venerdì, Aprile 26

Identikit dei foreign fighters foreign fighters: combattenti stranieri che partecipano a una guerra volontariamente

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Jihadisti di nuova generazione. Non più giovani poveri ed emarginati in cerca di riscatto, ma figli del vuoto pneumatico datato 2014. Nuovi nichilisti tra i 14 e i trent’anni, che dalle buone scuole europee si catapultano nella violenza più estrema e spettacolare. Il conflitto fra Oriente e Occidente propagandato dal defunto Osama Bin Laden e cavalcato da alcuni governi e politici occidentali, sembra lontano secoli. Isis e Jabhat al-Nusra, i due principali gruppi jihadisti in cui si arruolano i cosiddetti ‘foreign fighters’ da Europa e America, discendono da al-Qaeda e dalla destabilizzazione del’Iraq, ma il loro nemico sono soprattutto i locali, non New York. Isis vuole creare un’identità territoriale in un’area sunnita emarginata dagli anni Sessanta, contrastando l’influenza e il potere degli sciiti.

Religione e teologia, nella jihad irachena e siriana, al momento c’entrano poco. Lo dimostra il fatto che i giovani stranieri si convertono all’ultimo minuto o non hanno ricevuto un’educazione tradizionale islamica. Sono uno dei prodotti della globalizzazione, tanto che non si riuniscono nelle moschee, ma sui social network. Per passione hanno le armi, i film hollywoodiani alla Scarface, i videogiochi cruenti, e come punti di riferimento gli studenti attentatori di Columbine e i narcoblog. Così la Rete, osannata durante le cosiddette ‘primavere arabe’ come acceleratore di democrazia, è tornata a essere un mezzo che in quanto neutro, può essere usato per scopi opposti, persino terroristici.

“I foreign fighters sono loser”, ovvero perdenti, nerd, sfigati, spiega a ‘L’Indro’ l’orientalista francese Olivier Roy. Nato nel 1949 da una famiglia protestante de La Rochelle, ha teorizzato in tempi non sospetti, cioè prima di chiunque altro, ‘Il fallimento dell’Islam politico’ (1992) e ‘La santa ignoranza’ (2009) delle religioni senza cultura, tra le quali naturalmente non solo l’Islam odierno, ma anche il pentecostalismo, la religione che cresce più velocemente al mondo.

Siamo immersi in un revival religioso. Scriveva Roy nel 2009: «La santa ignoranza consiste in due cose. La prima è la svalutazione della cultura a vantaggio della fede: per i nuovi credenti, nel peggiore dei casi, la cultura non esiste che sotto forma di paganesimo e, nel migliore, non ha valore, come per Benedetto XVI, se non quando è abitata dalla fede. La seconda cosa è l’indifferenza verso la teologia a vantaggio della fede come vissuto. In questo caso la santa ignoranza non è un ritorno a un qualche arcaismo, bensì l’espressione di un atteggiamento moderno».

Autore di numerose pubblicazioni, profondo conoscitore dell’Islam, ex capo OSCE in Tajikistan e consulente Onu in Afghanistan, Olivier Roy ci parla dal suo studio allo European University Institute di Firenze.

Professor Roy, chi sono i ‘foreign fighters’ che vanno in Siria e in Iraq?

Appartengono a due categorie. Giovani musulmani di seconda e terza
generazione che vivono in Occidente, e i convertiti. Il numero dei convertiti è significativo perché rappresenta un quarto dei ‘foreign fighters’. Non troviamo questa proporzione di convertiti in nessun’altra organizzazione musulmana. Ciò dimostra che non si radicalizzano nel quadro di una società tradizionale musulmana, ma attraverso Internet e fra di loro. E’ un fenomeno generazionale. Sono molto giovani.

Tra i 18 e i 25 anni?

C’è di tutto. Anche ragazzini di 14 e 15, fino a dei trentenni. Vent’anni è la media. Dunque, non sono prodotti né dalle moschee né dagli ambienti musulmani. Rispecchiano un fenomeno di atomizzazione, individualismo. Si radicalizzano fra giovani nel virtuale.

Dopo essere stati reclutati, seguono un addestramento militare?

Ci sono dei veterani che si sono specializzati in Afghanistan, ma sembrerebbe che a questi giovani venga semplicemente dato un indirizzo o un numero telefonico in Turchia. Una volta giunti lì, passano la frontiera con la Siria per unirsi all’Isis o ad al-Nusra. Non sono formati in precedenza.

La Turchia è il loro luogo privilegiato di passaggio?

Sì. La Turchia è un Paese enorme e gli europei non hanno bisogno di un visto per accedervi. E’ solo alla frontiera con la Siria che eventualmente possono essere controllati, come già accaduto per alcuni individui segnalati alla polizia turca.

Alcuni ‘foreign fighters’, però, tornano nei Paesi d’origine. Perché?

