sabato, Ottobre 24

I traffici che minacciano il Nord Africa Il Maghreb assiste negli ultimi anni a una crescita dei traffici di merci di vario genere tra i vari Stati

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Tunisia petrolio contrabbando

Messi a dura prova dal progressivo peggioramento della situazione della sicurezza interna, prodotta dalla destabilizzazione seguita alla stagione delle rivoluzioni, i governi di Tunisia, Libia e Algeria hanno cercato nel corso dell’ultimo anno di rafforzare la coesione reciproca, stringendo accordi di cooperazione per rafforzare il controllo su quanto avviene lungo i loro confini nazionali. Se la Tunisia sta faticosamente riuscendo a porsi come esempio di transizione riuscita verso un regime democratico, il caos libico e la stagnazione algerina stanno favorendo la proliferazione di movimenti criminali di varia natura, la cui costante crescita trae la propria forza dall’instabilità dei governi e delle forze dell’ordine. Il Maghreb e il Sahel sono oggi preda delle scorribande di organizzazioni jihadiste e delle rotte del traffico di merci di contrabbando, portate avanti da gruppi di criminali che operano sfruttando la debolezza delle autorità preposte al controllo dei territori. Combinando le rispettive agende e facendo convergere i propri interessi, questi gruppi stanno aumentando le propria capacità di azione, accrescendo le difficoltà dei vari Stati della regione nel contrastare il loro operato.

Tra le ragioni che hanno prodotto la progressiva destabilizzazione del Maghreb troviamo lo scarso controllo dei vari Stati sui territori nazionali, in particolar modo sulle distese desertiche del Sahara; la scarsa definizione dei confini, resa ancor più precaria dalle rivoluzioni del 2011; l’indebolimento delle autorità nazionali che, in particolar modo in Libia, non dispongono né dell’addestramento né degli armamenti necessari a contrastare l’azione delle organizzazioni criminali; la proliferazione dei flussi d’armi in seguito alle rivoluzioni del 2011; la diffusione dell’ideologia antistatale nella regione, fenomeno che precede il periodo delle Primavere arabe. Se a ciò viene aggiunta la difficile governabilità dell’intera area del Sahel – quanto avvenuto in Mali a partire dal 2012 ne è prova evidente – è possibile ottenere un quadro della situazione che si è venuta a presentare nel corso degli ultimi anni.  

In tale situazione, reti del contrabbando e organizzazioni criminali che agiscono con scopi e mezzi differenti stanno rafforzando l’efficacia delle proprie azioni, sfruttando nella maniera più attenta possibile il momento di crisi attraversato dai Paesi della regione. Gruppi di contrabbandieri, clan locali e organizzazioni jihadiste stanno sfruttando il commercio di beni di varia natura per erigere le proprie roccaforti nelle aree più povere e dimenticate del Maghreb, sfruttando il malcontento delle popolazioni verso le istituzioni, l’aumento della disoccupazione e il progressivo sfibramento del tessuto sociale in quelle aree.

Uno dei contrabbandi più praticati nella regione del Nord Africa è quello di carburanti, acquistati in Paesi come la Libia e l’Algeria – dove l’alta produzione e la presenza di ingenti sussidi sui costi contribuiscono a livellare i prezzi verso il basso – per rivenderli in Paesi come Tunisia e Marocco, dove i costi della benzina sono da sempre più elevati. Intere regioni di confine beneficiano da anni dei proventi generati dal contrabbando del prezioso bene: la creazione di un’economia sommersa legata al traffico illegale rende complesso debellare il fenomeno, rischiando di suscitare rivolte nelle aree depresse.

«Il gasolio trafugato costa solo 0,650 dinari al litro in Libia (0,40 dollari statunitensi), contro 1,3 dinari (0,85$) alle pompe della Tunisia» scrive il quotidiano online tunisino ‘Tunisia Web’. «Il diesel importato illegalmente dalla Libia costa invece 0,550 dinari al litro (0,34$), mentre alle pompe costa 1,010 dinari (0,63$). […] Quando si viaggia da Ras Jedir, l’area di confine tra Tunisia e Libia, verso Cap Bon nella Tunisia del Nord, sarà possibile vedere numerosi stand che vendono carburante illegale. I camion frequentano spesso questi stand, spesso allestiti a bordo strada o nei garage privati, dal momento che il prezzo è di gran lunga più basso di quello praticato nelle legali pompe di benzina».

L’organizzazione International Crisis Group ha prodotto nello scorso novembre un interessante report che indaga l’entità del fenomeno del contrabbando illegale lungo i confini della Tunisia, cercando di definire le rotte del traffico di beni di prima necessità e di armi e di individuare una possibile risposta da offrire per porre rimedio al fenomeno: «Il vuoto di sicurezza seguito alle rivolte del 2010-2011 contro il regime di Ben Ali – e il caos generato dalla guerra in Libia – spiega ampiamente la crescente preoccupazione legata al traffico attraverso i confini. Nonostante il contrabbando sia stato per molto tempo la sola fonte di introiti per numerosi residenti delle province di confine, l’introduzione di beni pericolosi e lucrativi è fonte di montante preoccupazione. Superare i problemi lungo i confini richiede un rafforzamento delle misure di sicurezza, ma queste non basteranno di per sé. Pur utilizzando i meccanismi di controllo dei confini più sofisticati, i residenti di queste aree – spesso organizzati in network e parte delle fasce più povere della popolazione – rimarranno capaci di consentire o prevenire il transito di beni e persone. Più sentiranno di essere economicamente e socialmente negletti, meno saranno inclini a proteggere l’integrità territoriale del Paese in cambio di una relativa tolleranza delle loro attività di contrabbando».

 

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