domenica, Novembre 17

Il ciclo dei rifiuti, un’eterna emergenza italiana

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‘Emergenza’ ultimamente è la parola maggiormente usata, da tutti. In questo caso specifico parliamo di emergenza rifiuti. Eh sì, perché lo stato emergenziale è sempre in agguato quando parliamo di immondizia, o meglio di gestione del ciclo dei rifiuti. Per molti Paesi i rifiuti sono un bene importantissimo, un vero e proprio business. Basta vedere la Germania e l’Austria. La linea da seguire sarebbe trasformare un problema (perché per noi lo è) in una risorsa fondamentale.

Prendiamo qualche dato. Secondo la Banca Mondiale, lo smaltimento dei rifiuti urbani attualmente costa alle comunità circa 205 miliardi di dollari all’anno, una cifra che, sempre nel giro di 10-15 anni, potrebbe addirittura raddoppiare. Già da ora la gestione dei rifiuti è una delle voci di costo più pesanti nei bilanci delle amministrazioni pubbliche e continua a crescere con l’aumentare della popolazione. L’aumento maggiore si è avuto in Cina, dove la produzione di rifiuti ha superato gli Stati Uniti già dal 2004. La produzione di RSU aumenta anche in Asia orientale, nell’Europa dell’est e nel Medio Oriente. Inoltre, occorre valutare l’aspetto ambientale: secondo l’indagine i rifiuti solidi urbani rappresentano il 12% delle emissioni mondiali di metano e il 5% della produzione totale di gas serra.

Secondo il dossier Hera l’appello ai grandi agglomerati urbani del mondo, dunque, è scontato: occorre correre ai ripari, secondo la Banca Mondiale, con seri piani di riduzione, riciclo e recupero dei rifiuti, favorendo la raccolta differenziata e facendo pagare tariffe molto più alte a chi non la adotta. In questo l’Europa ha cominciato da qualche anno a premere sugli stati membri attraverso la direttiva sui rifiuti del 2008.

Occupandoci di casa nostra, come mai tutto il sistema rifiuti non funziona o funziona a singhiozzo? “In realtà nel nostro Paese convivono situazioni nelle quali la gestione dei rifiuti urbani costituisce da anni un’emergenza e realtà di assoluta eccellenza, del tutto rispondenti ai migliori standard europei. Le cause che hanno portato a questa situazione sono molteplici – ci spiega Paolo Pipere, Segretario nazionale dell’Associazione Italiana Esperti Ambientali e docente di Diritto dell’Ambiente – dall’eccessiva frammentazione delle competenze, non si è mai riusciti a far decollare i cosiddetti Ambiti Territoriali Ottimali e quindi a gestire il problema a livello sovra comunale, alla mancata applicazione su larga scala delle migliori prassi elaborate e concretamente messe in atto in alcune province o regioni; dall’insufficiente e spesso obsoleta dotazione impiantistica, all’incapacità di comunicare ai cittadini l’importanza della raccolta differenziata come strumento essenziale per migliorare la capacità di recupero degli scarti di consumo, senza trascurare, infine, il ritardo con il quale si sono impiegati strumenti economici per incentivare i Comuni virtuosi e disincentivare il ricorso alla discarica. In questo quadro non possono essere naturalmente dimenticati né il peso, ancora rilevante, delle attività di illecita gestione dei rifiuti, né i ritardi nell’elaborazione di norme essenziali per arginare le situazioni di emergenza. A questo proposito può essere ricordato che una questione molto rilevante, sia per la gestione dei servizi di raccolta dei rifiuti urbani sia per le attività economiche, come la definizione dei criteri qualitativi e quantitativi sulla base dei quali una parte dei rifiuti non pericolosi prodotti dalle imprese possono essere affidati al servizio pubblico è ancora disciplinata da una disposizione che risale al 1984”.

