venerdì, Aprile 3

I test missilistici dell’Iran: un messaggio dai molti significati

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Strictu senso, i test missilistici compiuti dall’Iran la scorsa settimana non rappresentano una violazione di quanto previsto dal nuclear deal (JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action) siglato dalla Repubblica Islamica nel luglio 2015 con il gruppo dei ‘P5+1’ (i ‘permanent five’ del Consiglio di Sicurezza ONU più l’UE). Essi costituiscono, tuttavia, un segnale importante di come qualcosa stia forse cambiando nei rapporti fra l’Iran e la comunità internazionale, Stati Uniti per primi.

Negli anni della presidenza Obama, gli USA avevano svolto un ruolo importante nel rendere l’accordo possibile, impegnandosi a ritirare via via le proprie sanzioni in risposta all’adesione della controparte a una road map (delineata all’interno dell’accordo) che avrebbe portato alla ‘descalation’ nucleare. Nello stesso periodo, gli Stati Uniti avevano progressivamente allentato il loro rapporti con l’Arabia Saudita (che nella forma attuale risalivano agi accordi del 1945 del Grande Lago Amaro) manifestando parallelamente la volontà di guardare all’Iran non più come uno Stato paria (o uno Stato canaglia, della folkloristica definizione di George W. Bush) ma come un interlocutore credibile e come una legittima controparte nel proprio dialogo politico regionale

Negli ultimi mesi, la retorica e la prassi sembrano invece esser andate in senso opposto, rispolverando una più tradizionale linea anti-iraniana che – fra le altre cose – si adegua alle posizioni dei congressmen (anche di molti fra quelli democratici) più delle aperture della precedente amministrazione. La visita di Stato a Riyadh e l’incontro con vari Capi di Stato e di Governo sunniti sembrano muoversi nella stessa direzione e così sono stati percepiti dalla leadership iraniana, anche se quest’ultima sembra averli accolti con una inattesa moderazione. Cosa più importante, queste mosse del Presidente statunitense si sono espresse in un momento in cui il successo del ‘pragmatico’ Hassan Rouhani nelle elezioni presidenziali iraniane del 19 maggio sembrava dare forza alle componenti più moderate rispetto ai fautori della ‘linea dura’ rivoluzionaria. Da questo punto di vista, il tempismo del test missilistico sembra costituire una risposta indirizzata agli Stati Uniti e  ai loro alleati regionali, prima fra tutti l’Arabia Saudita di re Salman, che dopo la visita di Trump sembra avere accentuato un dinamismo regionale che – come dimostra anche la posizione assunta nei confronti delle crisi con il Qatar – non può non risultare quanto mai sgradito a Teheran.

Il test del 27 luglio risponde, tuttavia, anche ad altre – e forse più sottili – logiche. Sul piano della politica interna della Repubblica Islamica, esso manda, infatti, almeno altri due messaggi. Per i ‘falchi’ (dentro e fuori le forze armate) esso rappresenta la riprova della loro permanente importanza anche in una fase come l’attuale, in cui il negoziato con il ‘Grande Satana’ pare avere la meglio sul confronto aperto. Per i moderati (primi fra tutti Rouhani e il suo entourage), esso rappresenta un messaggio rivolto ai ‘falchi’ e ai custodi dell’ortodossia rivoluzionaria: la conferma di come, nonostante tutto, l’élite politica del Paese (qualunque sia la sua linea di azione) non è pronta a rinunciare tanto facilmente alle proprie ambizioni di grande potenza. Da questo punto di vista, i fatti di questi giorni non rappresentano che l’ultima puntata – in ordine di tempo – del braccio di ferro che contrappone le fazioni della leadership iraniana dagli anni della scomparsa dell’ayatollah Khomeini, dall’arrivo al potere del ‘proto-pragmatico’ Ali Rafsanjani e dall’aprirsi – sotto la sua Presidenza (1989-1997) – della frattura che in maniera più o meno evidente da allora ha contrapposto il Presidente alla Guida Suprema (Rahbar), il settantottenne ayatollah Ali Kamanei.

Quale sarà la risposta di Washington alla mossa iraniana? Due giorni prima del test di Teheran, il Congresso aveva approvato un nuovo pacchetto da sanzioni contro Russia, Corea del Nord e Iran: un segno chiaro di come, a quasi due anni dalla sua ratifica, il JCPOA continui a scontrarsi con una forte opposizione non solo in casa repubblicana ma anche democratica. L’insediamento della nuova dell’amministrazione, poi, sembra avere, nei fatti, ribaltato l’atteggiamento di apertura di quella che l’aveva preceduta. Vi sono, tuttavia, in questo scenario, dettagli che non sembrano da sottovalutare. Al di là degli eccessi retorici, la Casa Bianca, negli ultimi mesi, ha ribadito in diverse occasioni la sua intenzione di rispettare gli impegni assunti dagli Stati Uniti con il ‘nuclear deal’. Parallelamente, il processo di ritiro delle sanzioni introdotte a partire dal 1979 è andato avanti, offrendo al Presidente Rouhani un appoggio importante per consolidare la sua posizione. A fronte di ciò, le ricadute del test del 27 luglio potrebbero essere, alla fine, limitate. Il processo avviato con la firma del JCPOA ha una posta che va oltre la ‘semplice’ questione nucleare e le cui ricadute vanno tanto a vantaggio di Washington quando di Teheran: un fatto, quest’ultimo, di cui l’amministrazione USA è ben consapevole e che difficilmente deciderà mettere a rischio in un momento delicato come quello che sta ora attraversando.

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