giovedì, Ottobre 29

I populisti non passano, ma Zingaretti? Populisti schiaffeggiati si avvitano alla poltrona (che volevano tagliare). Ora sarebbe il momento di Zinga. Ce la farà?

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Vi sono cose strane in questo Paese, che si cerca di sottolineare, ma, evidentemente, chi lo fa non è all’altezza di chi ascolta, intendo i politici, ormai nulla più che politic(ant)i.

Il Sindaco di Torino, Chiara Appendino, viene condannata in primo grado non per avere parcheggiato l’auto in divieto di sosta, nemmeno per avere dato un pugno in faccia al fidanzato, e neanche per aver dato del ladro a Beppe Grillo, ma per falso ideologico. Non entro nel merito, non mi interessa di che si tratta, è una evidente banalità, ma, allo stato attuale dei fatti, è, per il Tribunale, un reato, e la legge lo prevede come tale. Punto. Che fa la Appendino? Si autosospende dai 5S!
Sorvolo su questa buffonata, ormai di moda, della ‘autosospensione’: come dire io sospendo me stesso, ma se voglio e quando voglio mi de-autosospendo. Solo una mente contorta e burocratica può inventare una sciocchezza e una buffonata del genere. Ma tant’è: si autosospende dagli stellini! Ma lei è stata condannata (per carità, solo in primo grado!) per un reato verso il Comune di Torino, non verso gli stellini; ma lei risponde agli stellini e non al Comune, dove, accurata conoscitrice della legislazione italiana, non manca di fare notare che la legge Severino in questo caso non prevede le dimissioni. Lei è leale e fedele agli stellini, eroicamente danneggia il suo futuro politico all’interno degli stellini medesimi, pone uno ‘stop’ alla sua carriere politica, ma la poltrona non la lascia. E, devo dire per non essere frainteso, fa anche bene: il reato di cui è accusata è una di quelle cose evanescenti e molto burocratiche più di forma che di sostanza, alla fine non ha tolto nulla al Comune e ai torinesi. Ma la legge è quella: oggi come oggi, agli occhi del comune di Torino la signora Appendino è una criminale, ma lei lì non si autosospende, ma lo fa al partito!

Quante chiacchiere per la Appendino, direte voi? Eh no, proprio no. Questo caso è l’emblema chiarissimo della mentalità devastante che ha ormai invaso e portato alla putrescenza la nostra politica. ‘L’incarico è mio’, magari gestito per conto del partito, ‘e io non lo mollo finché posso, anche se devo ammettere col mio partito (cioè con una organizzazione privata) che sono indegna di fare parte del partito, non della Giunta comunale’.

Questa è la privatizzazione della politica, già in atto da tempo, purtroppo da molto tempo. Questa è l’idea della politica propria dei populisti e in particolare degli stellini.
Giggino (altrimenti detto Luigi Di Maio) da lunedì appena chiuse le urna o quasi urla felice di avere vinto, ‘luinon il partito, ‘luinon il Paese (posto che la sciocchezza della riduzione dei parlamentari sia utile al Paese, e ho spiegato fino alla nausea perché non è così, ma se volete c’è Zagrebelski che vi dirà il contrario), di avere vintocontro chi voleva abbattere lui’ (è così che comincia la paranoia, vero prof. Crepet?) ecc. Potrei capire che dicesse ‘ha vinto lo Stato’, o la morale, o l’economia, no, ‘ho vinto io’.

In un bel titolo sul nuovo giornale ‘Domani’, Stefano Feltri dice: ‘i populisti vincono il referendum ma perdono il Paese’. Giusto e -me lo permetterà o è già iscritto all’OGG?- sbagliato.
Detto fra di noi: come è brutto sto nuovo foglio! specie nell’edizione online: sussiegoso, pesante, difficile, da leggere, triste quasi lugubre con tutto quel grigiore, privo del tutto privo di pepe … lo diceva anche il proprietario l’altro giorno, e poi (ma questo è un topos ormai) nessun accesso per il Lettore, ‘paga, leggi e taci’, ma tant’è.
In quel titolo la sintesi è corretta anche se il contenuto non lo condivido. Feltri sostiene che ‘i’ populismi, bene ‘i’, cioè Giggino e Matteo, perdono le elezioni anche se vincono il referendum.
Io ho l’impressione che le cose stiano diversamente, almeno in parte.

Continuo a restare fortemente colpito dal fatto che, in un momento così importante checché se ne dica per la nostra vita politica (un referendum non c’è ogni giorno), la stragrande maggioranza della gente non sia andata nemmeno a votare. Specie, dico, quelle persone che abitavano là dove non c’erano elezioni locali: erano le più importanti da osservare, perché a loro si chiedeva solo di uscire di casa per andare e dire SI o NO, dopo una campagna martellante e violentissima contro la presunta casta dei politici e della politica, e dopo le sfuriate dittatoriali di Grillo. E invece di andare a dire il loro NO, magari, o il loro consenso alla dittatura proposta da Grillo (o ai pieni poteri di Salvini) se ne sono stati semplicemente e tranquillamente a casa. Questo, per un populista, è lo schiaffo più sonoro che si possa pensare, perché colpisce in radice proprio il suo modo abietto di concepire la politica e di farla. Dove sono le folle oceaniche? Chi ha fatto i conti parla di 3,2 milioni di voti persi da Lega e M5S, in 15 mesi, solo nelle aree dove si sono tenute le amministrative -attenzione: solo nelle regioni dove si è votato per le regionali e comunali.
Forse per provare a capire può servire allargare lo sguardo e guardare che sta accadendo ai populismi nel resto del mondo.

