lunedì, Settembre 21

I quattro moschettieri del voto anticipato

0

Bel tempo, quel tempo in cui a scuola si insegnavano (e imparavano) le poesie. Tra i più popolari, per i toni scanzonati e le facili rime da memorizzare, il toscano Giuseppe Giusti; che era uno spiritaccio ribelle, che con solo apparente ‘leggerezza’ seppe essere un poeta (e un patriota) capace di scudisciate, una satira, la sua, che ti lasciava il segno, e non c’era pomata che potesse lenire il dolore della sua unghiata.

Perché cominciare con Giusti? Qualcuno forse ricorderà ancora ‘Il brindisi di Girella‘: dedicato a Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, principe, vescovo e politico francese. Oggi lo si considera il prototipo del camaleontismo: capace di servire la monarchia di Luigi XVI, di cavalcare la rivoluzione francese nelle sue varie fasi, di avere un suo posto di rilievo nel periodo di Napoleone Bonaparte, e finito quest’ultimo esiliato a Sant’Elena, sempre in sella con il re Luigi XVIII…
Si ride con amarezza alla lettura de ‘Il brindisi di Girella‘; e ci fosse almeno un Talleyrand. Si possono citare alcuni versi di quel lungo poema: «Barcamenandomi /tra il vecchio e il nuovo,/buscai da vivere/di farmi il covo./La gente ferma,/piena di scrupoli,/non sa coll’anima/giocar di scherma,/non ha pietanza/dalla Finanza./Io, nelle scosse/delle sommosse/tenni per àncora/d’ogni burrasca/da dieci o dodici/ coccarde in tasca./Quando tornò/lo statu quo,/feci baldorie,/staccai cavalli, /mutai le statue/ sui piedistalli./E adagio adagio/tra l’onde e i vortici/su queste tavole/del gran naufragio/gridando evviva/chiappai la riva./Viva Arlecchini/e burattini/evviva guelfi/ e giacobini/viva gli inchini/viva le maschere/d’ogni paese /evviva il gergo/e chi l’intese».

Niente male, vero? Descrive, in modo che meglio non si potrebbe, i vizi della politica, del suo tempo e di tutti i tempi; italiani (quella che nel 1830 era l’Italia) e gli altri Paesi. E dica il Lettore se non si tratta dei vizi di un’Italia contemporanea, e se quei versi non si attagliano perfettamente a Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Beppe Grillo, Matteo Salvini e a tutta la corte dei miracoli della politica italiana.

Di fatto si è costituito un nuovopartito‘, l’RBGS, che sta per Renzi-Berlusconi-Grillo-Salvini, pare abbia raggiunto un accordo di massima: legge elettorale, congegnata in modo tale che consenta l’accesso in Parlamento a non più di quattro-cinque, massimo sei formazioni. Poi, ad ‘accordo’ formalizzato, scioglimento delle Camere, a luglio; campagna elettorale ad agosto; votazione in autunno, formazione del nuovo Governo, e al tempo stesso varo definitivo della legge di stabilità, che -già si sa- prevede ulteriore tributo di lacrime e sangue da parte del contribuente.

Ha un senso, tutto questofare? No, non ha alcun senso. Ha una logica, uno scopo, un’utilità? No a nessuno di questi tre interrogativi.
Perché deve calare il sipario sul Governo di Paolo Gentiloni, quali errori, quali danni, che cosa deve pagare? Nessuno lo dice; nessuno lo sa dire.

