lunedì, Aprile 6

Il Carnevale di Aliano a Firenze Nel nome di Carlo Levi uno scorcio di Basilicata a Torino e Firenze, tra musica, folklore, maschere e colori in una straordinaria triangolazione culturale

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C’è Carnevale e Carnevale, quello dei grandi corsi mascherati, delle interminabili sfilate dei carri allegorici, delle spettacolari esibizioni come a Venezia, dei carri e delle gigantesche maschere allegoriche ( Viareggio e vari altri luoghi), della guerra delle arance (Ivrea) o dei costumi raffinati e sontuosi, quello delle grandi e nobili città e quello dei piccoli paesi, ognuno con una propria specificità legata a tradizioni, usanze, credenze, attitudini, aspettative, simbologie. Fra le tante rappresentazioni carnevalesche che si possono vedere in questi giorni, vale la pena dedicare la nostra attenzione a quella di Aliano, piccola cittadina della Basilicata, appena 930 anime, che nei giorni scorsi ha fatto tappa prima al Mercato di Torino poi a quello Centrale di Firenze, in un tour che riveste anche un particolare significato culturale, poiché è legato al nome di uno dei più grandi scrittori ed esponenti dell’antifascismo europeo: Carlo Levi, che così lo descriveva: “Venivano a grandi salti e urlavano come animali inferociti, esaltandosi delle loro stesse grida. Erano le maschere contadine”.

Ebbene, Levi, il medico-scrittore-pittore da Torino, sua città natale, fu esiliato dal regime fascista al confino, proprio ad Aliano (dove ha scelto poi di farsi seppellire) e là conobbe insieme alle condizioni di miseria di quelle genti, anche il locale Carnevale; poi le vicende sociali e politiche lo condussero a Firenze, dove scrisse, durante la clandestinità e la lotta di Resistenza, il suo capolavoro ‘Cristo si è fermato a Eboli’.
Quello di Aliano è uno dei 100 carnevali storici d’Italia. E la Basilicata una delle terre ove questa tradizione è più sentita e sostenuta: rappresentata sotto questo profilo non solo da Aliano ma anche da Tricarico Moliterno ed altri piccoli centri. Ad Aliano esiste anche un museo della maschera di cartapesta che ha sede proprio nella vecchia casa contadina dove trovò alloggio Carlo Levi. E in quel piccolo centro, maestri della cartapesta riproducono e creano ancora oggi le maschere legate alla tradizione mitologica ed al mondo contadino. Di un tempo lontano.

E in questi giorni, musici, corpo di danza, artisti della cartapesta, hanno portato in tour a Torino e Firenze la loro storia, fatta di creatività e tradizione, e dato vita ad una vivace e colorita sfilata all’esterno dei mercati delle due città, mostrando le caratteristiche Maschere arcaiche e cornute, diavoli e diavolesse, collegate alla mitologia greca. Le maschere del Carnevale storico di Aliano, ricreano creature demoniache il cui carattere minaccioso viene smorzato da cappelli colorati e il loro abbigliamento goffo è ispirato alla tradizione contadina e pastorale, alla quale si rifà anche la gestualità degli interpreti. Ad aprire la manifestazione, tra la curiosità della cittadinanza che ogni giorno affolla il più grande Mercato fiorentino, quello di S.Lorenzo, in pieno centro, e l’entusiasmo della comunità lucana che vive e lavora nel capoluogo toscano, le musiche del gruppo U Cirnicchiu e quelle degli Amarimai (tra le curiosità musicali vi è uno strano strumento, la cupa cupa in uso solo ad Aliano) e poi la suggestiva sfilata delle maschere.

Stridente il contrasto fra queste strane e inquietanti figure con il solenne edificio del Mercato di S.Lorenzo in pietra serena, realizzato sull’onda di Firenze Capitale, tra il 1870 e il ’74, dall’ingegner Giuseppe Mengoni, lo stesso che realizzò la Galleria Vittorio Emanuele II a Milano in stile neorinascimentale; e netto il contrasto con la tradizione carnascialesca fiorentina, certamente più gioiosa e seduttiva, come ci è tramandata dalla Firenze del Quattrocento, quando le maschere erano accompagnate da balli e canti, chiamati Trionfi, che alludevano all’amore e al desiderio di goder della vita finché possibile. Celebre il Trionfo di Bacco e Arianna del Magnifico Lorenzo, che ben rappresenta lo spirito e i costumi del tempo e di quella società fiorentina prosperosa e gaudente. “ Donne giovinetti e amanti, viva Bacco e viva Amore, Ciascun suoni, balli e canti! Aria di dolcezza il core! Non fatica, non dolore! Ciò c’ha esser lieto, sia: di doman non c’è certezza.” Lorenzo scrisse questo canto in occasione del Carnevale del 1490. Oltre a lui, composero canti carnascialeschi il Poliziano, il Varchi, il Grazzini, il musicista Heinrich Isaac e persino il Machiavelli e molti minori.

Poi, si sa, col Savonarola al potere arrivò il tempo dell’austerità, che si trasformò in fanatismo e, quindi, nella tragica conclusione del suo esperimento. Singolare che una città come Firenze non celebri più, con pubbliche rappresentazioni, il “suo“ Carnevale. L’importante è che accolga gli altri. E la presenza nella piazza fiorentina ( e in precedenza a Torino) dei gruppi musicali di Aliano e Moliterno ( presenti i Sindaci delle due cittadine: Luigi De Lorenzo e Giuseppe Tancredi) e delle suggestive e inquietanti maschere di cartapesta, ha ricevuto accoglienza e calore. Dato anche dal fatto che la manifestazione rivestisse significati più alti. Il primo è nel legame che sia Firenze che Aliano hanno avuto con un grande intellettuale torinese che trascorse in due luoghi così lontani e diversi, anni importanti della propria vita, del proprio impegno intellettuale ed umanitario e della lotta democratica e antifascista, in una parola per la libertà.

