mercoledì, Settembre 30

Il Ballet de l’Opéra de Lyon in scena al Regio di Torino field_506ffb1d3dbe2

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Dallo scorso 29 Novembre e sino al 7 Dicembre   la compagnia del Ballet de l’Opéra de Lyon  presenta negli spazi del Teatro Regio a Torino due capolavori  di Balletto contemporaneo : il  ‘Limb’s Theorem‘  di William Forsythe, con le musiche di Thom Willems,  e ‘Giselle’, opera strutturata sulla celebre partitura di Adolphe – Charles Adam e curata, nelle componenti coreografiche,  da Mats Ek .  
La celebre formazione di danzatori  della città di Lione, diretta da Yorgos Loukos,  propone -nel contesto d’un ampio tour europeo-  due grandi classici del proprio repertorio, confermando  la volontà  di diffondere, attraverso le proprie proposte estetiche,  il linguaggio coreografico  contemporaneo.  La compagnia di danza classica per formazione e nel suo linguaggio artistico eminentemente moderna, vanta  un  vasto repertorio costituito da ben  93 titoli, 48 dei quali sono stati ad hoc creati per il Ballet de l’Opéra de Lyon o sono stati costituiti  a seguito di proficue collaborazioni con i più grandi coreografi della scena internazionale.  

Delle due opere abbiamo parlato con Marinella Guatterini, docente di Teoria ed Estetica della Danza e responsabile delle attività del corso di Teatrodanza. 

 

Quali le caratteristiche dei lavori proposti ?
Entrambi i lavori presentati al Regio nei prossimi giorni  hanno una certa età. Essi non sono espressioni di una danza contemporanea nata ieri.   ‘Limb’s Theorem  è del 1990, mentre la ‘Giselle’  è del 1982.  Per entrambe le opere, e soprattutto in riferimento alla ‘Giselle’, noi possiamo oggi parlare di Cult Ballet.  La coreografia di ‘Giselle’  – visionata dal ’82 ad oggi-  è tra le opere maggiormente conosciute dall’ampio pubblico, mentre  l’ opera originale risale al XIX secolo ed è stata creata nel  1841.  Diversa è la situazione di ‘Limb’s Theorem’ . Il Balletto ha avuto tre riprese nel corso del tempo, ed  è stato riallestito  nel 2009 ed ora nel 2013. Eppure la rappresentazione dell’opera  non ha avuto una grande circuitazione. Molto di rado il Limb’s Theorem è stato proposto nella sua interezza. Si tratta di una coreografia complessa, suddivisa in tre parti costitutive, e particolare rispetto a contenuti e stilemi scenici ed interpretativi. Essa non è stata  invero destinata a numerose compagnie.  

Veniamo alla genesi dell’opera in relazione all’esperienza di William Forsythe.
Noi sappiamo che Forsythe ha lavorato per vent’anni al Balletto di Francoforte  e che nel corso degli anni ’80 e ’90 egli ha creato alcune coreografie che hanno reso celebre tale istituzione, afferendo ad una comune eredità classico accademica. Dopo il 2004 Forsythe ha poi lasciato la direzione del ‘Balletto’ a Francoforte  per creare una compagnia che porta il suo nome. Di lì la sua produzione si è rivolta ad una più ampia sperimentazione, manifestando orientamenti  diversi rispetto al ventennio precedente. Considerando dunque queste premesse possiamo dire che da quel momento anteriore ad oggi il coreografo ha diretto  la sua creatività in settori originali e quasi strani – interessandosi d’una precisa ricerca estetica sul corpo ed amando in modo predominante l’Arte visiva. Spesso egli ha creato inediti oggetti coreografici. E in tale ampio contesto possiamo ribadire che  l’opera ‘Limb’s Theorem’ appartiene  al suo passato creativo. Ma occorre tener presente che mai nell’esperienza di un geniale artista – come in quella del nostro coreografo – i periodi creativi appaiono tra loro rigidamente scanditi. Dunque numerosi sono i rimandi ed i richiami estetici che  evidentemente riconducono ad un lavoro piuttosto che ad un altro. E così molte delle opere del periodo di Francoforte sono state donate alle maggiori  e più accreditate compagnie di balletto accademico.  Tale operazione non cancella però il suo passato sulle punte. Quel passato che nasce su punte pericolosamente martoriate ed in disequilibrio. Forsythe ha creduto bene di mantenere vivo il repertorio passato – degli anni ‘ 80 e ‘ 90 – e di offrirlo a interlocutori eccellenti.  Nel caso di ‘Limb’s Theorem l’opera è stata donata nella sua interezza al ‘ Ballet de l’Opéra de Lyon’ in nome di una fortunata liaison. E questa grande compagnia si è prestata all’impresa di ricostruzione di un balletto che – nella sua costituzione originaria –  è diviso in tre parti e che nasce dalla sua seconda parte. ‘Ennemy in the figure’, la seconda sezione, è invero un cammeo in un balletto in bianco e nero. Esso si distingue per una precisa simpatia per l’architettura. Nell’istallazione scenografica il balletto presenta alcuni elementi straordinari. Nel primo atto  un’enorme tela, tanto simile ad una vela, che  si muove senza posa.  Nel secondo un particolarissimo muro ondulato in legno. Nel terzo troviamo enormi calotte che scendono dall’alto. Nei tre casi vi sono alcuni segnali che indicano la monumentalità certa della coreografia.  E come dicevo in precedenza il secondo atto di Ennemy in the figure  nasce prima di  ‘Limb’s Teorema’.

