martedì, Ottobre 27

Il bambino, l’uomo incappucciato e la ‘digitalizzazione’ imbecille Un bambino morto causa l’uso sbagliato e malato della ‘digitalizzazione’ che tanto piace per farne chiacchiere ai nostri politicanti

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«Chiediamo pene esemplari e tolleranza zero», con queste parole, precedute dalla solita affermazione melensa ‘quel bambino è figlio di tutti noi’, un Ministro della Repubblica (che per carità di Patria non definisco delle banane) commenta il suicidio di un bambino ‘per seguire un uomo incappucciato’.
Sorvoliamo, per favore, sui sociologismi, sugli psicologismi e quant’altro. Qui non c’è da discuterne in questi termini, né in quelli del Ministro. Qui si tratta di agire. Di agire con coerenza, rispetto dei diritti individuali, fermezza estrema.
E non parlo dei genitori, al tempo stesso da compatire (poveracci, deve essere uno strazio senza fine sul quale è bene tacere) e da ‘rimproverare’. Piano, piano, non loro, per carità, ma ciò che, nonostante loro fossero tutt’altro che degli sprovveduti, è accaduto a causa di un uso sbagliato e malato delladigitalizzazioneche tanto piace per farne chiacchiere ai nostri politici. Della digitalizzazione e della società, di una società incapace di misurare le conseguenze di ciò che si fa e di ciò che si fa accadere.
E, naturalmente, la domanda più politica: ma dov’è la scuola? Banchi singoli e con le ruote, cartelle pieno di nozioni come vogliono la signora Lucia Azzolina e Giuseppe Conte – pochette (no ho già parlato a iosa), insegnanti supplenti o variabili, oggi uno domani un altro, scuola assente.
Certo, ha ragione una psicologa (domando scusa non ne ho colto il nome, ma mi è sembrata una persona molto seria) in TV l’altra sera, dire con pacatezza ma con fermezza che bisogna imparare a direno’ e ‘al momento giusto, col tono giusto, con la fermezza giusta, se mi permette di aggiungere ciò.
E fin qui va bene. Ma non basta, non può bastare.

Ho appena finito di guardare su un quotidiano online (solo lì si può!) un cretino, no, un delinquente, peggio un rifiuto della società, su un monopattino (un monopattino!) elettrico (quelli su una regolamentazione dei quali se solo azzardi a dire una parola ti tagliano la lingua, come per le biciclette elettriche, ormai più potenti della Yamaha di Valentino Rossi), correre su una strada nazionale ad oltre 80 km l’ora, per un lungo tratto, e superare un’altra automobile … lenta.
Ma non basta, perché alla assurda follia del fatto in sé -immaginate che sarebbe successo se fosse caduto e si fosse fatto male, immaginate, gli strilli, gli stracciamenti di vesti contro gli automobilisti violenti contro un povero monopattinista, ecc….- si aggiunge che, lungi dall’essere documentato da un processo, da un verbale di poliziotto, da un sequestro di veicoli truccati di provenienza (immancabilmente!) cinese, risulta dal video, regolarmente messo su Facebook o che so io e passato ai giornali, di un automobilista, alla guida di una potente vettura, il cui tachimetro, inquadrato alternativamente al monopattinista (!!!) segnava una velocità di oltre 80 km ora. Roba da arresto in massa.
Non basta dicevo, perché il problema è l’uso smodato incontrollato e incontrollabile, ma specialmente del tutto acritico, di questi mezzi di comunicazione che non comunicano, ormai, istupidiscono, soggiogano.

E qui, certo, la responsabilità dei genitori (in genere non nel caso specifico, per carità) che, diciamocelo francamente, per mettere a tacere i frugoletti (ormai dai tre anni in su !!!!!) gli mettono in mano apparecchiature avanzatissime, perché così, messi tranquilli i predetti frugoletti, possono … dedicarsi loro a smanettare su quei cosi. E quindi il tema è l’educazione: come può dirsi ad un bambino di non stare appiccicato quel coso, quando la mamma e il papà lo hanno fisso in mano e ci smanettano in continuazione? anche, magari, guidando un’automobile pure ad una velocità sostenuta, oltre che a tavola, facendo pipì e quant’altro.

