venerdì, Febbraio 21

I primi passi falsi del Presidente Macron in Africa

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Dopo la sconfitta militare subita nella Repubblica Centrafricana e costellata da orribili sevizie sessuali inflitte dai soldati francesi alla popolazione senza particolari conseguenze penali, Macron ha ricevuto in eredità dal ex Presidente Francois Hollande la patata bollente dell’avventura militare in Mali, nata per imporre un regime filo francese attraverso la ribellione Tuareg nel nord, rapidamente sfuggita di mano e passata, dopo nemmeno sei mesi dal suo inizio, sotto l’influenza di vari gruppi terroristici coordinati da Al Qaeda.

L’Operazione Barkhane, attivata nel gennaio 2013 in sostituzione alla prima missione militare Operazione Serval, potrebbe essere prossima a garantire la seconda sconfitta francese in Africa. Le truppe francesi in Mali sembrano non all’altezza di contenere i vari gruppi estremistici di matrice salafista che hanno recentemente fatto il salto di qualità. Se nel 2012 questi gruppi erano minoritari all’interno della ribellione Tuareg, impegnata nell’indipendenza del nord Mali, ora dominano la scena politica del nord, raggurpandosi in una potente coalizione guidata da Al Qaeda che ha permesso la ripresa delle ostilità.
L’Operazione Serval aveva raggiunto il suo obiettivo: garantire l’integrità del Mali dopo che la ribellione Tuareg era sfuggita dal controllo della FranceAfrique. Il nord era stato liberato dai gruppi dijadisti e salafisti. L’Operazione Barakane doveva rafforzare il controllo del territorio da parte  di Esercito e Governo maliani e prevenire il risorgere dei gruppi terroristici. Obiettivi falliti, visto che vaste zone al nord sfuggono tutt’oggi al controllo del governo di Bamako e i gruppi salafisti sono più forti che mai. La sicurezza è migliorata al nord, ma peggiorata nel centro del Paese, dove maggiori sono gli attacchi dei dijadisti.

Sotto pressione da parte delle multinazionali minerarie  francesi -tra cui Areva-, Macron sta dando priorità assoluta nel stabilizzare la situazione del Mali per garantire un ambiente sereno e proprizio agli affari francesi. La priorità rivolta al Mali era già evidente durante la campagna elettorale.
Macron si recò a Gao (città del nord) il 19 maggio scorso per visionare ed incoraggiare le truppe francesi, composte (come in Centrafrica) da unità con spiccate tendenze fasciste, evidenziate addirittura con distintivi non regolamentari cuciti sulle divise. Durante la visita Macron incontrò il Presidente Ibrahim Boubacar Keita assucurando che, in caso di vittoria elettorale, avrebbe garantito una rapida soluzione alla crisi maliana. Durante la campagna elettorale le visite all’estero di Macron si sono limitate al Mali e alla Germania. La prima per difendere gli interessi economici francesi, e la secondo per ottenere il supporto della Cancelliere Angela Merkel.

Nell’Africa Orientale e Centrale il Presidente Macron sta promuovendo una politica di convenienze economiche, scagliandosi contro il regime di Kinshasa ma difendendo quello di Bujumbura, mentre la guerra fredda contro il Rwanda e l’appoggio al gruppo terroristico ruandese FDLR rimangono inalterate. Sul Congo Macron mantiene le pressioni e gli atteggiamenti ostili di Hollande. Recentemente ha affermato che il Congo deve trovare una stabilità politica interna e condividre le risorse naturali con i Paesi vicini. Per ottenere la stabilità politica è sottointeso l’allontanamento dalla scena nazionale del rais, il Presidente Joseph Kabila.
Sul Congo Parigi si trova in perfetta simbiosi con Washington e Unione Europea. Dopo aver sostenuto Kabila per 16 anni ora le potenze occidentali scoprono improvvisamente la sua natura dittatoriale e reclamano la sua partenza. Il netto cambiamento della politica estera francese e americana sul Congo non è originato dalla difesa della democrazia e dei diritti umani. Semplicemente il sistema mafioso economico creato da Kabila è divenuto troppo costoso (in termini di corruzione) per le multinazionali occidentali. Un sistema che ha permesso alle multinazionali di attuare una rapina delle risorse naturali all’est del Congo eguale per intensità a quella avvenuta ai tempi d’oro del colonialismo belga. Una rapina garantita dalla presenza di 41 gruppi armati che controllano miniere di oro, diamanti e coltan. Le conseguenze di questa rapina sulla popolazione sono drammatiche: mancato sviluppo, alto tasso di mortalità infantile, povertà estrema, centinaiai di migliaia di vittime. Schiavitù nelle miniere, bambini soldato, record continentale di stupri di guerra e circa 2,5 milioni di profughi interni.
Il desiderio che le ricchezze naturali congolesi vengano condivise dai vicini Paesi si basa su un concetto distorto. Il Congo non deve condividere le sue ricchezze che servono unicamente per la sua ricostruzione sociale, politica ed economica dopo 30 anni di feroce dittatura di Mobutu Sese Seko e 20 anni di altrettanta feroce dittatura Kabila (padre e figlio). Un futuro e auspicabile Congo democratico ha più convenienza a dirigere i propri sforzi verso l’integrazione economica e sociale con la East African Community, la Comunità degli Stati dell’Africa del Sud, Angola, Congo Brazzaville.

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