sabato, Settembre 21

I Paesi Mena provano rispondere al cambiamento del clima Il Medio Oriente e il Nord Africa (Mena), insieme ai Paesi sub-sahariani, saranno tra le aree più vulnerabili. Ecco come i Governi dovranno affrontare il problema

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Il cambiamento climatico  -le ultime prove in questi mesi- sarà globale, ma il suo impatto sarà vario e disuguale nelle diverse aree del pianeta. Il Medio Oriente e il Nord Africa (Mena), insieme ai Paesi sub-sahariani, saranno tra le aree più vulnerabili.
Crescente desertificazione, la siccità diffusa, insieme agli alti tassi di crescita della popolazione (è previsto un raddoppio della popolazione entro il 2050) che determinano una rapida urbanizzazione, unitamente al caldo estremo, accentuano gli effetti della scarsità d’acqua propria di queste aree, e amplificano l’impatto dei cambiamenti climatici. 

L’area Mena conta il 6% della popolazione mondiale, ma solo dell’1% delle risorse di acqua dolce, questo significa che probabilmente questi Paesi sosterranno ‘guerre per l’acqua’ entro la metà del secolo, secondo gli esperti e i futurologi. I prodromi sono già sotto i nostri occhi: i fiumi Tigri ed Eufrate si stanno prosciugando, creando tensioni tra Turchia, Iraq e Siria per le risorse idriche. L’Etiopia sta costruendo la sua diga del Grande Rinascimento e l’Egitto afferma che taglierà i flussi a valle e l’approvvigionamento idrico in Egitto di circa il 25%. Qui il rischio di conflitto è evidente e strisciante, tanto per fare un esempio macroscopico.

I cambiamenti climatici rappresentano una sfida esistenziale non ultimo perché minacciano la redditività economica di questi Paesi produttori di petrolio.
La transizione energetica per conformarsi agli obiettivi COP21 sta portando, a livello globale, al  passaggio dai combustibili fossili a una maggiore efficienza energetica ed energia rinnovabile, il che implica una tendenza al ribasso della domanda di combustibili fossili e loro relativi prezzi, che sarà costante e continua e di grandi dimensioni, svalutazioni impreviste o premature colpiranno questi Paesi.
Tradotto: la principale fonte di ricchezza e reddito dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) -Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar- e in generale dei produttori di petrolio, potrebbe rapidamente svalutarsi, quasi svanire. Il sistema produttivo di questi Paesi si troverebbe incagliato, non più in grado di soddisfare le necessità economiche dai Paesi. Questi Paesi, insomma, stanno andando incontro al disastro ambientale aggravato dal disastro economico.

Si stima che circa un terzo delle riserve di petrolio, metà delle riserve di gas e oltre l’80% delle riserve di carbone note rimarranno inutilizzate se si raggiungessero gli obiettivi di temperatura globale previsti dall’accordo COP21.  Citigroup, in un rapporto del 2015, prevedeva che il valore totale delle attività incagliate potrà superare i 100 trilioni di dollari.

Una crisi economica che si tradurrà velocemente in una crisi finanziaria, e a dirlo sono oramai anche le banche centrali:  il rischio climatico è un rischio finanziario diretto per il settore bancario e finanziario.
Il valore delle attività esposte ai combustibili fossili (azioni, obbligazioni e titoli finanziari) si sgonfierebbero rapidamente per riflettere i crescenti rischi, con conseguenti perdite per gli investitori, tra cui banche, fondi pensione, compagnie di assicurazione e fondi sovrani.

In sintesi i Paesi CCG  e MENA in generale devono affrontare tre rischi di fondo che deriveranno dai cambiamenti climatici: fisico  -poiché il calore, l’innalzamento del livello del mare e la scarsità d’acqua diventeranno (e lo sono già, siamo agli inizi) realtà-; economico -poiché la distruzione della ricchezza fa sì che vaste riserve di petrolio diventino attività bloccate, improduttive-; finanziario  -con un settore bancario e finanziario fortemente dipendente dal petrolio e del gas.

