sabato, Ottobre 24

I giochi etnico-settari del Bahrain Il regime continua a giocare con il settarismo per soffocare la democrazia

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Beirut – Mentre i difensori dei diritti civili e gli attivisti pro-democratici, sia nel Bahrain che all’estero, si sono ampiamente pronunciati contro i molteplici ed efferati delitti perpetrati dal regime del re Hamad ibn Issa al-Khalifa, uno dei più sporchi segreti della monarchia è rimasto ben nascosto all’opinione internazionale: l’ingegneria etnico-settaria.

L’élite sunnita al potere, nel Bahrain, non solo ha naturalizzato sunniti in massa per diluire il dissenso all’interno di una popolazione a maggioranza sciita, rinforzando così le forze di sicurezza, ma ha brandito l’ingegneria demografica e la pulizia settaria come arma di oppressione di massa.

Gli sciiti del Bahrain si sono opposti all’esclusione e alla radicalizzazione, scegliendo di sostenere la giustizia sociale e la determinazione politica sulla base del fatto che la libertà e la dignità sono diritti umani inalienabili.

In totale e completa violazione del diritto internazionale, incurante della dignità etnica e umana, il Governo di Manama ha portato avanti un’intimidazione sistematica contro i suoi stessi cittadini, minacciando di rendere apolide chi avesse osato sfidare la legge monarchica di al-Khalifa.

Dal 2011, il Bahrain -piccolo regno insulare appartenente alla penisola araba-  ha vissuto disordini civili e instabilità politica senza precedenti, tra gli spasmi di un movimento popolare che ha incessantemente continuato a chiedere significative riforme democratiche.
Con il Paese stretto tra la morsa della formidabile volontà della maggioranza sciita e della monarchia sunnita, il re Hamad bin Isa al-Khalifa ha deciso di approvare l’accelerazione di una politica di naturalizzazione che è stata paragonata all’ingegneria demografica per la sua natura etnica e settaria, una politica che utilizza la sicurezza nazionale come cortina di fumo per mascherare la repressione settaria.

«Anche se il Bahrain assiste da tempo alla polarizzazione politica tra l’élite sunnita al potere e l’opposizione sciita dominante, i fatti del 2011-12 spiccano per l’intensità della mobilitazione popolare, il ricorso dello Stato alla repressione violenta e il passaggio crescente dal malcontento economico e politico al conflitto religioso settario», ha scritto Quinn Mecham, uno studioso in materia di conflitti civili e islam politico, a dicembre 2013.

Oggi la repressione prosegue, con l’obiettivo di eliminare l’islam sciita dal Bahrain, in quanto la sua storia e le sue tradizioni sono profondamente radicate nella resistenza contro la tirannia.

L’attacco del regime contro l’abitazione dell’ayatollah Sheikh Issa Ahmed Qassem, un illustre ecclesiastico sciita e voce forte dell’opposizione, a novembre 2014, rappresenta una testimonianza della violenza e dell’approccio spietato che al-Khalifa ha adottato nei confronti della sua popolazione che ha sempre e solo chiesto riforme. Tutto ciò facendo apparire i tumulti del Bahrain come una rivoluzione sciita, un movimento guidato dall’Iran per espandere la sua influenza politica nella regione contro l’Arabia Saudita.
I bahreiniti ambiscono semplicemente a vivere liberi dalla paura in un sistema che rispecchi la loro volontà politica; la religione e l’etnia non hanno mai fatto parte dell’equazione. È il regime di Manama che ha utilizzato queste categorie per costringere i contestatori a impegnarsi in una retorica che avrebbe fatto arenare i loro sforzi verso il cambiamento.
Le rivolte del Bahrain non hanno mai avuto una connotazione settaria: «Le rivolte del Bahrain sono nate dal desiderio e dalla necessità di plasmare una società equa e giusta, in cui tutti i bahreiniti, indipendentemente dalla loro fede o etnia, si potessero sentire ascoltati, rappresentati e considerati membri della società», ha dichiarato Hussain Jawad, un leader attivista per i diritti umani e Presidente dell’EBOHR (l’Organizzazione europea del Bahrain per i diritti umani) in un commento esclusivo.

 

False promesse e urla di libertà

Quando è salito al potere per la prima volta come emiro, nel 1999, il re Hamad si è presentato come un monarca moderno, un riformatore rispetto alle altre monarchie della regione. Negli anni successivi, si è dimostrato ostinato al pari delle monarchie dei Paesi confinanti, se non addirittura più ingegnoso nella gestione del dissenso.

Nel 2011, ad esempio, lo Stato ha approvato l’arresto e la tortura di operatori sanitari che avevano trasgredito agli ordini ufficiali curando dei contestatori feriti. I medici sostenitori dei diritti umani hanno catalogato le gravi violazioni del diritto internazionale in una relazione dal titolo ‘Under the Gun: Ongoing Assaults on Bahrain’s Health System‘.
Dopo anni di incessante violenza, le promesse del re Hamad di trasformare il Bahrain in una ‘monarchia costituzionale moderna’ appaiono lontane e disattese. Dopo aver inaugurato il suo periodo di regno, nel 2002, adottando una carta nazionale e promettendo di esaudire il desiderio del suo popolo di istituzioni più leali e inclusive, gli anni di sistematica manipolazione su base settaria sono la dimostrazione di una realtà completamente diversa.
Maryam al-Khawaja, un’illustre sostenitrice dei diritti umani e Presidente del Bahrain Centre for Human Rights, è assolutamente convinta che il re Hamad sia tutt’altro che un riformatore. «Ai bahreiniti sono stati promessi cambiamenti da oltre un decennio e finora poco, se non addirittura nulla, è cambiato. Oserei dire che il Bahrain oggi è più autoritario che mai»,” ha sottolineato, «Quando i cittadini si trovano ad essere privati della cittadinanza per via della loro affiliazione politica, ritengo che nessuno, a parte le autorità, possa mettere in dubbio la natura totalitaria dello Stato».

Anche se il lungo cammino del Bahrain verso la libertà ha catturato solo di recente l’attenzione dei media, la battaglia è iniziata nel 2001, quando il Governo di Al Khalifa già si ergeva come una struttura autocratica. L’unico Paese della Primavera araba ad aver resistito alla bramosia di cambiamento del suo popolo, il Bahrain è stato l’epicentro di una brutale repressione statale e una politica reazionaria radicata nel settarismo.
Vice News‘ ha riferito, a settembre 2012, che, secondo Travis Brimhall del Centro del Bahrain per i diritti umani, «Si stima che ogni giorno nel Bahrain scompaiano cinque persone, incarcerate per periodi non definiti; le prigioni del Paese traboccano di migliaia di prigionieri politici»

Intenzionato a spazzar via il desiderio di libertà dei bahreiniti, il re Hamad ha consentito la persecuzione di personaggi chiave dell’opposizione  -tra cui Zainab al-Khawaja, Nabeel Rajab, Sheikh Ali Salman, e Ibrahim Sharif , solo per citarne alcuni-, tutti membri della comunità sciita del Bahrein.

Ma come lo Stato ha dimostrato che ricorrerà ad ogni mezzo e non si fermerà davanti a nulla pur di restare al potere, allo stesso modo la determinazione dei bahreiniti non è venuta meno.

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