martedì, Agosto 4

Il carcere? Meglio abolirlo … Se il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ascoltasse Colombo, Cottarelli, Frattola ...

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Un ministro della Giustizia, sia pure oberato dal tanto lavoro che il suo dicastero comporta, non foss’altro mosso da curiosità, dovrebbe trovarlo il tempo per conversare qualche ora con l’ex Magistrato Gherardo Colombo. Colombo alle spalle dispone di un curriculum di tutto rispetto, si è tra l’altro occupato di inchieste che hanno fatto ‘notizia’: la scoperta della Loggia P2 di Licio Gelli; il delitto di Giorgio Ambrosoli, l’inchiesta milanese di Mani Pulite, i processi IMI-SIR/Lodo Mondadori/SME… Invitarlo a pranzo o a cena per discutere di queste vicende. Certo che no. Piuttosto cercare di capire come, partito da quelle sponde, sia arrivato a questo approdo: “Secondo me per mettere una persona in prigione devi aver provato cosa è la prigione. Ma dovresti averla provata per davvero, non averla vista da turista, da operatore che arriva, interroga e se ne va.

 Colombo potrebbe dire al Ministro della Giustizia: “Il carcere per me era uno strumento. Credevo, come si impara all’università, che fosse uno strumento di prevenzione speciale e di prevenzione generale, che servisse a evitare che una persona commettesse un reato per la paura della minaccia della pena. Per quanto non lo vedessi comunque bene, pensavo che fosse uno strumento necessario per educare le persone a rispettare le regole.

  Trentatré anni di magistratura hanno cambiato la visuale di Colombo: “Sempre più ho interiorizzato la differenza tra l’articolo 27, che richiede che le pene non siano in contrasto con il senso di umanità, oltre a dover tendere alla rieducazione del condannato, e la situazione effettiva del carcere. Ormai sono convintissimo che la pena non serva a dissuadere dal commettere reati. Peraltro, l’inflizione di un castigo, se qualcosa fa, induce all’obbedienza; e una democrazia non ha bisogno di obbedienza, ma ha bisogno di capacità di gestire la propria libertà.

Per quel che riguarda il carcere, Colombo potrebbe dire al ministro che “generalmente è un luogo in cui le persone restano a scontare la pena, con degli interventi talmente minimali in senso rieducativo da essere molto spesso paragonabili al nulla. Questo perché “manca un complesso di cose: più o meno dappertutto manca lo spazio vitale; manca il diritto all’igiene; è molto compromesso il diritto alla cura della salute; il diritto all’istruzione; il diritto all’informazione; il diritto, perché anche quello è un diritto, all’affettività. Dovremmo riflettere in modo approfondito sul senso di quell’espressione che si trova nell’articolo 27, ovvero che non si può essere contrari al ‘senso di umanità’”.

  Da ex magistrato e comunque da uomo di legge e diritto, Colombo direbbe al Ministro un qualcosa che somiglia tanto alla raccomandazione che cinquant’anni fa, sul filo della celia (ma non tanto) espresse Leonardo Sciascia: “Per mettere una persona in carcere devi aver provato cosa è il carcere. Ma dovresti averlo provato per davvero, non averlo visto da turista, da operatore che arriva interroga e se ne va. Una settimana dentro sarebbe necessario starci per capire che cos’è il carcere. È necessario capire che cos’è veramente il carcere. Oggi la stragrande maggioranza delle persone che sono in carcere non è pericolosa. Abbiamo una popolazione credo di circa 56 o 57mila detenuti, dopo che sono scesi un po’ con l’emergenza Covid, e di questi credo che ci saranno al massimo 20mila persone pericolose, volendo esagerare. Capirete che passare da 57mila a 20mila e occuparsi degli altri attraverso misure alternativa come l’affidamento in prova ai servizi sociali, vorrebbe dire anche rendere la vita di chi è detenuto più coerente con il principio costituzionale.

  Infine, pensando alla personale esperienza maturata in 28 anni di magistratura, Colombo direbbe: “Ho fatto il giudice o il pubblico ministero investigativi, era usuale per me frequentare, per interrogarle, delle persone che erano detenute. Non ho visto solo le carceri italiane, lavorando a uno dei tavoli degli Stati Generali mi è capitato di visitare le carceri norvegesi e poi quelle boliviane, esperienze radicalmente diverse: in Norvegia sembra davvero un albergo a cinque stelle, mentre in Bolivia è un paese circondato da mura. Di esperienze ne ho avute molte e sono tutte esperienze che confermano la mia convinzione ormai sicura che, così com’è qui da noi, il carcere dovrebbe essere abolito.

  Un ministro della Giustizia, sia pure oberato dal tanto lavoro che il suo dicastero comporta, non foss’altroper curiosità, dovrebbe trovare il tempo di ascoltare l’economista Carlo Cottarelli: dopo una carriera trentennale al Fondo Monetario Internazionale, Cottarelli ora dirige l’Osservatorio sui conti pubblici italiani; ne ricaverebbe utilissimi suggerimenti sulle ‘riforme a costo zero’:  “Riduzione dei tempi della giustizia e semplificazione burocratica: sono le riforme più importanti per rilanciare l’economia italiana. Ci sono troppi moduli da compilare, troppi adempimenti da espletare. Pensi alla mole di documenti che le aziende devono presentare per ottenere i prestiti garantiti dallo stato: è un’impresa che abbrutisce. Dobbiamo procedere più svelti, con procedure semplificate e controlli successivi rigidissimi; solo così possiamo creare un ambiente favorevole agli investimenti privati.

