martedì, Luglio 16

I risvolti politici del caso Assange Il significato profondo dell'arresto del fondatore di Wikileaks

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Dopo quasi sette anni di permanenza all’interno dell’ambasciata ecuadoriana di Londra, presso la quale si era rifugiato per sottrarsi all’estradizione in Svezia dove era indagato per stupro, Julian Assange è stato arrestato dalle forze dell’ordine britanniche. L’operazione è stata realizzata con il pieno consenso del governo ecuadoregno guidato da Lenin Moreno, promotore di una linea incentrata sul riallineamento (economico) ai dettami del ‘Washington consensus’ e alla ricollocazione (geopolitica) dell’Ecuador nell’ambito della nuova Dottrina Monroe varata dall’amministrazione Trump. Un progetto politico di senso diametralmente opposto rispetto a quello portato avanti rispetto a Rafael Correa, l’ex presidente ecuadoregno che, dal canto suo, non ha esitato a rivolgere contro Moreno pubbliche accuse di corruzione richiamando esplicitamente l’attenzione generale sui cosiddetti Ina Papers. Trattasi di documenti attestanti un’operazione di riciclaggio di denaro presso il paradiso fiscale del Belize in cui erano coinvolti lo stesso Moreno, le sue tre figlie e il fratello Edwin. Nello specifico, Moreno e i suoi collaboratori avrebbero ripulito 18 milioni di dollari servendosi di ben 11 società fantasma facenti capo a una compagnia off-shore denominata Ina Investment, usata dal presidente e dalla sua famiglia volta per l’acquisto di auto di lusso, immobili e gioielli.

Moreno, da parte sua, ha immediatamente attribuito ad Assange e a Wikileaks la responsabilità per la fuga di notizie, destinata ad aggravare la già pesantissima crisi di popolarità di cui soffre il presidente in carica. Il ministro Maria Paula Romo ha arricchito lo scenario, facendo riferimento a una non meglio specificata ‘cospirazione’ finalizzata al cambio di regime coinvolgente i soliti ‘hacker russi’. La chiamata in causa di Mosca risulta particolarmente significativa soprattutto il suo straordinario tempismo: negli stessi giorni in cui Assange veniva consegnato alla polizia britannica, le indagini relative al cosiddetto Russiagate condotte dal procuratore speciale Robert Mueller si concludevano con un sostanziale nulla di fatto. E senza alcuna richiesta di incriminazione a carico di Assange e dei suoi collaboratori, responsabili della pubblicazione delle e-mail private del Partito Democratico attestanti le – a dir poco – controverse prese di posizione di Hillary Clinton e il sabotaggio pilotato della corsa alla nomination del candidato Bernie Sanders. Il fondatore di Wikileaks è tuttavia oggetto di un mandato di arresto coperto da segreto spiccato dal Grand Jury della Virginia nell’ambito di un’inchiesta relativa alla divulgazione di documenti segreti del governo statunitense.

Al momento, sono in molti a identificare nell’estradizione di Assange – cittadino australiano – negli Usa lo scenario più probabile, a coronamento della una trattativa tra Washington e Quito nel 2017, quando l’amministrazione Trump inviò nientemeno che Paul Manafort – il responsabile della campagna elettorale di Donald Trump condannato per frode fiscale e bancaria – in Ecuador per negoziare la consegna di Assange in cambio di accordi commerciali favorevoli. Nonché del ritiro dell’Ecuador dall’Unasur e dello sblocco di un prestito da parte del Fondo Monetario Internazionale vincolato all’implementazione delle misure di austerità che Moreno ha poi puntualmente introdotto stravolgendo la linea politica tracciata dal suo predecessore. In ottemperanza agli accordi presi, il presidente ecuadoregno avrebbe inoltre inasprito le norme di condotta a cui Assange era obbligato a conformarsi con lo scopo deliberato di rendergli la permanenza all’interno dell’ambasciata del tutto insostenibile. Lo ha affermato Kristinn Hrafnsson, che in qualità di caporedattore di Wikileaks ha non ha esitato a parlare di cospirazione finalizzata all’estradizione di Assange e ad aggiungere che «dal momento che Lenin Moreno ha preso il potere, Julian Assange è stato costretto a vivere in una sorta di Truman Show».

Dal punto di vista statunitense, l’importanza dell’estradizione del fondatore di Wikileaks è notevole, non solo come monito dello ‘Stato profondo’ nei confronti del vero giornalismo d’inchiesta. Come rileva in proposito Guido Salerno Aletta, «Assange è una pedina importante: per parlare, per tacere, per imbrogliare […]. È inoltre una preziosa fonte di informazioni, non solo per il passato: se lo volesse, potrebbe mettere in difficoltà i democratici, e condizionare pesantemente la prossima campagna per le presidenziali. Oppure rivelare chissà che cosa sui mandanti delle sue attività […]. La verità non sta nei fatti, sempre accertabili e incontrovertibili, ma nel loro significato. Qui si combatte ormai la vera guerra».

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