lunedì, Dicembre 16

Il biologico è il futuro della viticoltura? Il Professor Attilio Scienza smonta alcuni luoghi comuni e spiega come sarà la vigna di domani

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Insomma, sintetizzando la produzione biologica in viticoltura è sostenibile soprattutto grazie alle sovvenzioni statali e comunque alcune aziende preferiscono non cavalcare l’onda, pur facendo di fatto un’agricoltura semi-biologica. Ma è davvero così poco vincente presentarsi al mercato con questa etichetta?

In realtà c’è da sperare che la situazione non cambi, perché si rischierebbe di replicare in Italia quanto successo qualche anno fa in Germania, apripista del bio in Europa assieme alla Francia. Il problema è legato all’interesse che la grande industria e la grande distribuzione organizzata hanno in modo crescente per questo mercato. In Germania i piccoli produttori di prodotti bio- lì erano soprattutto uova, carne e verdure- sono stati confinati a un piccolo mercato di prossimità, con la comunicazione del bio monopolizzata dall’industria. È chiaro che in un contesto simile il piccolo-medio produttore di bio non riesce più a essere competitivo in termini di prezzo. Più in generale il rischio che oggi corre il biologico in tutte le sue declinazioni è quello di diventare un affare come gli altri e che grandi gruppi industriali, i quali praticano un biologico certamente nei limiti di legge ma non rigoroso come quello di una piccola azienda, ne svuotino progressivamente i significati etici di cui era inizialmente portatore.

A Expo si è molto parlato di cambiamenti climatici e impatto della produzione agroalimentare sul pianeta. Reputa ragionevole l’impronta ecologica del settore vitivinicolo o ci sono margini al di là delle tecniche biologiche per aumentarne la sostenibilità ambientale?

La produzione di vino non lascia grandi impronte carboniche e idriche. Anzi il vigneto è un formidabile sottrattore di anidride carbonica dell’aria, ma come al solito l’industria e l’inquinamento urbano scaricano le loro responsabilità sull’agricoltura. Inoltre con nuovi portinnesti (la parte inferiore della pianta riprodotta tramite innesto con quella superiore, ndr) sarà possibile rendere più efficiente il consumo di acqua di irrigazione e poi sicuramente il futuro sta nel miglioramento genetico. Selezionando qualità di viti resistenti ai parassiti, alle malattie, bisognose di poca acqua e nutrienti, si apportano benefici di gran lunga maggiori a tutto il biologico di questo mondo. E non sto parlando di Ogm, su cui comunque c’è una demonizzazione ridicola a livello mediatico, perché la vite, a differenza di soia e mais, presenta già di per sé in natura una grandissima varianza genetica e si può dunque agire per incroci.

Verso la fine della chiacchierata il Professor Scienza ribalta la dialettica intervistatore/intervistato e pone una domanda spiazzante: “Si è mai chiesto perché le persone cercano il biologico, da dove ha origine questo bisogno?”. “C’è una cultura salutista più diffusa” è stata la mia risposta. Ecco la sua:

Io penso invece che la ragione stia soprattutto nella paura. Nella società occidentale ciclicamente vivono paure viscerali, dalla caduta dell’Impero romano e il conseguente caos barbarico in cui il Cristianesimo si affermò in quanto argine fisico e morale all’instabilità, alla psicosi generata dalle teorie sulla fine del mondo nell’anno 1000. Seguì poi il terrore del Grande Freddo, dal 1300 al 1700, per arrivare fino al ‘900, il secolo dei conflitti mondiali. E oggi abbiamo le grandi angosce dei cambiamenti climatici e dei flussi migratori. Ma adesso che la valvola di sfogo religiosa si è molto ridimensionata, la Natura è diventata il nuovo luogo in cui cercare rifugio. Il biologico, il biodinamico sono delle forme di rimedio alla paura, delle moderne messe laiche con cui chiediamo alla Natura, la Dea Madre di stare ancora dalla nostra parte.  

 

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