Cottarelli avrebbe modo di spiegare che con Next Generation EU, il piano di rilancio proposto dalla Commissione europea, l’Italia potrebbe aggiudicarsi risorse enormi, a patto di saperle impiegare: “È la prima volta che l’Europa mette a disposizione importi tanto elevati, e lo fa chiedendo, in cambio, non austerità ma capacità di spesa, investimenti pubblici per infrastrutture, digitalizzazione, capitale umano, riforma dei pubblici uffici e della giustizia. Dobbiamo presentare al più presto progetti dettagliati e credibili. Se i ministeri sono sprovvisti delle competenze necessarie, le cerchino altrove. O rimpiazzino i ministri. Non possiamo perdere tempo. Stando alla proposta di regolamento della “Recovery and resilience facility, il grosso delle risorse europee affluirebbe nel 2023-2024 mentre l’anno prossimo gli esborsi previsti varrebbero il 5,9 percento del pacchetto da seicento miliardi. “La differenza la farà la rapidità d’azione del governo. Dobbiamo agire entro settembre al massimo.

  Il ministro potrebbe chiedere a Cottarelli: come va riformata la giustizia? “Molti giudici non accettano l’idea che un tribunale sia un’organizzazione complessa che produce un servizio, e che tale servizio vada fornito in modo tempestivo. Occorre sviluppare migliori capacità di gestione e organizzazione all’interno degli uffici giudiziari, il che richiede non solo addestramento adeguato ma anche il riconoscimento di una larga autonomia al dirigente. Si potrebbero introdurre corsi obbligatori di management per chi aspira a incarichi direttivi. Sarebbe opportuno, inoltre, ridurre drasticamente il numero di magistrati fuori ruolo per incarichi amministrativi e limitare la possibilità di attività extragiudiziarie. I togati lavorino nei palazzi di giustizia, non nei ministeri.

  Un ministro della Giustizia, sia pure oberato dal tanto lavoro che il suo dicastero comporta, non foss’altroper curiosità, dovrebbe trovare il tempo di sfogliare un accurato studio realizzato da Edoardo Frattola per l’’Osservatorio sui conti pubblici italiani’ dell’università Cattolica.

  Se ne ricava che non è vero che la giustizia in Italia è lenta perché lo stato spende troppo poco per il settore. In realtà, i dati dimostrano che l’Italia non spende meno risorse per la giustizia rispetto alla media europea. Lo studio smentisce una delle convinzioni più radicate tra i difensori del ‘partito delle toghe’: che la causa della lentezza della giustizia italiana (civile e penale) vada rintracciata nel basso livello di spesa da parte dello stato, che costringe gli uffici giudiziari a soffrire di una carenza di personale e di risorse. I numeri dimostrano il contrario. I dati Eurostat sulla spesa per ‘Law Courts‘, cioè per il funzionamento dei tribunali, indicano che nel 2018 l’Italia ha speso per i propri tribunali lo 0,33 per cento del PIL (5,8 miliardi di euro), in linea con la media UE. Anche la Spagna ha speso lo stesso ammontare in rapporto al PIL (0,34 per cento), la Francia leggermente meno (0,24 per cento) e la Germania poco di più (0,39 per cento).

  Alla stessa conclusione si arriva analizzando i dati del Cepej, l’organismo del Consiglio d’Europa che si occupa di monitorare l’efficienza della giustizia: in termini di spesa pro capite (133 euro) siamo in linea con gli altri paesi. Più che spendere poco, si spende male. L’Italia si colloca al 24esimo posto in classifica in Europa per il numero di giudici e Pubblici Ministeri ogni 100mila abitanti: solo 15 unità, meno della metà rispetto alla media UE (31). Soltanto Malta, Francia, Regno Unito e Irlanda ne hanno meno di noi. Le cose non cambiano se si considera la consistenza dello staff amministrativo (cioè il personale che supporta l’attività di giudici e pm): siamo al 23esimo posto con sole 49 unità ogni 100mila abitanti, contro una media Ue pari a 79.

  Com’è possibile allora che l’Italia spenda tanto quanto la media europea, pur impiegando un personale molto più ridotto? Lo studio dell’Osservatorio conclude che la ragione va rintracciata nelle buste paga dei magistrati, in particolare quelli in servizio presso le Alte Corti. Tra i giudici il problema non è costituito tanto dalla retribuzione delle toghe a inizio carriera, che comunque è in media quasi il doppio del salario lordo medio nazionale (sotto la media UE, ma superiore a quella dei colleghi di Francia e Germania), quanto dallo stipendio dei giudici della Corte di Cassazione, che fa salire il nostro Paese al terzo posto in classifica in Europa, con un valore decisamente più alto della media:Tenendo conto del salario medio nazionale, per esempio, in Italia la retribuzione di un giudice della corte suprema è del 90 per cento più elevata che in Francia ed è quasi quattro volte più alta della retribuzione in Germania”.

  Quello che emerge dai dati è che l’Italia non spende meno risorse per la giustizia rispetto alla media europea, ma ciò nonostante il personale a disposizione è decisamente inferiore alla media: Questo”, conclude Frattola nel suo studio, “sembra dipendere dal fatto che in Italia i giudici e i pubblici ministeri, pur essendo relativamente pochi, guadagnano di più che all’estero in rapporto al salario medio nazionale”.

  Insomma: tra Colombo, Cottarelli, Frattola, il ministro della Giustizia di cose su cui riflettere e operare, ne ricaverebbe. Se solo trovasse il tempo per ascoltarli…

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