Anche in questo caso si differenziano in due categorie. Coloro che tornano ai Paesi d’origine per continuare l’azione militante e i delusi: per loro non ha funzionato, non si aspettavano ciò che accadeva laggiù, hanno avuto paura e vogliono dimenticare e farsi dimenticare.

Questi ultimi possono essere ‘recuperati’?

Certamente. Loro stessi chiedono di essere reintegrati, ma temono di andare in prigione. Invece di criminalizzarli tutti, bisognerebbe trasformarli in attori decisivi della de-radicalizzazione o de-sacralizzazione. Far loro delle interviste sui media per far capire quanto sia deleterio quello che hanno fatto.

Com’è possibile rintracciarli e chi si occupa di loro?

In effetti, non esistono istituzioni ufficiali e centri specializzati dello Stato. Solamente qualche Ong e qualche fondazione a base volontaria.

Quando sono comparsi i primi ‘foreign fighters’?

Molto tempo fa. I primi andarono in Afghanistan negli anni Ottanta e provenivano soprattutto dai Paesi arabi. Ma è a partire dalla guerra in Bosnia, che abbiamo registrato i primi convertiti provenienti dall’Europa. La differenza rispetto a oggi è che il numero dei convertiti sta aumentando.

Negli anni Ottanta e Novanta, forse, era più difficile partire perché non c’era Internet.

Sì. Ne partivano di meno e si trattava di gruppi d’amici dello stesso quartiere o dello stesso corso universitario. Alcuni degli attentatori che hanno partecipato all’11 settembre 2001 appartenevano alla stessa città universitaria (tre dei piloti, Mohamed Atta, Marwan al-Shehhi e Ziad Jarrah, appartenevano alla cosiddetta “cellula di Amburgo”, un gruppo di ex-studenti e aspiranti Jihadisti di varia nazionalità, conosciutisi ad Amburgo, in Germania, ndr.).

Il 28 settembre 2001 furono trovate delle lettere, probabilmente scritte da Mohamed Atta. Il vice-Direttore della Divisione Antiterrorismo dell’FBI J.T. Caruso disse che esprimevano «un’allarmante volontà di morire da parte dei dirottatori». Cosa attrae oggi dello jihad?

I ‘foreign fighters’ sono affascinati dal male virtuale e dalla lotta globale, ma non legata a una Nazione o a uno Stato particolare. Partono per lo jihad globale e non per una guerra precisa. Non si interessano ai Paesi dove vanno e non parlano le lingue locali.

Quali differenze ci sono con i mercenari e i contractors?

Non sono pagati. Ricevono il necessario per vivere. I giovani europei radicali che vanno in guerra in modo volontario e in nome di un’ideologia esistono fin dalle Brigate Internazionali della guerra civile spagnola.

Le Brigate Internazionali combattevano le forze nazionaliste comandate da Franco, i comunisti inseguivano un’utopia, mentre lei ha definito i ‘foreign fighters’ dei ‘nichilisti’.

Sono tutt’altro: giovani esclusivamente affascinati dalla violenza e dalla morte. Oggigiorno ci sono dei fenomeni di nichilismo generazionale, dove il più frequente è ‘il tipo Columbine’. Ragazzi che entrano a scuola, uccidono compagni e insegnanti per poi farsi uccidere a loro volta. E’ un fenomeno molto esteso negli Stati Uniti, dove si registra un episodio simile al mese. Lo si attribuisce alla pazzia, mentre si considerano i jihadisti mossi dall’ideologia religiosa. In realtà, il meccanismo psicologico è uguale: sono entrambi attratti dalla violenza fine a sé stessa e dalla morte. Abbiamo delle forme simili in Messico tra i Narcos, dove l’uso e la messa in scena della violenza non sono solo una questione di rivalità fra gang. Le decapitazioni eseguite dall’Isis assomigliano a quelle compiute dai Narcos. I video sui narcoblog sono praticamente identici. Se si vuole capire la messa in scena della violenza da parte dell’Isis, non bisogna guardare dentro il Corano o in Arabia Saudita, ma al Messico. Naturalmente gli obiettivi non sono gli stessi.

La radice delle violenze è la medesima. Sono tutti dei mediocri?

Direi piuttosto dei ‘loser’ (perdenti, ndr.). Sentono di non avere un futuro e si precipitano nell’avventura. Nessuno di loro parla di stabilire una società più giusta, obiettivo a cui miravano per esempio i militanti comunisti. In realtà, non sono dei cinici, credono a un bene assoluto che è lo jihad, ma pensano che non si realizzi sulla terra. Non sono utopisti, ma apocalittici.

C’entra qualcosa il modo in cui i giovani sono cresciuti in Occidente, la diffusa disabitudine a pensare, a distinguere il bene dal male, come avvenne già – secondo Hanna Arendt – durante il nazi-fascismo?

