sabato, Agosto 24

I migranti, ‘aiutiamoli a casa loro’, ma non io Aiuti ai Paesi poveri e rimesse degli emigrati/prima parte. Gli aiuti allo sviluppo dei Paesi poveri continuano a diminuire

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Sempre più spesso, a proposito dei migranti, capita di leggere o ascoltare la frase ‘Aiutiamoli a casa loro’. Peccato che essa non venga seguita dalla sua logica conclusione: come aiutarli a casa loro?

Si ha l’impressione che il linguaggio in questi casi venga usato con un doppio codice: da una parte ci si difende da eventuali critiche (non sono razzista, li voglio aiutare), dall’altra si sottintende, per i propri seguaci, che tanto non dovremo certo essere noi a preoccuparci di aiutarli (viene da pensare al gran cancelliere Ferrer nei Promessi Sposi che mentre porta in salvo nella sua carrozza il vicario di provvisione, la cui casa è assediata dai manifestanti, si rivolge alla folla gridando «Sarà gastigato: è vero, e un birbante, uno scellerato. La passerà male, la passerà male», per poi rivolgersi all’interno della carrozza al vicario con un rassicurante «Si es culpable».

Questa impressione si rafforza di fronte al fatto che quando c’è un’occasione reale di aiutare i migranti a casa loro, i teorici dell’Aiutiamoli a casa loro insorgono feroci. Un esempio concreto è quello dell’accordo tra Tunisia e Unione Europea che regola le importazioni di olio d’oliva dalla Tunisia a dazio zero e che consente di far arrivare nello spazio europeo altre 35 mila tonnellate di olio all’anno senza dazi in aggiunta alle 56mila tonnellate precedentemente previste. Subito un politico, fra i maggiori teorici dell’aiutiamoli a casa loro, ha tuonato: «È una vergogna! Il Parlamento Europeo ha approvato l’arrivo in Europa di altre 35.000 tonnellate di olio di oliva dalla Tunisia, senza dazi e controlli. Altri posti di lavoro italiani persi, altre aziende italiane massacrate. La …. ovviamente ha votato contro. Vergogna, vergogna, vergogna».

Eppure permettere alla Tunisia di esportare olio in Italia (paese che ha visto il calo della produzione nazionale olearia del 38% nel 2017, provocata dalla mosca olearia e da cambiamenti climatici, e prevede un ulteriore calo nella produzione 2018) è un modo concreto di permetter ai contadini tunisini di lavorare nel loro Paese e ridurre quindi la pressione migratoria.

Da una recente rilevazione dell’opinione pubblica europea sull’aiuto e la cooperazione allo sviluppo effettuata da Eurobarometro, su quasi 30.000 europei e che ha coinvolto più di 1000 italiani, tra giugno e luglio 2018, risulta che aumentano gli italiani che si dichiarano favorevoli ad aiutare da un punto di vista finanziario    i paesi in via di sviluppo per contrastare la migrazione irregolare (il 75%, superiore alla media europea) ma poi, in modo contraddittorio, solo il 23% si dichiara favorevole ad aumentare il contributo del proprio Paese e diminuiscono quelli che si dichiarano personalmente coinvolti dal fenomeno. Il solito atteggiamento: aiutiamoli a casa loro, ma non io.

Affrontare seriamente il problema degli aiuti ai Paesi da cui partono i migranti vuol dire analizzare quali sono oggi le modalità con cui i Paesi più ricchi aiutano quelli più poveri. L’organismo che si occupa di coordinare questi aiuti è il Comitato di assistenza allo sviluppo dell’OCSE (Development Assistance Committee o DAC).

Secondo un comunicato dell’OCSE dell’11/04/2017 «gli aiuti allo sviluppo hanno raggiunto un nuovo picco di 142,6 miliardi USD nel 2016, con un incremento dell’8,9% rispetto al 2015 dopo l’aggiustamento per i tassi di cambio e l’inflazione. Un aumento degli aiuti spesi per i rifugiati nei Paesi donatori ha aumentato il totale. (…) Nonostante questi progressi, i dati del 2016 mostrano che gli aiuti bilaterali (Paese a Paese) ai Paesi meno sviluppati sono diminuiti del 3,9% in termini reali a partire dal 2015 e gli aiuti all’Africa sono diminuiti dello 0,5%, dato che alcuni membri del DAC hanno fatto marcia indietro sull’impegno all’aumento dei flussi verso i Paesi più poveri».

L’aumento della cifra complessiva degli aiuti pare incoerente con la diminuzione degli aiuti bilaterali, ma si spiega col fatto che i Paesi ricchi includono negli aiuti anche quello che spendono nel proprio Paese per i rifugiati: quindi non è poi vero che i soldi spesi in Italia per i rifugiati siano tolti agli italiani’, in quanto in parte arrivano dall’Unione Europea, in parte dai fondi destinati all’aiuto dei Paesi poveri.

L’assistenza ufficiale allo sviluppo (APS) dei 29 Paesi membri del DAC è stata in media dello 0,32% del reddito nazionale lordo (RNL), ben al di sotto l’obiettivo dello 0,7 previsto dell’OCSE fin dal 1970. Gli unici Paesi che nel 2016 hanno raggiunto o superato lo 0,7 sono Danimarca, Lussemburgo, Norvegia, Svezia, Regno Unito e Germania.

Nel 2107, in base ai primi dati disponibili, la media degli aiuti, per la prima volta negli ultimi anni, si è ulteriormente abbassata, allo 0,31 del reddito nazionale lordo, e la Germania è nuovamente scesa al di sotto dello 0,7. L’Italia si ferma allo 0,26%. In termini assoluti significa che nel 2016 abbiamo dato 4,85 miliardi (tenendo conto, però, che il 34% di queste risorse, 1,66 miliardi, è stato utilizzato per l’accoglienza dei rifugiati in Italia anziché destinarle ad iniziative nei Paesi partner). Bisogna però rilevare che per il 2017 l’Italia ha raggiunto lo 0,30, aumentando così il proprio contributo.

«Mentre i governi dovrebbero essere lodati per sostenere gli investimenti nello sviluppo in questi tempi difficili, è inaccettabile che – ancora una volta – gli aiuti ai Paesi più poveri siano in declino. I recenti segnali di alcuni Paesi donatori sui futuri livelli di aiuto aggiungono ulteriori motivi di preoccupazione», ha affermato il segretario generale dell’OCSE, Angel Gurría. «I principali Paesi donatori si sono impegnati a concentrare nuovamente i loro sforzi sui paesi meno sviluppati. È giunto il momento di trasformare questi impegni in azioni. Insieme, dobbiamo prestare molta attenzione a dove vanno i soldi e cosa viene incluso negli aiuti esteri».

Se assumiamo quei circa 140 miliardi USD come cifra di riferimento, ci accorgiamo però che non sono questi aiuti, a cui guardano tutti gli organismi nazionali ed internazionali, la forma più rilevante di contributo dato a sostegno dei Paesi più poveri. Piuttosto dobbiamo guardare alle rimesse,  i trasferimenti volontari di denaro che gli emigrati fanno ai loro parenti nei Paesi d’origine.

 

(La seconda parte sarà pubblicata domani 24 gennaio 2019)

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