeschi sono state condizionate dal braccio di ferro tra Stati Uniti da una parte e Germania e Banca Centrale Europea dall’altra. A confermarlo vi sono una serie di fattori piuttosto rivelatori: la salita vertiginosa dello spread ha cominciato a verificarsi nel momento in cui era divenuto chiaro che le estenuanti trattative tra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i leader di Lega e Movimento 5 Stelle Matteo Salvini e Luigi Di Maio stavano andando in porto per effetto dell’accettazione del professor Giuseppe Conte come primo ministro da parte del Quirinale. In quel frangente, l’aumento dello spread si realizzò a causa del rifiuto della Bce di coprire il fianco all’Italia con cospicui acquisti sul mercato secondario dei titoli di Stato.

Lo spread schizzò tuttavia alle stelle soltanto in seguito all’annuncio di Mattarella relativo alla rinuncia del professor Giuseppe Conte all’incarico di formare il governo a causa del voto impostogli – per ragioni politiche, come Mattarella ha poi spiegato in conferenza stampa – dal Capo dello Stato sul nome dell’economista euroscettico Paolo Savona al Ministero dell’Economia. I ‘mercati’ non si placarono nemmeno dinnanzi alla convocazione al Quirinale di Carlo Cottarelli, l’ex addetto alla composizione della spending review con alle spalle un lungo trascorso tra le fila di un caposaldo dell’establishment come il Fondo Monetario Internazionale. Le ondate di vendite allo scoperto di titoli di Stato da parte dei fondi Bridgewater, Ahl, Blackrock, Pimco, Prudential Dodge & Cox, ecc. – a cui andarono a sommarsi colossi bancari del calibro di Jp Morgan Chase e Citigroup – hanno depresso il prezzo e aumentato la redditività dei Btp, ma il gioco si è interrotto di colpo con l’intesa tra Mattarella e il binomio Salvini-Di Maio per la formazione di un governo di fatto analogo a quello bocciato solo una manciata di giorni prima fatta eccezione per il ruolo che veniva attribuito a Savona.

La costituzione del nuovo esecutivo è quindi coincisa con acquisti massicci di titoli italiani da parte degli stessi fondi che avevano guidato la manovra speculativa. Il risultato immediato è stato quello di riportare lo spread su livelli sostenibili, ma l’aspetto più significativo della vicenda è dato indubbiamente dalla decisione dei potenti acquirenti statunitensi di titoli italiani di adottare posizioni long (rialziste) di medio termine sul debito pubblico del ‘Bel Paese’. In altre parole, una fetta ragguardevole dell’establishment di Wall Street ha scommesso sull’affidabilità dell’Italia guidata da un esecutivo dichiaratamente euroscettico e anti-tedesco; qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa. Se osservati in un’ottica politica, i fatti di fine maggio si inseriscono palesemente nell’aspro confronto tra Berlino e Washington che vede l’amministrazione Trump impegnata nell’ostinato tentativo di infliggere un colpo micidiale al mercantilismo tedesco. Quest’ultimo si manifesta sotto forma di saldo della bilancia commerciale in forte attivo per quanto riguarda i rapporti con gli Stati Uniti e gran parte dei Paesi del mondo, e ciò viene interpretato dal presidente Usa e degli apparati di potere che lo sostengono come un fattore di forte instabilità in grado di ostacolare il suo piano economico mirante all’istituzione di equilibrati rapporti economici tra gli Stati Uniti e i loro partner. Dal punto di vista della Casa Bianca, il pesantissimo deficit commerciale Usa è la conseguenza del processo di deindustrializzazione che ha investito il suo Paese a partire dai tardi anni ’70, quando una serie di norme ‘globalizzanti’ cominciò a favorire la delocalizzazione delle attività produttive da parte delle imprese Usa.