Quali sono le caratteristiche essenziali dell’Opera?
Il Balletto -presentato in Italia per la prima volta  nel 1989  nel contesto del  ‘Festival di Reggio Emilia’- riflette la pura danza. In esso alcuna storia viene raccontata. Ma si tocca l’ontologia della Danza. Una serie di relazioni tra i danzatori sono poste in essere, secondo un’innovativa sperimentazione. Con effetti di luce particolari e movimenti studiati si compie il cosiddetto ‘Teorema dell’arto’.   Arto inteso come articolazione. Ecco dunque presentata una danza che disarticola l’articolazione in sintonia con una coreografia frammentaria. Non ci si deve pertanto aspettare la consequenzialità. Diversi accadimenti sono dispersi nello spazio. Nel  sapiente gioco delle luci si colgono apparizioni e sparizioni. La drammaturgia coreografica tiene insieme questi frammenti. Vi è poi una parte eccitante e travolgente. E questa è rappresentata da ‘ Ennemy in the figure’. Un nemico nella figura. Ed il titolo ha un valore e significato precisi.

Chi è il nemico nella figura ?
Non si comprende chi egli possa essere. Eppure lo spettatore – come fosse in un thriller – vive una ‘suspense story’.  I danzatori procedono a velocità folle, e conducono con sé  alcuni proiettori posti su carrelli e -attraverso il loro  movimento- lanciano rapide ombre sul muro. Tutto contribuisce  a creare un clima di forte agitazione. Persino i costumi -con particolari frange a pois- vanno ad arricchire i vorticosissimi effetti di movimento. Gli uomini scompaiono nel loro roteare, mentre restano  le frange in un clima di eccitazione vertiginosa …  Il coreografo ha creato questo momento forte di ‘ Ennemy in the figure’ in un contesto altrimenti algido e distante – così da scuotere l’emozione dello spettatore.

Un’osservazione tecnica sul corpo di ballo:  la virtù delle danzatrici.
Nel ‘90 il lavoro suddetto  era interpretato da super ballerini. Le danzatrici donne allora -come oggi- hanno conservato un ruolo importantissimo. Esse sono portatrici d’un virtuosismo parossistico – sporcato di disequilibrio. Le donne sono e sono state forze predominanti e portatrici di grandissima grazia. Con loro la drammaturgia consegnava momenti di calma e silenzio. Il ruolo delle danzatrici sulle punte è  dunque accentuato nel balletto. In particolare in  ‘ Ennemy in the figure’  c’è un momento che rimane nella memoria. Oltre il muro ondulato presente in scena  c’è una corda bianca che si muove. Essa   fa parte della coreografia.  Coreogafare una corda e il suo movimento è compito d’un artista geniale. Per cui accanto alla generale  vertigine dell’opera vi è  una danzatrice che  a lato procede con grazia e si limita a sollevare con la scarpetta la corda posta a terra. Ecco la delicata e bellissima funzione femminile nel Balletto. 

 

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