giovedì, Ottobre 17

Il bazar delle armi: la necessità del terrore

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Ieri, presso il centro di addestramento militare di Alabino, la base aerea di Kubinka e il centro espositivo Patriot park di Mosca, si è aperta la terza edizione dell’esposizione tecnico militare internazionale russa ‘Army 2017. L’evento, che si concluderà il 27 agosto, sarà un’opportunità per gli attori dell’industria della difesa che potranno mettere in mostra prodotti innovativi e nuove tecnologie. All’esposizione parteciperanno molti rappresentanti ed esperti militari, vertici delle forze armate e dei governi provenienti da più di cento Paesi, protagonista assoluta l’industria militare. Solo ieri l’evento ha visto la partecipazione di 35mila visitatori, mentre gli oltre 700 giornalisti accreditati di tutto il mondo hanno iniziato diramare notizie dei primi importanti accordi di vendita di sistemi di armi ai vari Paesi presenti in fiera.

Poche ore prima il Presidente americano Donald Trump aveva fatto un annuncio a lungo auspicato dalle lobby militari americane e non solo, per quanto fino a pochi mesi fa assolutamente inatteso: l’intervento americano in Afghanistan non soltanto non andrà esaurirsi, addirittura sarà implementato, e gli Stati Uniti non si pongono neanche più un orizzonte temporale per il ritiro, intanto, da subito, saranno inviati altri 4mila militari che si aggiungono agli 8.500 già sul terreno. Per l’industria delle armi significa altri miliardi di dollari di vendite. Per altro, in aprile, Trump parlando alla convention annuale della National Rifle Association, la lobby Usa dei costruttori di armi, lo aveva dichiarato: «Avete un amico alla Casa Bianca. Mi avete sostenuto e ora sosterrò voi»

Il Presidente russo, Vladimir Putin, nel messaggio di benvenuto all’inaugurazione della manifestazione ha anche detto, «il Forum fornisce anche una piattaforma per un dialogo internazionale», «Qui, i problemi e le sfide più urgenti, nonché i modi per affrontare le minacce comuni, diventano oggetto di discussioni professionali sostanziali», «è solo insieme, unendo i nostri sforzi e rispettando gli interessi nazionali di tutti gli Stati, che possiamo garantire uno sviluppo efficace e sostenibile a beneficio di milioni di persone».

Donald Trump ha motivato la sua decisione di cambiare idea rispetto alle promesse fatte in campagna elettorale di ritiro dall’Afghanistan sostenendo che è necessario evitare che il Paese diventi un rifugio per i terroristi che si ritirano da altre aree.

Insomma, la ‘guerra al terrore’ si fa business sempre più redditizio. Un concetto ribadito da Paul Rogers, docente al Department of Peace Studies della Bradford University e autore del briefing mensile dell’Oxford Research Group, in un intervento suOpen Democracy‘, dal titolo ‘Arms bazaar: needs wars, eats lives’.

Rogers sostiene che un mondo caratterizzato da conflitti e da paure conduce le grandi compagnie militari verso una fase di grande espansione economica. L’esercito statunitense, afferma il docente, è presente in molti Paesi dove la violenza, la paura e i continui bombardamenti sono all’ordine del giorno. Queste condizioni causano molteplici disagi alla popolazione locale, ma non ai fornitori di armi e di attrezzature militari, che approfittano della situazione per moltiplicare i loro guadagni.

L’autore, prendendo in considerazione alcuni dei conflitti che si estendono dall’Africa all’Asia, ha sottolineato come la presenza degli Stati Uniti sia evidente. Si noti, ad esempio, come sia in aumento l’uso dei droni in Siria; come la loro presenza rimanga importante nel conflitto che si sta evolvendo in Iraq e come i vertici militari stiano lavorando affinché il Presidente Donald Trump espanda le operazioni militari in Afghanistan -esattamente quanto accaduto poco più di 24 ore fa.

La presenza dell’esercito americano si nota anche nella Corea del Sud, dove Trump e il suo alleato, il Primo Ministro del Giappone Shinzo Abe, stanno cercando di contrastare l’utilizzo dei missili provenienti dalla Corea del Nord, ed ancora nelle Filippine, il cui Presidente, Rodrigo Duterte, deve scontrarsi frequentemente con i miliziani dell’ISIS che occupano Marawi, città dell’isola meridionale delle Filippine.

Inoltre, il Governo degli Stati Uniti è chiamato dai lobbysti a schierare più forze militari sia nell’est dell’Europa, per fronteggiare il potere della Russia, sia nel Sahel, fascia di territorio dell’Africa sub-sahariana. Tali guerre richiedono rifornimenti costanti ed è qui che entrano in scena quelli che Rogers definisce i ‘bazar delle armi’, ovvero gli enormi depositi delle industrie militari presso i quali si possono acquistare armi di ogni tipo.