Per invertire la rotta, l’amministrazione Trump ha promosso l’introduzione di dazi sull’importazione di acciaio e alluminio e ventilato ripetutamente la possibilità di imporre tariffe del 20% sull’importazione di automobili fabbricate all’estero. Entrambe le misure vanno a colpire pesantemente l’industria tedesca, che trae enormi guadagni proprio dall’export di acciaio e vetture negli Stati Uniti. In maniera analoga può essere letto il giro di vite sulle attività negli Usa del colosso bancario Deutsche Bank, che dopo esser stato ripetutamente multato per aver violato le sanzioni statunitensi è stato messo sotto stretta osservazione dalla Federal Deposit Insurance in ragione delle sue attività problematiche negli Stati Uniti. Il provvedimento, che autorizza l’agenzia Usa a imporre all’istituto tedesco forti limitazioni per quanto riguarda l’assunzione di rischi connessi a prestiti e trading, ha provocato un forte crollo borsistico di Deutsche Bank aggravato dal declassamento decretato da Standard & Poor’s ad appena 24 ore di distanza. Se a ciò aggiungiamo la multa pesantissima comminata a Volkswagen nell’ambito del cosiddetto Dieselgate, non è difficile comprendere quanto profonda sia divenuta la frattura tra Stati Uniti e Germania.

Lo dimostrano anche le manovre effettuate in ambito geopolitico dall’amministrazione Trump, mobilitatasi per minare i tentativi tedeschi di gettare le basi per un accenno di riposizionamento geopolitico della Germania in favore di Cina e soprattutto Russia, per mezzo del raddoppio del gasdotto Nord Stream, del sostegno agli sforzi di Putin di trovare una soluzione alla crisi siriana e dell’apertura di discussioni interne circa la possibilità di rimuovere le sanzioni contro Mosca (molto dannose per l’economia tedesca) comminate sull’onda della crisi ucraina. Washington ha predisposto una strategia particolarmente insidiosa, perché fa perno sui Paesi dell’Europa orientale che costituiscono le fondamentali propaggini del blocco geoeconomico tedesco. È infatti alle repubbliche baltiche e alla Polonia, alleati di ferro degli Usa nonché avamposti della Nato ai confini della Russia, che Trump ha proposto di incrementare – magari a prezzi scontati – le importazioni di gas naturale liquefatto statunitense per contrastare l’intesa energetica russo-tedesca. Varsavia e gli altri governi interpellati da Washington sembra abbiano accolto con favore l’offerta di Washington, e ciò potrebbe significare un imminente strappo tra la Germania e i suoi satelliti economici che, fiutata l’aria che tira, finirebbero per dissociarsi da Berlino e mettere in crisi l’affare energetico con Gazprom. La reazione tedesca consisterà con ogni probabilità nel promettere ai Paesi dell’est, all’interno dei quali tende a consolidarsi la convinzione che l’avvenire economico non sia più legato all’appartenenza dell’Unione Europea, dividendi ancora maggiori dell’adesione all’area geoeconomica tedesca come contropartita per una loro presa di distanza dall’agenda ‘divisiva’ di Washington. In altre parole, la ‘spartizione’ dell’Europa orientale concordata all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica tra Stati Uniti e Germania, con i primi che le imponevano la propria egemonia geopolitica e i secondi la loro potenza economica, non è più una soluzione sostenibile in epoca di avviato multipolarismo in cui il declino statunitense si accompagna all’emergere di alcune forze anti-egemoniche (Russia e Cina su tutte) in grado di mettere in crisi l’ordine mondiale a cui il mondo si è abituato nel corso degli ultimi decenni.

Naturale conseguenza di ciò è il diffondersi del caos e dello scoordinamento internazionale, con conseguenti scontri sia all’interno dell’establishment che determina gli orientamenti della potenza dominante che tra lo Stato egemone a e le nazioni ad esso subordinate. Il subbuglio dei ‘mercati’ non è altro che un’espressione dell’instabilità tipica delle fasi di transizione come quella attuale. La Germania, alla quale gli Usa hanno concesso ampi benefici pur di ancorarla allo schieramento atlantista all’indomani dell’implosione dell’Urss, si è progressivamente accreditata come uno dei maggiori fattori critici del sistema su cui si fonda l’egemonia statunitense.

In tali condizioni, la posizione che assumeranno i Paesi dell’Europa Mediterranea, situati letteralmente tra l’incudine tedesco e il martello statunitense, è destinata a rivestire un’importanza capitale nel determinare gli equilibri futuri non solo europei. Ciò vale soprattutto per l’Italia, la cui crisi istituzionale ha visto i tedeschi collocati da un lato della barricata e il governo statunitense – compresi i suoi portavoce più o meno ufficiali – dall’altro.

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