sabato, Dicembre 14

Ictus: nuovo trattamento combinato

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SydneyL’ictus (“colpo” in latino) è una condizione grave che si verifica quando il sangue non arriva più in quantità sufficiente al cervello. Secondo quanto riportato dalla definizione del Ministero della Salute italiano «quando si verifica un’interruzione dell’apporto di sangue ossigenato in un’area del cervello, si determina la morte delle cellule cerebrali di quell’area. Di conseguenza, le funzioni cerebrali controllate da quell’area (che possono riguardare il movimento di un braccio o di una gamba, il linguaggio, la vista, l’udito o altro) vengono perse. L’ictus è più frequente dopo i 55 anni, la sua prevalenza raddoppia successivamente ad ogni decade ; il 75% degli ictus si verifica nelle persone con più di 65 anni. La prevalenza di ictus nelle persone di età 65-84 anni è del 6,5% (negli uomini 7,4%, nelle donne 5,9%)».

Vi sono tre tipi di ictus: l’ictus ischemico, il più comune, che si verifica quando le arterie cerebrali  vengono ostruite; l’ictus emorragico, che avviene quando un’arteria del cervello si rompe; l’attacco ischemico transitorio, noto con l’acronimo TIA, che si differenzia dall’ictus ischemico per la minore durata dei sintomi. Queste tre condizioni rappresentano, assieme, la seconda causa di morte nel mondo e la terza in Italia. Proprio a causa del suo terribile impatto sulla nostra vita, è una condizione riconosciuta sin dalle popolazione mesopotamiche del secondo millennio a.C., mentre il primo che sappiamo aver fatto una descrizione dei relativi sintomi è stato Ippocrate.

Negli ultimi anni sono stati fatti, fortunatamente, incredibili passi in avanti nell’approccio all’ictus. La prevenzione comprende un tentativo di diminuzione dei fattori di rischio (pressione alta, fumo, obesità, colesterolo alto, diabete mellito, un TIA avuto in precedenza, fibrillazione atriale), oltre ad una eventuale assunzione di aspirina e/o statine. I trattamenti farmacologici e gli interventi chirurgici, invece, hanno lo scopo di liberare le arterie del cervello da eventuali placche aterosclerotiche o coaguli di sangue.

A tale proposito, la presentazione di un recente studio clinico offre molte speranze per coloro che saranno affetti da tale condizione in futuro, attraverso un trattamento combinato che prevede sia un trattamento farmacologico che un intervento chirurgico. La presentazione si è basata su un trial clinico effettuato a Melbourne ed è stata fatta dal Prof. Alan Barber – neurologo, esperto di ictus e accademico presso la University of Auckland – al congresso annuale dell’Australian and New Zealand College of Anaesthetists, tenutosi ad Auckland la scorsa settimana.

Il trattamento combinato prevede due procedure da effettuarsi congiuntamente. La prima, farmacologica, è la Trombolisi Endovenosa, la quale avvia una serie di modificazioni enzimatiche che portano allo scioglimento del coagulo. Secondo quanto riportato dal Dizionario di Medicina Treccani «Il farmaco deve essere somministrato per via endovenosa il più precocemente possibile: in Europa l’uso dell’Alteplase è stato autorizzato entro le 3 ore dall’esordio dei sintomi ma nel 2009 è stata avviata l’estensione della finestra terapeutica a 4 ore e mezza. […] La trombolisi endovenosa ha migliorato significativamente la prognosi di un ictus ischemico ed è stato inserita come trattamento di prima scelta nelle linee guida internazionali e nazionali. Nonostante ciò, il trattamento trombolitico in Italia viene effettuato solo nel 2% dei pazienti con ischemia cerebrale, a causa del ridotto numero di stroke units, ma soprattutto della scarsa informazione della popolazione sulla necessità di estrema precocità dell’intervento».

La seconda procedura, chirurgica, è la trombectomia, anche nota come trombolisi meccanica, la quale sfrutta un dispositivo capace di rimuovere direttamente il coagulo dall’arteria ostruita e di ristabilire il flusso prima che si determini un danno irreversibile. Il Dizionario di Medicina Treccani, a tal proposito, annota che «Il primo sistema per embolectomia è stato messo a punto nel 1995 e commercializzato negli USA nel 2004 ed è costituito da un filamento elicoidale di nichel-titanio che viene portato con un microcatetere arterioso a livello del trombo per estrarlo, agendo come una sorta di cavaturacciolo. Un altro dispositivo del genere è foggiato a forma di canestro espandibile che aggancia il coagulo, mentre un altro ancora è fornito di un sistema di frantumazione-aspirazione. Ognuno di questi sistemi può essere associato al rilascio di sostanze trombolitiche o antiaggreganti per potenziarne l’azione. Un’altra tecnica utilizzata negli ultimi anni è rappresentata dal posizionamento di stent nel vaso intracranico trombizzato, in analogia con l’angioplastica coronarica. Tutti questi dispositivi sembrano aprire prospettive terapeutiche molto promettenti sebbene non si abbiano ancora dati definitivi sull’efficacia e sui rischi delle procedure».

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