Ma poi c’è la scuola, dove il tema non è solo quello della rituale spiegazione da parte dell’insegnate che spiega di non usare certe cose, non frequentare certi siti, ecc. Anzi, a dire il vero (non ditelo alla signora Azzolina, che si spaventerebbe perché non sono cose che passano per gli imbuti) la scuola, se fosse la scuola, a parte che non dovrebbe permettere ai ragazzi e ai docenti (avete letto bene, ai docenti … io ho visto ‘persone’ fare lezione all’Università interrotte dai telefonini, e scambiarsi messaggi con amici e amanti durante gli esami! Quindi chi sono io per scagliare la prima pietra, anche se io in quei casi il mio cellulare lo spegnevo, io!) non si dovrebbe permettere, dico, nemmeno di portarlo spento il cellulare a scuola (e vai a farlo: le mamme inferocite, mi sembra di vederle e i papà a picchiare gli insegnati rei di tal misfatto), ma si potrebbe fare ben di più in una scuola vera (magari assente la Azzolina): farli vedere in classe ai ragazzini quei siti, incoraggiarli a provarli (a scuola, senza il proprio telefonino!) e spiegargli bene, con i fatti, raccontandogli le ormai molte storie del genere, quali rischi si corrono, ma specialmente quanto false sono quelle immagini, quanto inesistenti e delinquenti siamo quei personaggi.

Certo, direte voi, occorrerebbe una scuola che si preoccupi di dare e creare cultura, non di infilare nozioni in testa o sulle spalle; occorrerebbero dei docenti che sappiano di quelle cose, le sappiano spiegare, sappiano terrorizzare (sì terrorizzare!) i ragazzi dall’uso di quelle cose. A tutte le età, cogliendo così l’occasione per cercare di allontanarli sia dalla droga (cosa che oggi come oggi non mi pare si faccia affatto), sia da certi comportamenti cretini come quelli del monopattinista o delinquenziali, come quelli dei massacratori di Willy.
Se qualcuno di voi conosce una scuola del genere, gli sarò grato se me ne vorrà fornire l’indirizzo. Ma comunque, lo sappiamo cosa è e cosa resterà la scuola.

Ma poi c’è un livello ancora più generale (non alto, specie in Italia) ed è il livello della Pubblica Amministrazione, del Governo.
Libertà assoluta di parola e di immagine e di trasmissione, ma non di delinquere. Questo è né più né meno che lo stesso tema delle mascherine e quant’altro: nessuno ha il diritto di impormi la mascherina, ma io non ho il diritto di infettare gli altri. Vero? E nemmeno ho il diritto di portare gli altri a fare assurdità, ad impazzire, a drogarsi, a prostituirsi, a dover rispondere, come Vanessa Incontrada, alle ridicole critiche al suo aspetto fisico, posando nuda.
Non si può concepire un mondo, uno Stato moderno, una civiltà, che è costretta ad ammazzarsi per fare vedere quali assurdità vi sono in giro, o a denudarsi per impedire non i commenti sulla propria persone (non è così cretina Vanessa Incontrada) ma a contestare la necessità di essere ciò che non si è.

Ora, leggo, ci saranno indagini per scoprire chi e come. Bravi. Se le facevate prima, magari era meglio e avremmo (dico tutti noi, perché vale per noi tutti) evitato che due genitori si dannassero l’anima per chiedersi in cosa hanno mancato. In nulla sostanzialmente.
Ma la società sì, e molto! e le facce di tolla dei nostri politicanti con i loro melensi commenti, stanno lì, stentoree, a dimostrarlo.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.