L’improvvisazione è la cifra di questi giorni; fin da ora si può dire chi beneficerà di questa situazione: Grillo, innanzitutto: continuerà a essere il collettore di uno scontento crescente e diffuso, con punte di estrema esasperazione e di consapevole sfiducia nell’attuale establishment. Ancora Grillo non appare logorato dalla strutturale incapacità di dare risposte adeguate alle urgenze in cui si dibatte il Paese; il Movimento 5 Stelle mostra qualche sintomatica crepa, ma ancora è una calamita capace di attrarre. In parallelo ne guadagna Matteo Salvini: la sua Lega non sembra patire troppe défaillances; ha il suo ‘pascolo’ che coltiva con parole d’ordine stile ‘law and order’.
Berlusconi torna in pista alla grande. Ha alcuni handicap: l’età da una parte, e non c’è lifting che tenga, ormai; un ‘impero’ personale che procura più di un grattacapo; e un partito che si è sgretolato. Ma nel centro-destra non ci sono alternative, e dunque c’è poco da fare gli schizzinosi, chi si richiama a quel mondo piaccia o no, deve ancora fare riferimento a lui.
L’unico che rischiae moltoè Renzi; il Partito Democratico comunque non uscirà bene da queste elezioni. E magari sarà, alla fine, l’agognato PdR (Partito di Renzi), ma per fare che, una volta chiuse le urne? Tutto ha il sapore di un masochismo arrogante che ha dell’incomprensibile. Un po’ come la sinistra a sinistra del PD che appare confusa, frastagliata; simile ai capponi di Renzo raccontati dal Manzoni: bestie che «s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura».

Si sarà finalmente liberi di poter scegliere  a nostro piacere i deputati e i senatori? Il nuovo sistema si presenta con un apparente collegio uninominale; in realtà i candidati continueranno a essere blindati dalle scelte dei partiti. Di più: nulla garantisce che si avranno, per il futuro, governi stabili e durevole.

A questo punto dovrebbe far pensare che sia un signore di 75 anni, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a operare nel modo più saggio, con discrezione e fermezza, autorevolezza e pazienza. E un altro signore di 77 anni, Romano Prodi, ricorda cose che si farebbe bene a tenere nella giusta, doverosa considerazione. Per esempio che il nostro PIL è ancora inferiore del 9 per cento rispetto al 2007, e la produzione industriale di quasi il 30 per cento, mentre gli altri Paesi europei sono cresciuti di oltre il 5 per cento: «La decisione di anticipare il voto diventa ancora più rischiosa perché si accompagna ad un’assoluta incertezza sui risultati delle elezioni».
Anche il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, nel suo intervento alla festa dell’Economia, pur ‘stretto’ nel suo ruolo, ci dice che il pericolo da scongiurare è questa costante percezione di incertezza e instabilità.

A questo punto conviene riflettere sulla ‘lettera apertaal Presidente Mattarella inviata da Maurizio Turco, della presidenza del Partito Radicale.
Si tratta di un documento che val la pena di riportare nella sua integrità, diciamo a futura e presente memoria. Dovrebbe, per le questioni e le problematiche che pone, essere oggetto di riflessione e dibattito. Che non lo sia, significa ben qualcosa.

«Signor Presidente,
scrivo a Lei in quanto massimo magistrato dello Stato italiano.
Il 7 aprile scorso la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha chiesto al Governo italiano di presentare le proprie osservazioni in merito ad un ricorso presentato da Marco Pannella nel 2013, per fatti relativi al periodo 2010-2013, inerenti quelli che per noi sono i diritti del cittadino ad essere informato.
La denuncia è successiva alla tenuta delle elezioni politiche. Elezioni nelle quali si è consumato la definitiva impossibilità per il cittadino di scegliere tra le varie opinioni e proposte politiche attraverso la preventiva valorizzazione di alcune forze ed agende politiche e la censura di altre, così da indurre gli elettori ad una apparentemente libera scelta forzata.
Per non dire che le forze politiche ‘democratiche’ hanno già deciso di cambiare la legge elettorale a ridosso delle elezioni, ovvero a meno di quell’anno che la Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene essere il tempo minimo per garantire delle elezioni democratiche, ovvero consentire a tutte le forze politiche di organizzarsi. Ulteriore elemento di discriminazione.
Le indiscrezioni di queste ore, che vedono una forte accelerazione verso elezioni politiche anticipate, addirittura entro ottobre, legate più a interessi personali e politici di questo o quel leader di partito che alle reali esigenze del Paese, dimostrano ancora una volta, oltre all’assoluto non rispetto e conoscenza delle prerogative che la Carta costituzionale attribuisce alla Sua suprema magistratura, una totale indifferenza verso regole democratiche che consentano un leale confronto elettorale.
Il voto a settembre, una novità nella storia repubblicana, avrebbe come conseguenza, non solo una campagna elettorale ‘balneare’, in cui le criticità evidenziate non potrebbero che acuirsi, ma porterebbe con se un altro grave vulnus: lo svolgimento di tutta la fase preparatoria del procedimento elettorale tra luglio e agosto.
Come radicali ben sappiamo le difficoltà di raccogliere nei mesi estivi le sottoscrizioni dei cittadini-elettori in calce agli strumenti di democrazia diretta che la Costituzione prevede: città deserte, uffici elettorali comunali operativi ‘a regime ridotto’, ma, soprattutto, mancanza quasi assoluta di quelle figure cui la legge attribuisce la potestà di autenticare le firme apposte in calce ai quesiti referendari o ai progetti di legge di iniziativa popolare.
Nel caso delle elezioni politiche, inoltre, vi è la necessità, a Lei ben nota, che il cittadino sia anche elettore della circoscrizione o del collegio per cui liste e candidati chiedono la sottoscrizione; un compito ancor più complicato in città e paesi spopolati o invasi di stranieri e non residenti.
A tutto ciò si dovrà aggiungere  -cosa facilmente prevedibile- un’informazione latitante e ‘chiusa per ferie‘, più propensa a dar spazio al pettegolezzo e al gossip da spiaggia e desiderosa di riposarvi in vista della vera campagna elettorale.