Rogers presenta un report pubblicato dalla rivista ‘Defense News’ che si intitola ‘The Top 100: A return to prosperity?che presenta la classifica delle prime cento multinazionali produttrici di armi del 2016. Il fatturato annuo globale 2016 è stato di 364,8 miliardi di dollari, con un incremento del 3,6% rispetto ai dati del 2015. Gli elementi che Rogers evidenzia sono particolarmente interessanti nell’economia dell’analisi che conduce. Le prime sette aziende ai vertici della classifica per fatturato sono:

  1. Lockheed Martin, Stati Uniti: $43,468 billion
  2. Boeing, Stati Uniti: $29,500 billion
  3. BAE Systems, Regno Unito: $23,621billion
  4. Raytheon, Stati Uniti: $22,394 billion
  5. Northrop Grumman, Stati Uniti: $20,200 billion
  6. General Dynamics, Stati Uniti: $19,696 billion
  7. Airbus, Paesi Bassi/Francia: $12,321 billion

Da questi elementi raccolti, si possono fare delle considerazioni.

La prima è che il dominio americano è evidente -e per altro gran parte dei ricavi della BAE Systems derivano dalle attività statunitensi. La seconda considerazione è che tutte e sette le industrie militari sono delle multinazionali di varie dimensioni. Airbus, per esempio, è attiva nell’Europa occidentale e ciò è un vantaggio per molti governi europei. Una terza considerazione che si può fare è che queste imprese hanno un margine di ricavo enorme. Lockheed e Boeing hanno ricavi militari annui superiori all’intero PIL dell’Uganda, la cui popolazione è di circa 39 milioni di abitanti.

Un quarto elemento da considerare è che questa ricchezza accumulata consente di svolgere grandi operazioni che sono, spesso, promosse dal ‘cambio di guardia’ dei funzionari senior e dai vertici militari che hanno operato nella pubblica amministrazione occupandosi dello sviluppo delle armi e degli appalti e che poi, usciti dalla pubblica amministrazione, possono garantire ottime consulenze o, addirittura, diventare soci di queste grandi multinazionali.

Un quinto fattore che emerge dal report è che le compagnie possono contare su un atteggiamento favorevole da parte degli Stati che acquistano la loro produzione. Rogers cita, a titolo di esempio, il procedimento legale intentato dalla Campagna contro il commercio di armi (CAAT). L’organizzazione aveva contestato la legittimità della vendita di armi da parte del Governo britannico all’Arabia Saudita -le armi esportate a Riyad erano state utilizzate nei ripetuti bombardamenti nello Yemen- e in altri Paesi quali ad esempio Israele. Il procedimento si è concluso con sentenza sfavorevole per CAAT. Per altro, le bombe utilizzate nello Yemen è oramai assodato che sono anche di provenienza italiana, alcune provenivano dalla Rwm Italia, con sede operativa a Domusnovas, nel cagliaritano.

«Le multinazionali delle armi hanno bisogno della guerra o di stati di tensione perché ciò garantisce loro l’aumento della vendita di armi», scrive Rogers.

Altra situazione che rende evidente questa conclusione che nulla ha a che fare con complottismi o similari, che il docente prende in esame è la Libia 2011. Poco prima della guerra della Nato contro il regime di Muammar Gheddafi, nel 2011, le compagnie produttrici di armi francesi e italiane stavano lavorando per il Governo libico per migliorare la potenza dei aerei e veicoli corazzati. In pochi giorni questi furono distrutti dalle forze della Nato e ciò determinò un potenziale doppio vantaggio.

Si fornirono ai Paesi Nato più bombe e missili per sostituire quelli andati distrutti e contestualmente si crearono le condizioni per forniture ancora più remunerative di armi alla Libia appena conclusa la crisi. Non solo. Anche se il mercato delle armi libico non è ancora stato aperto alle grandi compagnie internazionali, la condizione in cui verte la Libia, caratterizzata da gruppi radicali islamici, le pressioni migratorie ed altre insicurezze presenti all’interno del Paese, contribuiscono a creare uno stato di terrore e di paura che può favorire l’acquisto di armi. Ma la Libia non è un caso isolato.

E’ tutto il Mediterraneo, secondo Rogers, ad essere più o meno in questa situazione, e così aumentano le aspettative delle compagnie militari. Il report di ‘Defense News’ lo conferma: «È ragionevole aspettarsi che la crescita continui, siamo all’inizio di quello che potrebbe essere un nuovo ciclo per l’industria delle armi», ciclo che potrebbe prevedere una crescita addirittura del 5%, e non solo per l’effetto Trump, percentuale che auterebbe -impossibile revedere di quanto- se scoppiasse un grande conflitto. La crescita più importante dovrebbe essere quella dei produttori di armi americani, in particolare nel settore missilistico, visto che l’Amministrazione Trump punta all’implementazione molto importante del sistema dei missili -non ultimo in risposta della Corea del Nord.

Le industrie militari, dunque, traggono profitto dalle situazioni di guerra conclamata o anche solo tensione e paura, inoltre, rispetto al passato, sono protette dalla loro forza economica, dal loro formidabile potere e dall’assoluta convinzione della legittimità di ciò che fanno. E come non bastasse a supportare questi loro conclamati vantaggi, interviene la comunicazione. Lockheed e BAE Systems, ad esempio, sponsorizzano l’annuale manifestazione ‘Red Poppy Appeal’ gestita dalla Legione britannica, un’organizzazione che aiuta le vittime di guerra e le loro famiglie e che ottiene il sostegno finanziario da parte di quelle aziende che fanno soldi con la vendita delle armi. «Certo, c’è una contraddizione di fondo nel loro atteggiamento e proprio per questo è importante fornire queste informazioni e rendere partecipe la gente su quanto sta accadendo», conclude Rogers.


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