mercoledì, Novembre 25

I Genesis e la rivoluzione d’ottobre

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Lev Davidovic Bronstejn detto Trockij è, con Lenin, co-promotore della trasformazione della Russia arcaica in esperimento socialista sovietico, e ne guida le forze armate nella guerra scatenata dai controrivoluzionari e dai Paesi capitalisti, che l’Armata Rossa vince nel 1923. Ma già nel 1924 Stalin, ormai al vertice politico (nonostante le raccomandazioni contrarie dell’ultimo Lenin), lo accusa sul piano ideologico; nel 1925 lo estromette da ogni ruolo di rilievo; nel 1929 lo esilia, prima in Asia centrale e poi fuori dai confini del Paese; e nel 1940 ne commissiona l’uccisione a un sicario, che va a trovare Trockij fino in Messico.

Quindi, in una storia sovietica che abbraccia quasi tre quarti di secolo (1917: la Rivoluzione Bolscevica, 1922: la nascita dell’URSS vera e propria, 1991: il suo scioglimento – e la costituzione della CSI, Comunità degli Stati Indipendenti, effimera e irrilevante) il periodo leniniano-trockijanocubadai cinque ai dieci anni, a seconda di come vogliamo metterla: diciamo un 10%, facendo la ‘media’. E se poi, come pure fanno non pochi tra gli osservatori (e tra i compagni  -ma non io, ovviamente), volessimo considerare la storia post-sovietica  -cioè russa senza aggettivi, come russa fu quella pre-rivoluzionaria-  in una qualche continuità con l’esperienza socialista, allora l’arco di tempo in esame potrebbe partire diciamo dal 1905 (anno in cui l’autocrazia zarista comincia a cedere alle istanze costituzionali borghesi) e arriverebbe all’oggi: centodieci anni; ma in esso, gli anni del protagonismo di Lenin (che nel 1905 è già attivissimo politicamente e prolifico di testi fondamentali) e di Trockij (lo stesso, anche se spesso in contrasto col primo) restano sempre su percentuali assai scarse sul totale.

Ciononostante. Ciononostante io, per esempio, fin da ragazzino ‘fan’ del movimento operaio, del pensiero socialista, della costruzione del comunismo ovunque e (possibilmente) dappertutto, ovviamente idolatrai coloro i quali avevano messo a camminare con le gambe sulla terra le tesi di Karl Marx (che a sua volta capovolgeva l’idealismo tedesco mettendolo ‘coi piedi giù e la testa su’); coloro i quali si erano presi la responsabilità storica di guidare una classe e un popolo dall’età semi-feudale direttamente nella costruzione della società emancipata, che avevano resistito e vinto nella guerra contro le Potenze imperialiste, e che avevano dato una speranza finalmente concreta, un precedente di fatto, a chi voleva (e vuole) la trasformazione dello stato di cose presente (il capitalismo, il barbaro sfruttamento) in tutt’altra cosa (il socialismo, il pieno umanesimo).

E per questo innamoramento  -anche molto razionale, beninteso-  di quegli eroi rivoluzionari, e delle elaborazioni e delle conquiste loro, sono cresciuto emozionandomi allo sventolare della rossa bandiera dell’URSS, tifando Unione Sovietica (e Paesi del Patto di Varsavia) alle Olimpiadi, difendendo in ogni discussione minimamente pubblica il campo del ‘socialismo reale’ rispetto al blocco capitalista occidentale. Nonostante Stalin, nonostante Leonìd Breznev, nonostante il KGB e i gulag, nonostante l’Ungheria del ’56, il Muro del ’61, Praga del ’68, l’Afghanistan dal ‘79 in avanti (ma difendendolo  -devo dire- con sempre più problemi di coscienza, e di coscienza di classe soprattutto, man mano che il socialismo reale si palesava sempre meno socialismo, e che io mi delineavo ideologicamente sempre meglio).
Un po’ come comprarsi ‘Abacab‘, nel 1981, e farselo pure piacere (ma con la bocca un tantino storta).

Però da un po’, basta. E da un bel po’. Basta semplicemente perché la Russia di Vladimir Putin, degli oligarchi, delle multinazionali, del capitalismo neanche più di Stato e dell’imperialismo sempre più muscolare, cioè la Russia del Terzo Millennio tutta quanta, non ha più alcuna continuità neppur simbolica con la spinta propulsiva dell’Ottobre bolscevico.

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