giovedì, Dicembre 12

I segreti della Colonna Traiana Una Mostra al Giardino di Boboli rivela per la prima volta le tecniche di costruzione di questo capolavoro di Apollodoro di Damasco, innalzato nel cuore di Roma per celebrare la conquista della Dacia, a colloquio con il curatore Giovanni Di Pasquale

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La Colonna Traiana, come il Colosseo e il Pantheon  è tra i monumenti più famosi al mondo, simbolo della storia millenaria di Roma. Da quasi duemila anni si erge al centro dei Fori Imperiali.  Alta, snella, carica di fregi di grande maestria, suscita in chi la osserva stupore meraviglia e ammirazione. Sensazioni comuni sia agli antichi che ai  contemporanei. Data la sua longevità sembrerebbe che ormai di lei tutto si conoscesse, tutto o quasi fosse stato scritto, descritto e studiato. E invece non è così. Qualcosa di molto importante era stato  ignorato o trascurato. Che cosa? ‘L’arte di costruire un capolavoro’. E’ appunto questo il titolo di una Mostra  inaugurata nel giugno scorso all’interno della Limonaia del Giardino di Boboli a Firenze e che sta per chiudere i battenti: il 6 ottobre cala il sipario su questa  Mostra che non ha goduto del battage pubblicitario di altre, ma che merita di essere vista e apprezzata per più motivi. Quali?  Innanzitutto perché svela per la prima volta, sia agli studiosi  ed esperti che al grande pubblico, le tecniche  di costruzione impiegate da coloro parteciparono al Progetto di Apollodoro di Damasco, di glorificare l’Imperatore Traiano per le sue imprese di conquista nella terra dei Daci, più o meno l’attuale Romania; poi  per la straordinaria e suggestiva rivisitazione costruttiva che ne ha fatto lo scultore Claudio Capotondi; infine,  per il valore metodologico del progetto di ricerca ed espositivo che  consente di colmare quel vuoto d’informazioni e conoscenze su un’opera che non ha precedenti e che nel tempo ha dato impulso a varie  iniziative imitative (quella di Marc’ Aurelio, le due di Costantinopoli, la colonna Vendo^me ).

Vi sono anche altri motivi d’interesse che il visitatore scoprirà.  Ma già questi suggeriscono domande che meritano riposte e approfondimenti. Domande che rivolgo a Giovanni di  Pasquale, che ne  è il curatore. La prima è: com’è possibile che lungo questi anni, secoli, gli studi e le ricerche attorno a questo simbolo della Roma Imperiale  abbiano trascurato o fornito spiegazioni non del tutto convincenti sulle tecniche costruttive?  “Probabilmente perché l’attenzione verso questo monumento che non ha precedenti, si è concentrata prevalentemente sul fregio che avvolge la colonna  che si snoda per 200 metri, dal basso in alto, e narra in maniera continua e dettagliata gli avvenimenti e i luoghi in cui avvennero quelle vicende, dall’inizio fino alla resa dei Daci con il tragico epilogo del suicidio del loro Re Decebalo. Si è prestata più attenzione alla parte artistica e decorativa che non alle conoscenze tecniche e scientifiche che ne permisero la realizzazione. Ciò si spiega anche con il fatto  che la scienza dei Romani è stata sottovalutate dalla storiografia della scienza novecentesca, ritenendola di poco conto rispetto alla tradizione ellenistica. Solo negli ultimi decenni antichisti e storici della scienza stanno operando una profonda revisione….D’altro canto, la Colonna Traiana e le altre architetture attribuite a Apollodoro di Damasco non navigano in uno spazio vuoto, ma trovano giustificazione nell’esistenza di una tradizione di esperti architetti, ingegneri della guerra e meccanici che ha affrontato e risolto sfide di notevole complessità.” 

Tra questi storici della scienza  c’è proprio lui, Giovanni Di Pasquale, autore di ben quattro libri sulle Macchine del mondo antico, dalle civiltà mesopotamiche alla Roma Imperiale, su Archimede a Siracusa, sulla trasmissione dei saperi dall’età ellenistica al mondo romano. Ma prima  di farci guidare alla scoperta dei ‘segreti’ della Colonna Traiana, gli chiedo ancora: com’è nata l’idea di realizzare proprio  qui a Firenze, questo progetto su una delle meraviglie di Roma?

L’idea è’ nata dall‘ incontro di interessi artistici, storici, scientifici convergenti. Da tempo stavo conducendo ricerche in questo campo,  e quando tramite Salvatore Settis,  che già aveva approfondito in un saggio la storia della Colonna Traiana, ho conosciuto un artista, uno scultore come Claudio Capotondi che ha grande dimestichezza con la lavorazione del marmo nelle cave di Carrara e ammirazione per le testimonianze  della Roma antica, è scattata l’idea di dedicare le nostre energie alla realizzazione di questa Mostra, che ha incontrato l’immediata ed entusiastica approvazione di Eike Schmidt Direttore  delle Gallerie degli Uffizi e di Paolo Galluzzi, direttore del Museo  Galileo. La collaborazione, del resto non nuova, tra le due grandi istituzioni museali  ha consentito di realizzare questo progetto espositivo che associa la ricerca alla creazione artistica. 