Il combinato disposto di questi due elementi non pare preoccupare minimamente buona parte del ceto politico, visto che il problema della raccolta delle firme non se l’è mai posto. Pur se poco percorribile, anche grazie al tardivo (rispetto alle nostre pluri-decennali denunce) risveglio della magistratura, la strada della ‘firma falsa’ è ancora oggi, per molti, una scorciatoia. Ma, ancor più rapida è la via maestra, sicuramente riconfermata anche con la nuova legge elettorale, dell’esenzione di chi è già nel Palazzo, da questi ‘inutili orpelli’. Un modo rapido per risparmiare tempo e fatica; un modo efficace per eliminare sul nascere possibili nuovi competitori.
Si sta allestendo l’ennesimotavolo dei bari’ a cui, lo constatiamo, anche nuovi commensali si stanno per sedere, nonostante le apparenze.
Le ripetiamo quelle che sono le ragioni delle nostre decennali lotte, non reclamiamo spazi per essere conosciuti ma informazione ai cittadini perché siano loro a decidere.
Non chiediamo che si parli della nostra agenda ma dei problemi concreti del Paese attraverso dibattiti pubblici a cui tutti coloro che hanno storia ed iniziativa politica in merito possano partecipare.
L’agenda politica dei media è ritagliata sulle esigenze del regime, con metodi da regime, avendo, infine, ormai accettato come ‘legittimo’ e fors’anche legale quello che è un abominio: a chi ha diritto a poter accedere ai media è stato consentito di poter scegliere di fare dei monologhi o se invece si partecipa ad un dibattito quella degli interlocutori.
Signor Presidente, come Lei sa siamo impegnati su tre fronti. La transizione verso lo Stato di Diritto democratico, laico federalista e il diritto alla conoscenza; la giustizia e l’amnistia per il regime che viola la legalità interna ed internazionale; gli Stati Uniti d’Europa.
Continueremo a lottare sino a quando le nostre forze ce lo consentiranno.
In questi mesi abbiamo salutato positivamente e dato atto pubblicamente della sua condotta che, dopo decenni, torna ad essere rispettosa della lettera della Costituzione ed è in ragione del suo alto magistero e nel rispetto della Costituzione che non Le chiediamo null’altro che di essere testimone di quanto è accaduto e di quanto rischia di accadere.
Per l’intanto, senza un giusto risarcimento l’unico contributo che potremo dare alle prossime elezioni politiche, nostro malgrado, e per non avallare la condotta criminale del regime, sarà quello di impegnarci nello sciopero del voto.
Inoltre, il Congresso del Partito Radicale ha deliberato che se entro il 31 dicembre non ci saranno 3.000 iscritti si procederà al suo scioglimento. Non essendo consentito ai cittadini di conoscere né questa decisione né le lotte in corso, abbiamo deciso di vendere il 10% delle quote di Radio Radicale. Non sta a me rivendicare il ruolo di servizio pubblico di Radio Radicale che va ben oltre gli impegni istituzionali assunti.
La ringrazio per l’attenzione».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore