lunedì, Settembre 21

I foreign fighters d’Australia

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SydneyIl numero di combattenti stranieri che si sono uniti ai militanti sunniti in Iraq e Siria continua ad aumentare, raggiungendo proporzioni inimmaginabili soltanto un anno fa. Un’analisi del Centro Internazionale per lo Studio della Radicalizzazione e della Violenza Politica (ICSR – International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence), condotta assieme alla Munich Security Conference, ha infatti raccolto ed elaborato stime attendibili e comunicati ufficiali per stilare quello che, allo stato attuale, è il quadro più completo sui foreign fighters tra quelli disponibili pubblicamente.
I numeri sono impressionanti: l’ICSR stima che siano 20.730 i combattenti stranieri che si sono uniti, da quando è cominciato il conflitto, ai militanti sunniti tra Iraq e Siria. Se i dati corrispondono effettivamente alla realtà, l’attuale conflitto con lo Stato Islamico ha portato al maggior numero di foreign fighters nei Paesi a maggioranza islamica dal 1945, sorpassando la simile ondata di combattenti stranieri verificatasi nel corso dell’invasione sovietica dell’Afghanistan degli anni ’80. Tra gli oltre 20.000 combattenti stranieri, secondo i dati disponibili per il 2015, poco più della metà proviene dalla regione MENA (Middle East and North Africa Medio Oriente ed Africa Settentrionale), circa un quarto dallEuropa Occidentale e circa un sesto dallinsieme dei Paesi una volta parte dellUnione Sovietica.
Il numero di coloro che proviene da Paesi dell’Europa Occidentale è quello che più è cresciuto negli ultimi mesi, queste le stime per gli Stati con dati affidabili ed aggiornati: 1.200 dalla Francia; 500/600 dalla Germania; 500/600 dal Regno Unito; 440 dal Belgio e 80 dall’Italia. Nazioni più piccole come Belgio, Danimarca e Svezia hanno il maggior numero di combattenti rispetto alla popolazione totale, un rapporto che vede lItalia con la proporzione più bassa dEuropa.
Quanti dal resto del mondo, invece? Tra i 1.500 ed i 3.000 provengono dalla Tunisia, 1.500/2.500 dall’Arabia Saudita, 1.500 dal Marocco, sempre 1.500 dalla Giordania, 800/1.500 dalla Russia, 900 dal Libano, 600 dalla Libia, altri 600 dalla Turchia, 500 sia dal Pakistan che dall’Uzbekistan e così fino a trovare i 100/250 che provengono dallAustralia.
Se da un lato stupisce trovare un tale numero riferito a quello che è il Paese con la più alta qualità di vita al mondo (OCSE, 2015) e con il secondo Indice di Sviluppo Umano più alto a livello globale (HDI, 2015), dall’altro però non bisogna sorprendersi troppo. Come dimostrato dai diversi tentativi di attentati, dall’attentato effettivamente eseguito alla Cioccolateria Lindt di Sydney del dicembre scorso e dal numero di giovani e adolescenti che tentano di raggiungere il Medio Oriente, è evidente che sentimenti di fondamentalismo islamico sono diffusi nel Paese già da diverso tempo, sentimenti che sono poi stati abilmente manipolati e sfruttati dallo Stato Islamico attraverso la propaganda via internet. Sono, inoltre, più di 200 gli Australiani cui è stato impedito di lasciare il Paese per andare a combattere al fianco dello Stato Islamico.
Il Governo di coalizione guidato dal conservatore Tony Abbott è corso ai ripari da tempo, rafforzando i poteri di polizia e dando maggiore libertà ai servizi segreti australiani, al fine di prevenire e, in caso, bloccare tempestivamente nuovi potenziali atti di terrorismo. Un’ulteriore misura, appena presentata, è quella che dà al Ministro dell’Immigrazione, Peter Dutton, il potere di cancellare la cittadinanza australiana a quei combattenti che ne posseggano almeno unaltra, dietro consiglio dei servizi segreti australiani.
