giovedì, Dicembre 12

Il biologico è il futuro della viticoltura? Il Professor Attilio Scienza smonta alcuni luoghi comuni e spiega come sarà la vigna di domani

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La sua posizione non lascia margini per il futuro. Ma da che cosa nasce tutto questo scetticismo? È un problema di sostenibilità economica o di qualità?

Essenzialmente economico. L’aumento dei costi si aggira intorno al 30% con una riduzione di produzione che in taluni casi può raggiungere anche il 50%. Se l’intera produzione fosse riconvertita al biologico, non avremmo nemmeno più il vino sufficiente per il consumo interno, dovremmo importarne. Questo stato di cose è legato al fatto che la sostanza organica nel suolo cala comunque e poiché nel campo biologico non si possono impiegare concimi chimici e il letame non è più disponibile, il vigore della pianta cala anno dopo anno e la produzione ne risente in modo molto forte. In viticoltura resta cioè lettera morta esattamente la prospettiva fondamentale del biologico, cioè l’aumento della fertilità del suolo, anche perché l’arricchimento organico si sviluppa principalmente nell’agricoltura di rotazione, cosa ovviamente preclusa con i vitigni. E il sovescio non rappresenta assolutamente una soluzione credibile da questo punto di vista. C’è infine il grosso problema del probabile futuro divieto di usare il rame nella viticoltura biologica, che sarebbe devastante per questa tecnica.

Ne consegue che una decisa virata del settore verso il bio non è nemmeno auspicabile?

È bello parlarne ma il biologico in viticoltura non cresce molto e la gran parte di quanti scelgono questa via lo fa in quanto riceve sovvenzioni dalla Regione, che corrisponde circa 1200 euro all’ettaro. Tra l’altro la maggioranza di questi agricoltori non fa poi vino biologico ma prende i soldi e vende l’uva. E questo spiega ad esempio perché la Regione Sicilia, leader in Italia e forse anche in Europa per il bio, abbia un rapporto tra superficie coltivata con metodo biologico e vino poi effettivamente imbottigliato come bio del 5%. La realtà è che non esiste un mercato alternativo per questo prodotto, anche perché non ha prezzi mediamente più alti.

E allora come spiega la scelta di Ferrari, che ha 500 agricoltori conferitori di uve completamente bio?

Anzitutto c’è un’attenzione fuori dal comune di questa azienda per il territorio di riferimento, con il concetto di sostenibilità interpretato anche come una restituzione di benessere alla comunità circostante. E poi a livello commerciale Ferrari ha fatto di questa scelta un’immagine forte, perché deve contrastare le scelte operate nella vicina Franciacorta, dove c’è molto biologico. Si sono organizzati in questo senso per contendere a questa zona la nicchia del biologico in una fascia alta di mercato. Quando uno fa cinque milioni di bottiglie, anche se uno è realizzato con uve biologiche dei suoi fornitori ovviamente tutto si regge. Il resto viene acquistato dalle cantine sociali, dove ovviamente non si sa chi sono i conferitori.

Ci eravamo illusi che bio fosse sempre sinonimo di un avvenire radioso e senza controindicazioni…

In realtà il tema va visto nelle sue sfumature, quasi mai le cose sono tutte bianche o tutte nere. Non si può non sottolineare che anche la viticoltura convenzionale integrata sta sempre più avvicinandosi con le scelte agronomiche (abbandono del diserbo, lavorazione sottofila, inerbimento dei vigneti) e di lotta (rinuncia ai insetticidi, impiego di prodotti di sintesi sempre più compatibili con l’ambiente) a delle scelte di sostenibilità. Ed è un fatto sicuramente positivo, e anche per certi versi inevitabile. È ovvio che non si può essere contrari al biologico, ma bisogna affrontare razionalmente la materia, lontani da ideologismi e facili entusiasmi. Ad esempio lo storico produttore piemontese Gaja è molto attivo su tutti questi fronti, ma non dichiara una sola bottiglia come bio.

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