Quella di  Capotondi, appunto,  scultore assai noto che ha lavorato a lungo a Roma, New York e ora a Pietrasanta. Il quale così si racconta: “Negli anni giovanili ho convissuto a Roma con il suo paesaggio  archeologico, inclusa la Colonna Traiana che allora non potevo capire, solo dopo quarant’anni di fatica sul marmo ho potuto comprendere l’eccezionalità costruttiva affrontata da Apollodoro di Damasco e dai tanti uomini capaci ai suoi ordini. A me non interessa l’aspetto iconografico del “film’ ad altorilievo di duecento metri che s’ avvolge elicoidamente sul fusto per raccontare le gesta di Traiano contro i Daci, ma come siano riusciti nell’impareggiabile impresa di realizzarla e in soli cinque anni. Quegli uomini erano di una tempra fisica inconcepibile in questa nostra epoca elettronica, nella quale digitando al computer si può  virtualmente simulare la discesa dai monti di blocchi di marmo di 80-100 tonnellate, che invece loro fecero scendere realmente con gli strumenti di allora. Nessuno storico dell’epoca ne parla, semplicemente perché simili imprese erano normali in quel tempo. Come tutti i potenti, anche Traiano ha voluto restare nella storia, ma senza l’ingegno e la fatica di quegli uomini dimenticati che hanno sofferto per mesi e anni, anche la genialità di Apollodoro sarebbe rimasta inespressa. Questo mio lavoro vuole essere un omaggio al genio ed alla fatica di quegli uomini dimenticati”.

Le  parole di Capotondi e quelle di Di Pasquale richiamano alla mente una celebre poesia di Bertol Brecht, ‘Domande di un lettore operaio’, il quale si chiede:  “Chi costruì Tebe dalle Sette Porte?
Dentro i libri ci sono i nomi dei re. I re hanno trascinato quei blocchi di pietra?….. La grande Roma è piena di archi di trionfo. Chi li costruì? ” Ecco, l’impressione che si ha ripercorrendo le varie fasi di costruzione della Colonna è  anche quella di narrare la fatica e l’abilità dei ‘costruttori’, descriverne i movimenti, i gesti,  l’organizzazione del lavoro, le invenzioni. Sì perché per estrarre tonnellate di marmo e affrontare i quasi 700 metri di dislivello per raggiungere la pianura e il porto di Luni, deporre i pesanti blocchi di marmo su apposite navi, affrontare oltre 200 miglia marine per arrivare  a Ostia, risalire il Tevere e raggiungere, fra vie strette e brulicanti di persone, di carri e oggetti, l’area di Roma ove edificare il monumento, alto 40 metri e pesante 1036 tonnellate, è stata – sottolinea Di Pasquale –un’ impresa  unica, d’ inaudita complessità, che ha combinato preparazione tecnica e abilità meccanica e artistica, ricompensata solo con l’eternità che solo la natura del marmo di Carrara può garantire a un monumento.  Un marmo che finora ha resistito a terremoti e altre calamità, atmosferiche, ambientali di una certa rilevanza.   Al centro del percorso della mostra vi sono i modelli in scala della Colonna Traiana e delle macchine impiegate nella costruzione di  quello che Di Pasquale definisce un “missile” di trenta blocchi di marmo sovrapposti in perfetta assialità ed equilibrio statico, alto 40 metri senza la statua apicale di Traiano ( sostituita poi da Papa Sisto V nel 1557, con quella di S.Pietro, nel suo tentativo di cristianizzare la Colonna stessa), del peso  complessivo di 1036 tonnellate, con all’interno una scala a chiocciola ( figura a spirale già ideata da Archimede) con 180 gradini. Per realizzare i quali – osserva Capotondi- occorsero scalpellini di piccola statura e grande abilità:  e chissà quanta polvere hanno respirato quegli uomini racchiusi là dentro per giorni giorni!  Quei gradini conducono alla sommità,  dove troviamo una terrazza che può ospitare fino a 25 persone contemporaneamente. Ma l’impresa su cui  permaneva un vuoto di conoscenza, o comunque ipotesi spesso inattendibili, riguarda sia le modalità di trasporto ma soprattutto di montaggio del ‘missile’ di marmo.  “Ebbene, Capotondi ha approfondito tutte le problematiche  dell’ardita costruzione” – sottolinea Di Pasquale – “meritando l’attenzione del gruppo di studiosi che attorno ai suoi lavori ha costruito questa mostra”.