A fronte di questa situazione, cosa dovrebbero fare questi Paesi? Prova rispondere alla domanda, che ormai sta diventando sempre più impellente e argomento di discussione nei centri di comando di quei Paesi, Nasser H Saidi, Presidente del Clean Energy Business Council MENA (CEBC) e della società di consulenza Nasser Saidi & Associates, in un intervento rilasciato a ‘The National. 

Per contrastare queste minacce esistenziali, secondo Saidi, questi Paesi devono accelerare i loro piani di diversificazione economica, sviluppare e attuare strategie di decarbonizzazione e sviluppare politiche di mitigazione del rischio climatico.
Le Nazioni MENA stanno tentando di strutturare il percorso. Il punto di partenza per il Medio Oriente e il Nord Africa, secondo il Presidente CEBC, è ridurre l’uso eccessivo di combustibili fossili, rimuovendo sussidi e investendo per aumentare l’efficienza energetica.

Le nazioni del CCG – a partire dagli Emirati Arabi Uniti – hanno avviato una graduale rimozione di sussidi per carburante, elettricità e acqua che hanno distorto le scelte di consumo e produzione e incoraggiato lo spreco di energia. L’eliminazione dei sussidi fornisce anche maggiori risorse finanziarie per finanziare investimenti in energie rinnovabili e infrastrutture resistenti al clima. Gli standard per gli edifici verdi sono un’iniziativa politica che sta prendendo piede: il Comune di Dubai ha emanato i regolamenti e le specifiche per gli edifici verdi da marzo 2014 a tutti i nuovi edifici dell’Emirato. Ma Dubai è l’unica città di Mena ad aderire al programma Building Efficiency Accelerator, con l’obiettivo di raddoppiare il tasso di efficienza energetica entro il 2030.

Secondo Saidi, queste nazioni stanno assumendo un ruolo guida negli investimenti nelle energie rinnovabili. L’aumento dei progetti è stato supportato dalla crescente competitività in termini di costi delle energie rinnovabili: ora è più economico costruire nuovi impianti eolici e fotovoltaici rispetto a quelli esistenti con combustibili fossili. Il rapporto 2019 dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA) stima che per il 2030 i Paesi del Golfo sono sulla buona strada per sfruttare le energie rinnovabili per risparmiare circa 354 milioni di barili di petrolio equivalente (una riduzione del 23%). I leoo sforzi creeranno anche circa 220.500 nuovi posti di lavoro, ridurranno le emissioni di biossido di carbonio del settore energetico del 22% e ridurranno il prelievo di acqua nel settore energetico del 17%. Gli obiettivi relativi alle energie rinnovabili vanno dall’ambizioso obiettivo degli Emirati Arabi Uniti del 44% di capacità entro il 2050 (dal 27% di energia pulita nel 2021) all’obiettivo del Bahrein del 10% di generazione di elettricità nel 2035 e al 30% di generazione dell’Arabia Saudita dal energie rinnovabili e altre (principalmente nucleari) entro il 2030.

Mentre questi obiettivi sembrano ambiziosi, non affrontano la minaccia dei cambiamenti climatici. L’accelerazione e l’intensità del cambiamento climatico, afferma Saidi, richiedono una pianificazione e un’azione più profonde. I Paesi del Golfo dovrebbero condividere il rischio su base globale privatizzando o vendendo la partecipazione alle loro vaste riserve energetiche e attività connesse (come pensa di fare l’Arabia Saudita) e, allo stesso modo, dovrebbero cedere dalle attività relative ai combustibili fossili e il settore bancario e finanziario dovrebbe gradualmente disinvestire e ridurre la propria esposizione alle attività di combustibili fossili. Hanno sviluppato progetti di sostenibilità energetica, ma sono ancora modesti. Questo, dice Saidi, è il momento per questi Paesi di impegnarsi e attuare piani  globali per il raggiungimento degli obiettivi di emissioni zero nette entro o prima del 2050, insieme ad altre 15 nazioni. Diversificando e investendo in energie rinnovabili e sostenibili e mitigando i rischi e le industrie, i Paesi del Golfo possono creare posti di lavoro, innovare e sviluppare una nuova base di esportazione alternativa.

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