Il populismo ha riempito la testa della gente di chiacchiere e di slogan, poi gli ha chiesto di votare su di essi. La gente ha risposto ignorando lo slogan quando non c’erano interessi locali, e votando in maniera un po’ più ragionata sulle situazioni locali. Se ci pensate, anche correttamente. Ha premiato i sedicenti governatori uscenti che, nel bene o nel male, hanno tenuto le briglie di una situazione impazzita ai tempi del Covid-19; anche quelli ormai in piena paranoia, che come Luca Zaia si autodipingono come re, aiutati da fatine -ah, se Zaia sapesse leggere, quanto gli farebbe bene una lettura della biografia di Benito! E poi ha votato contro i populisti: sconfiggendo Susanna Ceccardi in Toscana,  annullando gli stellini in Puglia e in Toscana, e mostrando quanto l’inutile consenso al populismo becero può fare danno nelle Marche.
Che poi si debba cercare, dopo uno scontro elettorale, il vincitore e lo sconfitto, è altra storia ed è più giornalismo di sensazione che analisi politica. È roba da retroscenisti, non da analisti.

Certo, Nicola Zingaretti può definirsi vincitore. Ma di che? ha partecipato, malvolentieri, alla vittoria ridicola del SI’, e ha tenuto in Toscana. Ma ora i problemi sono tutti sul tappeto e i tempi sono minimi: o il Governo si muove e si muove in maniera corretta, o la spinta di Zingaretti si esaurirà in poche settimane. Qual è il disegno? il ‘capolavoro della Merkel’ (cioè Giuseppe Conte) o la ripresa dell’Italia, cioè -benché troppo timidamente- Roberto Gualtieri?

Questo è il tema ora: la personalizzazione è solo provocatoria. E Zingaretti, ora, deve parlare e parlare chiaro, ma specialmente deve agire.
Basta perdite di tempo col MES, la sanità va riformata ab imis, magari sul modello Zaia, ma subito e ci vogliono soldi a palate.
Occorre una politica industriale che renda conveniente investire i propri soldi nelle imprese, ma in imprese che abbiano capacità di sviluppo vero: una riedizione della Cassa del Mezzogiorno sarebbe devastante, anche se credo sia proprio quello che vorrebbe la signora Merkel.
Occorre concordare, e se impossibile imporre, col sindacato una redistribuzione, ben protetta e garantita, del lavoro che permetta alle aziende di agire, purché agiscano per lo sviluppo e non per produrre carta e poi chiudere. E quindi occorrono obiettivi precisi e chiari, visibili, ufficiali e comprensibili a tutti e che siano di sviluppo e di rilancio in termini concorrenziali col resto di Europa -altro che ponte sullo stretto.
Occorre una riforma fiscale profonda, che metta riparo allo sconcio per il quale ci si vanta di avere ‘ottenuto’ duecento miliardi dall’Europa (in gran parte da restituire!) e non si pone un tappo alla fuga annuale di 150 miliardi di tasse non pagate, in gran parte a causa del lavoro nero.
Occorre mettere fine alla bruttura del decreto Salvini, ma anche alla pazzia per la quale noi accogliamo i profughi, o migranti che sia, ma poi ce li dobbiamo tenere tutti e sul punto non si può più cincischiare.
Dobbiamo -dico dobbiamo- avere una politica estera, chiara, pubblica e condivisa, e quindi abbiamo bisogno di una persona seria alla Farnesina.
È urgentissima una riforma, soft ma decisa, della giustizia, che metta almeno uno stop provvisorio alle lungaggini, magari a costo di rimboccare le maniche ai magistrati e di moltiplicare le soluzioni arbitrali delle controversie, e quindi abbiamo bisogno di un Ministro della Giustizia, che, tra l’altro, non sia accusato di collusioni con la mafia, senza che abbia nemmeno la faccia di reagire con una querela.
Abbiamo bisogno di Ministri dell’Istruzione e della Università, che non si occupino solo di banchi e di cablature, ma di cultura, il che presuppone che siano, almeno un po’, colti.

Se Zingaretti ha veramente vinto, faccia questo e magari altro. Ma lo faccia oggi e subito. In politica, lo sappiamo, i tempi contano: se non si agisce subito poi tutto si stempera, si diluisce, si ammorba, si ‘letamaizza’.
È il buon momento per farlo: Matteo Renzi ha preso un calcio in faccia storico e ora può solo tacere; di Carlo Calenda meglio tacere. Matteo Salvini è sotto attacco di Zaia (e, ma lo dico solo io) di Attilio Fontana che cerca di salvarsi attaccato come è da Maroni e la lega al Sud comincia a scricchiolare. La Meloni è la Meloni, fa solo chiasso. Zinga ha un momento storico, che non ritorna, e ha la possibilità di regolare anche un po’ di conticini interni, innanzitutto con Dario Franceschini … certo, se poi tutto il problema è di scegliere tra Massimiliano Manfredi e Enzo Amendola come Sindaco di Napoli, stiamo freschi.
Sia chiaro. Non si tratta di salvare il nobile deretano di Zingaretti, di Giggino, di Grillo, dei Mattei, e via ‘deretanando’, si tratta di altro: si tratta di salvare l’Italia. Se ci sei, Zingaretti, batti un colpo, altrimenti sarai tu ad essere additato come quello che ha perso l’Italia.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.