Capotondi,  per il montaggio della Colonna, formula l’ipotesi  di una grande impalcatura lignea a torre alta circa 50 metri e aperta su un fianco per permettere al suo interno  il sollevamento e la salita dei blocchi ( del peso di 45 tonnellate ciascuno) fino alla loro collocazione mediante l’energia propulsiva di  due grandi ruote calcatorie e dei numerosi argani presenti attorno alla base dell’impalcatura stessa. L’utilizzazione di questa impalcatura a torre avrebbe risolto anche  i problemi di spazio nell’area circostante. Uno spunto gli è stato offerto dal rilievo funebre degli Haterii ( la famiglia di appaltatori dell’opera) realizzato in un periodo successivo. “La mia ipotesi” – sostiene lo scultore – non è verità storica, ma solo la soluzione che a me pare più razionale fra tante altre immaginate, più difficilmente praticabili per motivi tecnici“. Oltre agli aspetti tecnico scientifici, compresa  l’organizzazione del lavoro per squadre di persone specializzate – la mostra illustra la storia della Colonna e delle conquiste traiane, per mezzo di  sequenze in rilievo realizzate successivamente: una sorta di film con masse di protagonisti, ovvero  1500 figure distribuite su 150 scene, che descrivono minuziosamente le  due vittoriose campagne di Traiano  (101-102 d.C. e 105-107 d.C.): dalle navi che caricano gli approvvigionamenti all’esercito romano che attraversa il Danubio su un ponte di barche, agli incoraggiamenti di Traiano –  che in questo “film” appare ben 59 volte!- alle sue truppe, dalle scene cruente della battaglia al soccorso dei feriti, per anni è stato oggetto di ammirazione, tant’è che i Senatori romani in un documento del 25 marzo 1162, oltre mille anni dopo la sua inaugurazione, avvenuta   il 12 maggio del 113 d.c. scrivevano: La Colonna non dovrà mai essere danneggiata né abbattuta, ma dovrà restare così com’è in eterno, per l’onore del popolo romano, integra ed incorrotta finché il mondo duri…..” Poi, ricorda Salvatore Settis in un suo saggio, per un periodo si è persa la coscienza del tema che quel monumento insigne voleva tramandare ai posteri, si è addirittura ritenuto che fosse stata scolpita sotto Adriano e rappresentasse la guerra di Troia…..Il rapporto tra Apollodoro, l’architetto di Traiano cui si devono molte altre opere ( la Basilica Ulpia e le biblioteche, il ponte sul Danubio, ecc.)  ebbe proprio con Adriano un rapporto critico anche su Villa Adriana, dissensi che indispettirono a tal punto l’imperatore tanto da farlo uccidere.  

Dal Quattrocento la Colonna Traiana ricominciò ad attrarre  l’attenzione di artisti come Raffello e il suo discepolo Giulio Romano, e anche  di Michelangelo e del Bernini. La mostra presenta anche una selezione di reperti originali, con prestiti eccezionali da oltre 20 musei:  rilievi, mosaici, strumenti scientifici, parti di macchine da cantiere, e un prezioso arazzo che raffigura Traiano mentre discute con Apollodoro. La mostra è il risultato  della stretta collaborazione fra Uffizi e Museo Galileo, che i  rispettivi direttori spiegano così: Anche se molti altri frammenti di quell’immenso universo architettonico che fu il Forum Ulpium  – sottolinea Eike  Schmidt –  sono presenti nelle collezioni delle Gallerie degli Uffizi, i due Daci, sentinelle di porfido poste a guardia dell’accesso a Boboli forniscono la prova più evidente del destino che lega il Giardino alla Colonna Traiana e al suo mito.” Per Paolo Galluzzi,  il Museo Galileo  ha ritenuto  opportuno porre al centro del progetto espositivo la ricostruzione della straordinaria avventura dell’edificazione di quel monumento, in modo da far risaltare l’ingegno, la sapienza tecnica e il lavoro degli uomini che resero possibile quel conseguimento.” Un particolare contributo alla conoscenza di quel capolavoro è dato dal relativo catalogo ( L’arte di costruire un capolavoro: la Colonna Traiana,  Giunti  editore)  che contiene scritti di studiosi illustri (oltre a Di Pasquale e Capotondi, i saggi sono di Salvatore Settis, Mark Wilson Jones, Lynne C.Lancaster, Amanda Claridge,Cinzia Conti, Giangiacomo Martines,Fulvio Cairoli Giuliani,Lilian Raselli, Fabrizio Paolucci, Barbara Aterini).  

La mostra, progettata dalle Gallerie degli Uffizi e dal Museo Galileo, è curata da Giovanni Di Pasquale con la collaborazione di Fabrizio Paolucci.  Resterà aperta fino a domenica 6. Un’occasione da non perdere dato il suo carattere informativo,  scientifico artistico e didattico. Prossima tappa: Vienna. E, speriamo presto, anche Roma e varie altre città del mondo.  

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