Non parlerei di ‘banalità del male’, che è un’altra cosa, ma ricordo che dalla fine del Diciannovesimo secolo ci sono state delle dimensioni nichiliste come l’anarchismo e i falangisti dello slogan ‘Viva la Muerte’. Da allora periodicamente emergono delle dimensioni nichiliste, anche se non sono al centro della società. Quanto alle famiglie, il problema è che non si intromettono. I genitori di questi giovani non hanno trasmesso l’Islam, la cultura islamica tradizionale, ai figli. Per i convertiti, la separazione è ancora più netta: rifiutano ogni trasmissione da parte dei genitori. Sono venuti al mondo, ma si sentono esterni alla trasmissione parentale. E’ più una questione di de-culturizzazione, che di secolarizzazione.

Come ha teorizzato nel libro ‘La santa ignoranza’. Qualche altro esempio di nichilismo odierno?

Nei comportamenti che portano alla dipendenza dalla droga. In una certa estrema destra, come quella in cui si riconosce Anders Breivik (fautore nel 22 luglio 2011 di due attentati a Oslo e sull’isola di Utøya che causarono in tutto 77 morti e 96 feriti, ndr.). L’estrema destra europea oggi è molto apocalittica. Pensa che la sua civiltà si stia corrompendo e che la sua cultura stia scomparendo. Pone l’acccento sul fatto che gli immigrati sono ovunque.

In Italia, la Lega Nord guidata dal segretario Matteo Salvini conduce una politica contro gli immigrati e i rom.

Questo è razzismo, non nichilismo. Ho dei dubbi anche sulla cattolicità della Lega. I movimenti populisti europei fondano la loro identità cristiana contro la Chiesa cattolica. Rifiutano i valori cristiani, a partire dall’amore. Ai leghisti non deve piacere molto Papa Francesco.

Tornando ai jihadisti nichilisti, quale importanza dobbiamo attribuire loro?

Nel Medio Oriente costituiscono la legione straniera, le truppe d’élite dell’Isis e di al-Nusra. Qualche volta ritornano in patria per commettere degli attacchi terroristici, altre – come dicevo prima – perché sono delusi.

Nel 1992 scrisse ‘Il fallimento dell’Islam politico’, scatenando scetticismi. Siamo ancora in un’epoca post-islamista?

Sì, perché questi giovani non vogliono realizzare uno Stato islamico in concreto. Quello che loro chiamano Stato islamico, in realtà, non è uno Stato. Non ci sono istituzioni e frontiere. D’altra parte, se si guarda a Paesi reali come l’Egitto e la Tunisia, si riscontra che l’Islamismo non ha avuto presa.

E l’Afghanistan, dove i Talebani sono ancora forti?

L’Afghanistan non è una questione di creazione di uno Stato Islamico. E’ in corso una guerra civile fra le genti del Nord e quelle del Sud, che ha assunto una piega ideologica con i Talebani. Questi ultimi, seppur conservatori, radicali, sostenitori della legge islamica Sharia, incarnano appunto la rivincita delle genti del Sud, i pashtun. Non mettono in discussione le frontiere dell’Afghanistan, la loro non è una guerra globale. Non penso che prenderanno Kabul; le genti del Nord resisteranno. Sud e Nord dovrebbero sbrigarsela fra loro. Problematica è l’interferenza straniera.

Quali, invece, le possibili soluzioni della crisi in Siria e in Iraq?

E’ una guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran. Per riportare la stabilità non basta eliminare certe situazioni locali, ma che gli attori regionali, Arabia Saudita e Iran, si impegnino a negoziare. Serve una conferenza regionale.

Avverrà mai?

Sì, ma non domani. Un giorno.

Obama sta approvando l’invio altri soldati in Iraq per addestrare, consigliare e assistere le forze di sicurezza irachene e curde. Cosa ne pensa?

Ciò è comprensibile. Sarebbe stupido, però, rioccupare l’Iraq.

Intanto, dei ‘foreign fighters’ si sono uniti proprio ai curdi.

E’ lo stesso fenomeno dei jihadisti! Sono sempre giovani in cerca di avventura. Il turismo militare non è di adesso. Cominciò con i greci. E’ la nostra percezione a cambiare, magari accettiamo chi va con i curdi e condanniamo i jihadisti.

Tra i jihadisti ci sono anche asiatici, caucasici, indipendentisti Uyghuri della Cina, malesiani…

In questo caso si tratta di mercenari internazionali, che passano da una jihad all’altra. Con una storia precisa, di repressione per gli uyghuri.

In questa jihad qual è la funzione dei pogrom, come quello contro gli Yasid o Yazidi, minoranza religiosa massacrata dall’Isis nel nord dell’Iraq?

Terrorizzare. Non sono violenze ‘razionali’ in senso militare, ma terrorismo come al tempo dei Mongoli e oggi dei Narcos, per paralizzare le persone.

Dunque, come si può combattere questo nichilismo jihadista?

Bisogna delegittimare i ‘foreign fighters’, presentandoli come dei ‘foreign fighters’ (perdenti, nerd, sfigati, ndr.) e non come un pericolo mondiale.

 

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