Massimiliano Fabbricino, docente di ingegneria sanitaria – ambientale sottolinea giustamente che bisogna fare un distinguo tra i rifiuti urbani e quelli derivanti da attività produttive. “Tale chiarimento è necessario, perché si fa spesso confusione tra i rifiuti urbani e quelli provenienti da attività produttive, la cui gestione, anche in termini di competenze, è completamente diversa. Il sistema rifiuti in Italia funziona a singhiozzo laddove non esistono gli impianti di trattamento e/o smaltimento finale, ovvero nelle maggior parte delle Regioni e Province. Questo anche a causa della opposizione, non informata, della popolazione, che teme la realizzazione di nuovi impianti, e ritiene, IMPROPRIAMENTE, che il problema sia nella mancanza dell’attuazione di una raccolta differenziata adeguata. La raccolta differenziata, infatti, non risolve affatto il sistema rifiuti, ma semplicemente gestisce la prima fase del ciclo, che senza un adeguato trattamento non si completa. Va inoltre chiarito che gli impianti di recupero di materiali dai rifiuti (da prevedersi a valle di  una raccolta differenziata monomateriale) sono a loro volta impianti industriali, e, come tali, anche essi determinano un impatto sull’ambiente se non ben gestiti”.

 In Italia abbiamo siamo in perenne lotta sul versante discariche, su dove aprirle e sulla gestione.

Il fatto che la maggior parte dei rifiuti vada in discarica controllata dipende dal fatto che la discarica controllata è un impianto di trattamento a bassa tecnologia, che quindi può essere realizzato in tempi brevi – continua Fabbricino – L’opposizione della popolazione alla realizzazione di impianti di trattamento rifiuti, di cui al punto precedente, fa sì che ci sia una carenza continua di impianti nella gestione del ciclo.  La discarica, infatti, contrariamente agli altri impianti di trattamento rifiuti, ha per sua natura una durata definita, e una volta saturata la sua capacità, necessita la realizzazione di un’altra discarica e così via. Va chiarito che il ruolo della discarica controllata è INDISPENSABILE in un ciclo dei rifiuti. Se non altro, infatti, serve per lo smaltimento dei sovvalli, ossia di tutte  quelle sostanze che residuano dalle operazioni di valorizzazione materica ed energetica dei rifiuti. Così come non esiste un sistema di gestione che abbia RIFIUTI ZERO, non esiste DISCARICA ZERO. Esiste invece la possibilità di minimizzare la PRODUZIONE dei rifiuti ed il ricorso alla DISCARICA. E’ bene precisare che anche una raccolta differenziata al 100% non equivale a Rifiuti zero. Il fatto stesso che si parli di ‘raccolta dei rifiuti’ vuol dire che i rifiuti ci sono, e quindi vanno smaltiti”.

Lo smaltimento in discarica dei rifiuti urbani è ancora rilevante ma in costante diminuzione, così come, complice la crisi economica, cala anche la produzione media di rifiuti pro capite – ha aggiunto Paolo Pipere – Secondo i dati elaborati da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale), sulla base dei dati raccolti dal sistema delle Camere di Commercio, i rifiuti urbani smaltiti in discarica, nel 2015, ammontano a circa 7,8 milioni di tonnellate, con una riduzione di circa il 16%, pari a quasi un milione e mezzo di tonnellate, rispetto all’anno precedente. La riduzione della quota di rifiuti destinata ad essere collocata in discarica, sia nel caso si tratti di rifiuti urbani sia di rifiuti speciali (quindi di rifiuti prodotti dalle attività economiche), può essere ottenuta solo dando un ulteriore impulso alle attività di recupero, in particolare di quelle finalizzate alla preparazione per il riutilizzo, al riciclaggio e alle altre forme di recupero di materia come ad esempio il compostaggio della frazione organica. La preparazione per il riutilizzo, ad esempio, è l’operazione di recupero considerata assolutamente prioritaria dalla direttiva quadro europea sui rifiuti, la Direttiva 2008/98/CE, ma in Italia non si possono ottenere autorizzazioni a intraprendere questa attività perché si ritiene necessario un decreto ministeriale di cui si attende da anni l’emanazione. La preparazione per il riutilizzo consiste in un trattamento effettuato su un rifiuto, ad esempio un computer portatile, per consentire al bene divenuto rifiuto di ritornare sul mercato dopo la riparazione, l’upgrade dei componenti, come prodotto usato utilizzabile per un secondo ciclo di vita, allontanando perciò il momento in cui l’apparecchiatura diventerà definitivamente rifiuto. Dare una seconda vita ai rifiuti, farli tornare ad essere prodotti è uno dei modi più efficaci per dar corpo alla desiderata transizione all’economia circolare”.

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