venerdì, Settembre 25

I jihadisti che minacciano il Marocco

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Come nel resto del Maghreb, la necessità di gestire i rapporti con gli ambienti salafiti ed emarginare le tendenze estremiste ha oggi un posto centrale all’interno dell’agenda del Governo del Marocco. Nonostante l’alternanza di pugno duro e apertura al dialogo con gli ambienti salafiti sia stato fino a oggi sufficiente a neutralizzare l’esplosione di un conflitto con le ali più estreme dell’estremismo religioso, rimangono attive nel Paese tensioni difficili da sopire.

Nel tardo maggio, le autorità marocchine hanno arrestato tre membri di una cellula che si occupava di finanziare militanti attivi in Siria nella guerra contro Bashar al-Assad. I tre sospetti (due arrestati nella città di Fez, uno a Mrirt) sono stati catturati con carte di credito false, utilizzate per inviare denaro alle cellule alleate. La notizia ha riportato al centro delle attenzioni il timore riguardante il coinvolgimento di combattenti marocchini in Siria e la paura nei confronti del “jihadismo di ritorno”, ovvero il rientro in patria di elementi legati alla galassia jihadista dopo le esperienze compiute sul campo di battaglia, sta aumentando all’interno della società marocchina.

Nell’arco dell’ultimo biennio, le autorità marocchine hanno ricevuto un numero crescente di segnalazioni riguardanti l’impegno di suoi nazionali all’interno dei movimenti jihadisti attivi in Siria. Se nel 2012 il numero di combattenti marocchini nel Paese poteva essere individuato in poche decine, a distanza di due anni si stima che la cifra abbia superato abbondantemente la centinaia, forse addirittura le migliaia. «Sin dall’inizio degli scontri, stranieri, tra cui cittadini marocchini, stanno entrando a far parte delle schiere della jihad in maniera crescente» scrivevano i giornalisti Cretois e Boudarham in un articolo per la rivista ‘Telquel’. «Nel 2012, alcuni studi rivelavano come il numero di marocchini impegnato in Siria non fosse superiore alle cento unità. Membri della sicurezza marocchina hanno però recentemente detto che il numero è salito a marzo fino alle 1.250 unità. Nello stesso mese, media siriani filo-Assad hanno stimato il numero  di vittime marocchine in 150 “terroristi”. Fonti jihadiste, che preferiscono il termine “martire” al termine “terrorista”, hanno detto che circa 60 combattenti di origine marocchina sono stati uccisi dall’inizio delle loro operazioni nel Nord-Ovest del Paese iniziate nella prima parte di marzo. Anche se tutte queste cifre vanno prese con prudenza e viste come manipolate per via di operazioni di guerra psicologica, il fenomeno esiste senz’altro. Molte foto di combattenti – che usano pseudonimi che finiscono con “al-Maghribi” (“il marocchino”) – stanno circolando su internet».

Nel settembre 2012, nei giorni in cui l’intero mondo islamico veniva scosso per via dei disordini seguiti alla diffusione delle immagini del film “L’Innocenza dei Musulmani”, la branca marocchina del gruppo salafita Ansar al-Sharia rendeva noto il proprio manifesto programmatico: richiesta di applicazione della legge islamica, proclami contro il secolarismo e domande per l’istituzione di un califfato i punti fondamentali del foglio. I principali elementi distintivi del gruppo sono la bandiera, “che è identica a quella delle sue controparti in Libia, Yemen e Tunisia” scrive il quotidiano online ‘al-Monitor’. «E’ una bandiera nera che arreca la scritta “Non c’è altro dio all’infuori di Allah”. Affermano di non avere connessioni a Paesi stranieri, ma non nascondono le proprie simpatie per i movimenti estremisti nel resto del mondo, primo tra tutti AQMI». Come negli altri Paesi della regione, è difficile definire le strutture organizzative del movimento, che fa del rifiuto di un’organizzazione centralizzata e di un elevato grado di atomismo la propria forza. Nell’ottobre del 2012, a  Tetouan venne arrestato un salafita di nome Younsi Hassan, che si presentò alle autorità del gruppo come uno dei leader del movimento. E’ possibile che rivesta una particolare importanza all’interno del gruppo anche Omar Haddouche, noto militante salafita marocchino.

Il predicatore Mohammed Fizazi, uno dei più ascoltati predicatori salafiti del Marocco, che nel 2003 venne imprigionato con l’accusa di aver istigato i fautori degli attacchi di Casablanca di quell’anno per poi essere liberato nell’amnistia del 2011, ha risposto alle domande dei giornalisti di Magharebia sulla crescita del salafismo in Marocco. «I salafiti marocchini hanno vissuto nell’ombra, mostrandosi raramente in pubblico. Consideravano la partigianeria come una cattiva innovazione – ha affermato Fizazi. – Ora hanno deciso invece di entrare nell’arena politica, è divenuto chiaro che erano forti e stavano sorpassando i partiti tradizionali in termini di disciplina e serietà. Il loro unico problema è che non seguono solo una scuola o un percorso. […] Qualora decidessero di farlo, sconvolgerebbero completamente la scena politica marocchina».

Il rischio che l’assenza di un dialogo con gli ambienti salafiti finisca per trasformare le aree del fondamentalismo in un potenziale nucleo di destabilizzazione sta spingendo la classe governante marocchina a cercare di mantenere aperti i contatti e a tenere un atteggiamento conciliante. A marzo, Re Mohammad si è recato in una moschea a Tangeri per assistere al sermone pronunciato da Mohammed Fizazi, lanciando un forte segnale di riconciliazione con gli ambienti salafiti, nel tentativo di contenere la diffusione di tensioni che potrebbero avere un duro effetto sul Paese nel momento attuale. Tenere aperta una linea di dialogo con gli ambienti moderati della destra religiosa consentirà di non perdere d’occhio le dinamiche interne all’area fondamentalista marocchina e rispondere meglio alle sue trasformazioni.

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