Ma non è tutto. Dal momento che diversi Australiani andati a combattere in Iraq e Siria hanno fatto richiesta di poter rientrare in patria, si sollevano altri tipi di problemi. È giusto permettergli di essere rimpatriati? Se sì, quale futuro attende queste persone? Il Primo Ministro Tony Abbott è stato chiaro al riguardo: «Coloro che faranno ritorno in Australia affronteranno appieno la severità delle nuove leggi».
Altre misure sul tavolo, ancora più controverse di quella che permette di cancellare la cittadinanza australiana, sono un aumento delle pene per coloro che vanno a combattere insieme all’IS o ad altre organizzazioni ad esso affiliate, l’esilio perenne dallAustralia per coloro che sono coinvolti in questo tipo di attività, la rimozione di alcuni diritti fondamentali di chi è cittadino della nazione, quali il diritto di voto o di assistenza all’estero e, probabilmente, la proposta più controversa fra tutte, ovvero quella di cancellare la cittadinanza per quelle persone che avrebbero la concreta possibilità di ottenere la cittadinanza di un altro Paese ad alto rischio sotto il profilo terroristico. Altre proposte prevedono, ad esempio, di cancellare la cittadinanza australiana anche a coloro che posseggono solo quest’ultima, nonostante non siano ancora stati chiariti i relativi aspetti legali. Abbott ha chiesto una ‘conversazione di massa’ sull’argomento ma, al momento, ha ottenuto solo una grande discussione confusionale, anche all’interno del suo stesso partito, quello Liberale, fortemente diviso su tali tipi di misure.
Un saggio del Lowy Institute for International Policy a cura di Andrew Zammit, appena pubblicato, pone poi un altro problema, ovvero la scarsa prevenzione da parte australiana del terrorismo e degli spostamenti dei combattenti australiani, attraverso l’utilizzo di misure non drastiche all’interno del proprio territorio. Secondo l’analisi di Zammit, dal titolo ‘Australian foreign fighters: Risks and responses‘, il Governo Abbott ha adottato una politica corretta stanziando nuovi fondi per la prevenzione del terrorismo di matrice islamica, aggiungendo che nell’ambito del CVE (Countering Violent Extremism – Contrasto all’Estremismo Violento) lAustralia ha molto da imparare dai Paesi europei che praticano tali misure preventive già da molti anni.
A dispetto delle molte polemiche in atto principalmente volte alla salvaguardia dei diritti che la cittadinanza australiana offre e ad evitare che il Governo abbia troppi poteri – un parere autorevole è arrivato dall’ex Procuratore Generale d’Australia Philip Ruddock, il quale ha efficacemente riassunto la posizione di chi sostiene le nuove misure anti-terrorismo e quelle volte a contrastare il fenomeno dei foreign fighters: «Ci sono evidenti problemi quando la legge persegue questo tipo di persone. Soprattutto se si pretende la certezza oltre ogni ragionevole dubbio proprio quando si tenta di prevenire la morte di altre persone innocenti. Chi credete che sia a fornire le prove ai magistrati del fatto che la gente – e anche alcuni nostri connazionali – viene decapitata in Iraq? Spesso dobbiamo fare affidamento sulla nostra intelligence. La gente si aspetta che usiamo tutti i mezzi a nostra disposizione per fermare l’estremismo violento».
In linea con quanto detto da Ruddock, sabato scorso il Ministro degli Esteri australiano, Julie Bishop, ha confermato in una conferenza stampa che il Governo ha già cancellato la cittadinanza australiana a diverse persone delle quali è stata riscontrata lattività terroristica all’interno dello Stato Islamico. Ad oggi sono diversi i Paesi che mirano ad adottare misure simili, quello che resta da vedere è se queste riusciranno ad avere un effetto deterrente o se rimarranno semplici misure punitive.

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