mercoledì, Agosto 21

I foreign fighters europei, l’ultima carta dei curdi Adesso la minaccia sta prendendo forma: 250 jihadisti francesi saranno presto restituiti a Parigi

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È uno dei più importanti quotidiani turchi, il ‘Daily Sabah‘, a raccontare cosa è accaduto domenica nei cieli del nord ovest della Siria. Due missili a guida infrarossa sarebbero stati lanciati dalle milizie curde delle Unità di Protezione Popolare (Ypg) contro il villaggio di Kimar, a nord di Aleppo, attualmente sotto controllo turco. Nella rappresaglia di Ankara in risposta all’attacco sarebbero morti diversi miliziani curdi nelle città di Azaz e Mare, poco più a nord di Kimar.

I dati sono scarni ed è difficile verificare la notizia con fonti indipendenti. Su una cosa, però, non ci si può più fare illusioni: in questi otto anni di guerra le parti coinvolte in Siria hanno messo le mani su armi di ogni genere, spesso tecnologicamente avanzate, come i missili a guida infrarossa. In circolazione nel Paese non ci sono solo letali armi chimiche.

Per Ankara i curdi siriani dell’Ypg sono terroristi, per gli Stati Uniti, che si preparano a lasciare il Paese, sono stati il principale alleato della lotta contro l’Isis. Adesso si tratta di capire quale sarà il destino delle zone sotto il controllo delle Ypg nel nord est della Siria: la Turchia non è disposta ad accettare che restino nelle loro mani.

Sono giorni convulsi. A dimostrazione di quanto possano essere labili i confini tra gli Stati in Medio Oriente, ventiquattro ore prima della piccola scaramuccia tra turchi e curdi in Siria, un’altra, più grave, ne scoppiava nella regione del Kurdistan iracheno, in una base militare turca nei pressi di Dohuk. Alcuni iracheni, in protesta contro i ripetuti raid aerei dell’aviazione turca nella regione, hanno attaccato la base bruciando due carri armati e altri veicoli. Un iracheno è stato ucciso negli scontri. Secondo la versione di Ankara, si sarebbe trattato di miliziani legati al partito curdo del Pkk, a sua volta in stretti rapporti con le milizie dell’Ypg. L’incidente ha provocato la risposta del governo di Baghdad che ha convocato immediatamente l’ambasciatore turco nella capitale.

Ieri Ilham Ahmed, copresidente del Consiglio Democratico Siriano, un organismo nel quale le Ypg hanno ampia rappresentanza, era a Washington. Alcune foto la ritraggono al Trump International hotel mentre è a colloquio con il presidente degli Stati Uniti: il suo obiettivo è quello di evitare che Ankara proceda a un’offensiva nel nord della Siria. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva appena finito di ripetere che l’offensiva, ormai la terza dopo quelle del 2016 e del 2018, è ormai imminente: secondo i progetti di Ankara, servirà a creare una zona cuscinetto di 32 chilometri, libera dalle Ypg. Un’area che dovrà ospitare i quattro milioni di profughi siriani rifugiati in Turchia: Washington, anche se in termini diversi, ha già dato l’assenso. Il problema è mettersi d’accordo su chi dovrà controllare militarmente la zona. I turchi non vogliono i curdi e viceversa.

Comunque, gli Stati Uniti non sono l’unico Paese cui i curdi si stanno rivolgendo in queste ore. Cemil Bayik, storico leader del Pkk, responsabile di decine di attacchi contro la Turchia, dalle montagne di Qandil, al confine tra Iraq e Iran, ha recentemente rilasciato a Tv locali alcune dichiarazioni favorevoli a Teheran. Si capisce perché: poco più a sud delle posizioni delle Ypg in Siria ci sono le milizie finanziate dall’Iran, in alcune zone le loro postazioni militari distano solo pochi chilometri da quelle curde.

I curdi cercano di tenere aperti tutti i canali possibili: quello con Damasco, caldeggiato da Mosca, e quello con Londra e Parigi, le cui truppe resteranno in Siria anche dopo il ritiro statunitense.

Il problema è che anche le altre parti hanno aperto molteplici canali: sabato il governo di Bashar Al Assad ha proposto ad Ankara una cooperazione contro il Pkk in cambio del ritiro turco dalla Siria. È quello che una settimana fa Vladimir Putin aveva proposto ad Erdogan nell’incontro a Mosca: il dialogo con il presidente siriano Bashar Al Assad e la riesumazione del vecchio accordo di Adana, risalente al 1998, che aveva visto Ankara e Damasco collaborare in funzione anti-curda. Erdogan si è già dichiarato a favore, soprattutto perché quell’accordo prevedeva il diritto della Turchia di agire liberamente in Siria.

Nel vortice di questi complicati doppi giochi c’è Manbji: alla periferia della città siriana, controllata da curdi ed esercito americano, è schierato l’esercito siriano, a sua volta affiancato da consulenti militari di Mosca. Circolano fotografie che ritraggono soldati russi in perlustrazione fianco a fianco con le milizie curde. Un indizio dell’esistenza di più di un accordo sottobanco. La Turchia, con il suo esercito a pochi chilometri di distanza da Manbji, minaccia di intervenire per prenderne il controllo.

I curdi temono che le ambiguità finiscano per risolversi a loro sfavore. A dicembre avevano minacciato di abbandonare le prigioni sotto il loro controllo, quelle dove sono tenuti in custodia i foreign fighters dell’Isis, la maggior parte dei quali viene dall’Europa e potrebbe farci ritorno. Adesso la minaccia sta prendendo forma: 250 jihadisti francesi saranno presto restituiti a Parigi. È la carta della sicurezza e della minaccia jihadista: per i curdi è l’ultima e se la stanno già giocando.

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