Quell’intellettuale è lo scrittore e pittore Carlo Levi. In quel paesaggio lunare della Basilica che è Aliano, Levi trascorse buona parte del suo periodo di confino, al quale fu condannato per via della sua attività antifascista (1934-36), e al quale è rimasto legato per sempre. La figura dello scrittore è proprio il fil rouge che collega la Basilicata a Firenze e a Torino: del paesino (che lui chiamava Gagliano, imitando la pronuncia locale) scrisse molto tempo dopo la fine del suo confino nel suo libro più famoso: Cristo si è fermato a Eboli. La stesura del romanzo, considerato uno dei più importanti della letteratura italiana del Novecento, avvenne proprio a Firenze tra il 1943 e il 1944; il libro fu poi pubblicato nel 1945. A quel suo libro scritto a matita e ribattuto a macchina da Anna Maria Ichino, la donna che lo ospitò nella sua casa di piazza Pitti al n.14, aiutandolo materialmente e moralmente, il medico-scrittore si dedicò nel periodo della clandestinità (“era ricercato nella sua duplice qualità di membro attivo della lotta antifascista e di israelita”, scrisse la stessa Iachino) durante il quale fu attivo protagonista del Comitato Toscano di Liberazione, responsabile della Commissione Stampa, che aveva sede proprio in quella casa frequentata da intellettuali, giornalisti, insegnanti, architetti, che là si ritrovavano a rischio della propria vita poiché la città era sotto il tallone dell’ occupazione tedesca.

Come ci racconta nel suo bel libro il giornalista-scrittore Nicola Coccia, ‘L’Arse argille consolerai (Edizioni ETS, )’, di cui L’Indro si è già occupato, furono proprio la Iachino e lo scrittore Manlio Cancogni a spingerlo a narrare gli anni del confino prima a Grassano poi ad Aliano. E a descrivere le condizioni di vita, di miseria, di abbandono, di isolamento del nostro Sud, dove Levi si spese prestando la propria opera di medico. Non solo Aliano non ha dimenticato la generosità di Levi di cui conserva la casa dove ha vissuto e dove è stato realizzato tra i calandri lunari il Parco letterario a lui dedicato, ma ritiene di essere uno dei luoghi simbolici e rappresentativi di tutte le terre di confino: in Italia, il regime fascista inviò al confino, nelle isole o in località abbandonate da Dio e dagli uomini, 12 mila persone (“ punirne una per educarne 10 era la filosofia del regime”).
L’autore torinese in Basilicata si scontrò con una realtà completamente diversa rispetto a quella a cui era abituato e la sua esperienza divenne un’occasione di riflessione sulla questione meridionale e la totale assenza dello Stato nel Mezzogiorno.

Quanto al suo rapporto con Firenze, è stato altrettanto intenso stretto e significativo. Levi ebbe modo di visitare più volte Firenze (in Toscana aveva anche prestato servizio militare) dove fece ritorno nel 1941 con l’intenzione di non fermarsi a lungo. Rimase invece in città per quattro anni, vivendo sulla propria pelle le sofferenze della popolazione, il dolore per le vittime (soprattutto per la morte di Paolino, il figlioletto di Anna Maria che aveva appena 10 mesi, e di cui è stato padre putativo), i disagi delle migliaia di senza tetto accolti dentro Palazzo Pitti, dopo che i tedeschi avevano fatto saltare in aria, insieme ai ponti minati, buona parte del centro storico, ridotto ad un cumulo di macerie. Nel suo nome, anche grazie al libro di Nicola Coccia, il rapporto tra Firenze e Aliano e le rispettive istituzioni pubbliche e culturali si è fatto sempre più stretto: come l’esposizione di una Mostra temporanea con le opere di Levi, provenienti da Aviano, a Palazzo Pitti, l’apposizione di due targhe sul muro della piazzetta di fronte all’appartamento che ospitò Levi e tanti altri antifascisti, dedicate allo scrittore ed alla Iachino, una mostra di un artista della cartapesta Nicola Toce, le cui opere furono poi esposte in Vaticano, e altre iniziative tra cui, ultima, questa del Carnevale, resa possibile dal sostegno di Umberto Montano, l’imprenditore cui si deve il restauro e il rilancio del primo piano del Mercato Centrale, riaperto dopo anni di chiusura e abbandono e trasformato in uno dei luoghi più frequentati e cool di Firenze, il quale ha aperto questo spazio conviviale anche alla cultura, ospitando tra l’altro opere di Michelangelo Pistoletto e di altri artisti. Non secondario il fatto che lo stesso Montano sia originario di quelle terre.

Dunque, un’operazione questa del Carnevale, che va ben oltre il folklore per assume il carattere di una triangolazione culturale di Aliano con Torino, città di origine di Levi e della famiglia Ichino e Firenze, nel nome di un grande scrittore e pittore, che alla lotta antifascista e per la libertà ha dedicato gli anni più importanti della sua vita, lasciandoci pagine memorabili e opere d’arte preziose che rappresentano anche la sua grande umanità.

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