giovedì, Agosto 22

Il caso Berhe e la collaborazione europea con i trafficanti della morte in Sudan Dietro il ‘caso Berhe’ ci sarebbe la politica europea di contenimento dei flussi migratori clandestini: la polizia politica sudanese autorizzata a operare in territorio nazionale di Italia, Francia, Gran Bretagna

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Il caso di cronaca giudiziaria del rifugiato eritreo Mehanie Tesfamariam Berhe, scambiato per il noto trafficante di esseri umani Medhanie Yehdego Mered, anch’esso eritreo, ricercato dalle polizie di mezzo mondo, è diventato il caso più imbarazzante e scottante non solo per la magistratura di Palermo ma per i governi italiano e britannico.
Un caso che sembra legato ad una cinica politica migratoria europea, nel contesto della quale trafficanti, milizie libiche, dittatori sudanesi, Ong europei, politici e mafiosi sembrano uniti nella nuova tratta degli schiavi, diretta conseguenza del trattato di Schengen, che, rendendo quasi impossibile l’immigrazione legale, ha di fatto favorito il fiorire del  lucroso mercato della immigrazione clandestina, dentro il quale fin troppi attori europei e africani attingono immense fortune.

Il caso giudiziario di Berhe è una ‘storia maledetta’, e molti, dal Sudan all’Europa, hanno l’impressione che dietro a questa vicenda si nasconda una politica europea di contenimento dei flussi migratori clandestini che avrebbe superato i confini del rispetto dei diritti umani, sconfinando in alleanze e supporti politici militari a milizie libiche e dittatori sudanesi evidenziando il fallimento degli accordi di Khartoum, con forti sospetti di complicità in crimini contro l’umanità che necessitano di serie inchieste parlamentari e giudiziarie.

Tra gli aspetti meno noti ma più inquietanti vi è la collaborazione militare di Gran Bretagna, Francia e Italia con il regime islamico di Omar Al Bashir in Sudan, inserito nella lista americana degli Stati Terroristi. Una collaborazione che, di facciata, servirebbe a lottare contro i trafficanti di esseri umani e contro i flussi migratori clandestini dall’Africa all’Europa. Le polizie britannica, francese e italiana, dal 2016, hanno istallato a Khartoum, capitale del Sudan, un centro operativo di coordinamento contro l’immigrazione illegale (Regional Operational Center in Khartoum) che lavora in stretta collaborazione con la feroce N.I.S.S. National Intelligence Security Service, guidata dal Boia di Khartoum, il Generale Saleh Gosh, e con la R.S.F Rapid Support Forces.

N.I.S.S. e R.S.F. sono le colonne portanti dell’apparato di terrore del regime islamico sudanese, accusate dalle Nazioni Unite di crimini di guerra e pulizie etniche in Darfur e in altre parti del Sudan.  Questa collaborazione è rimasta pressoché segreta fino a quando, nell’aprile 2018, qualcuno ha deciso di parlare: il Generale Awad Elneil Dhia capo del dipartimento della polizia sudanese. «Agenti segreti e poliziotti inviati da Francia, Gran Bretagna e Italia sono presenti in Sudan e collaborano attivamente nella lotta contro l’immigrazione clandestina da Eritrea ed Etiopia», ha dichiarato il generale Dhia. Non ci risultano né conferme né smentite dai 3 Paesi.

Una collaborazione nata nel quadro degli accordi di Khartoum, una iniziativa fortemente voluta dalla diplomazia italiana, che ha portato, nel novembre 2014, ad iniziative congiunte dell’Unione Europea e dell’Unione Africana per promuovere il dialogo nel settore della migrazione e la collaborazione tra i Paesi d’origine, di transito e di destinazione lungo la rotta migratoria dal Corno d’Africa all’Europa.
La diplomazia italiana presso l’Ambasciata Italiana a Khartoum dal 2012 ha promosso una vasta operazione internazionale di riabilitazione del regime islamico, che ha ottenuto ottimi risultati a favore del dittatore Omar Al Bashir, quali l’abrogazione parziale dell’embargo americano, aprendo, poi, una discussione all’interno dell’Amministrazione Trump sulla opportunità o meno di rimuovere il Sudan dalla lista degli Stati Terroristici.  

La riabilitazione del regime islamico, supportata anche dalla Francia, ha reso possibile un nutrito flusso di finanziamenti europei, circa 400 milioni di euro. Si nutrono forti sospetti che solo il 20% dei fondi vengano  destinati ad interventi umanitari tesi a mitigare l’immigrazione clandestina, mentre il restante sarebbe spesi in addestramento ed  equipaggiamento destinato alla N.I.S.S. e alla R.S.F.

La Francia ha chiesto ed ottenuto al Boia di Khartoum, il Generale Gosh, una traballante ma comoda pace nella Repubblica Centroafricana. La Russia e gli Stati Uniti si contendono la realizzazione della più importante raffineria della regione a Port Sudan. Non è chiaro cosa ci stia guadagnando l’Italia nell’appoggio al Sudan, pare chiaro, invece, che il regime islamico stia facendo il gioco delle tre carte tra Italia, Francia e Russia.

Uno degli aspetti più oscuri di questa collaborazione tra le polizie europee e gli apparati del terrore islamico sudanese viene spiegato -l’attendibilità è da verificare ma non ci risultano smentite- dal generale Dhia. La Polizia segreta sudanese ha ricevuto il permesso di operare in Gran Bretagna, Francia e Italia per intercettare e arrestare rifugiati sudanesi che spesso sono oppositori del regime di Khartoum. «Gli ufficiali della polizia politica sudanese hanno ricevuto dai governi di Francia, Gran Bretagna e Italia il permesso ufficiale di identificare i loro cittadini nei rispettivi Paesi europei. Sono anche abilitati a interrogare i rifugiati sudanesi arrestati senza che gli ufficiali di polizia europei possano monitorare in quanto non conoscono la lingua araba. La polizia politica è inoltre abilitata a deportare i rifugiati che ritiene politicamente pericolosi per il regime», ha dichiarato nell’aprile 2018 a Patrick Kingsley, giornalista del ‘The New York Times’.

Tra il 2017 e il 2018 oltre 50 rifugiati sudanesi in Francia e Italia sono stati deportati dalla polizia segreta del regime islamico, in netta violazione della Convenzione di Ginevra del 1951  -che definisce i requisiti di rifugiato e le responsabilità delle nazioni ospitanti di garantire l’asilo e la loro protezione- sottoscritta da Italia e Francia. Al ritorno in Sudan questi rifugiati si sostiene vengano sistematicamente torturati e alcuni eliminati.
In Francia e Italia la Polizia segreta sudanese  selezionerebbe con molta attenzione e in piena libertà chi deportare: attivisti politici e della società civile. In caso di loro latitanza verrebbero deportati i loro familiari, uomini e donne che verrebbero trasformati in ostaggi o sottoposti alle vendette del regime, secondo le indagini condotte da Kingsley.

Per gli oppositori sudanesi l’Europa è diventata un posto non sicuro quanto il Sudan. Un noto dissidente politico del Darfur è caduto nelle mani della N.I.S.S. nel 2017 grazie alla collaborazione della polizia francese. Giunto in patria è stato brutalmente torturato. Durante la deportazione il dissidente ha tentato di informare la Polizia francese del pericolo di morte che poteva correre nella mani degli aguzzini della N.I.S.S. ricevendo risate in faccia, sostiene: «Le solite balle dei negri per non lasciare il nostro Paese» 

Il Centro Regionale Operativo a Khartoum, nato per lottare contro il traffico di esseri umani, fornirebbe al regime islamico preziose informazioni sui dissidenti rifugiati in Europ, permettendo così la loro intercettazione, arresto e deportazione, in cambio dell’impegno del Governo di Khartoum di bloccare i flussi migratori diretti verso l’Europa. Vittima di questa collaborazione sarebbe anche il giovane rifugiato eritreo Mehanie Tesfamariam Berhe, scambiato per il noto trafficante Medhanie Yehdego Mered e al centro della vicenda giudiziaria della Procura di Palermo.

Secondo fonti dell’opposizione sudanese, che da tre mesi sono impegnati in una dura ma determinata lotta di liberazione del Paese dalla dittatura islamica, la stessa N.I.S.S. avrebbe orchestrato la trappola all’ignaro Berhe, per mettere al sicuro Mered, in Uganda, evitando che la sua cattura da parte delle polizie italiana e britannica rivelasse come il Generale Gosh stia utilizzando i fondi europei destinati alla riduzione dei flussi migratori per aumentare la repressione contro la popolazione sudanese e fare affari colossali con il traffico di esseri umani. Secondo il giornalista Patrick Kingsley l’errore di identità è ben noto ai diplomatici europei a Khartoum che ne parlano solo in privato.  

Paradosso della situazione nell’agosto 2018 lo stesso Generale Dhia della polizia sudanese ha ammesso che si tratta di un errore di identità: «Si tratta di due persone con un nome simile». Nonostante questo Berhe rimane in carcere in Italia e ora sono stati chiamati due alti ufficiali della N.I.S.S. a testimoniare contro di lui  -ci si chiede se ciò sia per chiudere rapidamente quello che appare come un ‘imbarazzante’ caso giudiziario. La Magistratura di Palermo non ha rivelato l’identità dei due chiamati a rendere testimonianza.

In questi ultimi mesi la N.I.S.S. è impegnata in una brutale repressione della rivoluzione sudanese, causando oltre 50 vittime e centinaia di arresti, nel disperato tentativo di salvare il regime del generale Bashir e se stessa.  Una rivoluzione che sta creando profonde crepe all’interno del regime. L’alleanza dei partiti di Governo ha chiesto ad Al  Bashir di non candidarsi alle elezioni del Sudan del 2020. Le forze armate vacillano e l’opposizione punta a una coalizione militare per abbattere il regime e instaurare la democrazia.

 

(La seconda parte di questo servizio verrò pubblicata domani 12 febbraio)

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