sabato, Ottobre 24

I fatti del 2019: Oceania Attentati di Christchurch e incendi australiani tra gli avvenimenti più importanti del 2019 in Oceania

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Il 2019 è stato un anno intenso dal punto di vista della politica internazionale. ‘LIndro’ ha deciso di ripercorrere, insieme ai lettori, i momenti più importanti che hanno contraddistinto gli ultimi dodici mesi. Lo faremo analizzando i fatti maggiormente rilevanti area per area: Asia, Africa, Europa, Nord Africa e Medio Oriente, Oceania e Sud America.

In questa sezione parleremo di quanto accaduto in Australia e Nuova Zelanda

 

Australia

L’Australia sta bruciando. Da inizio novembre il Paese si trova in un’emergenza incendi precedenti, con temperature oltre i 40 gradi e forti venti che contribuiscono a peggiorare una situazione critica. Il 19 dicembre, il Bureau of Meteorology ha dichiarato che quel giorno si era registrato il record della temperatura massima media con 41,9°C – l’ultimo era di appena un giorno prima con 40,9°C – con 49,8°C gradi toccati nella città di Eucla, in Australia occidentale. Praticamente un inferno per il quale sono stati mobilitati circa 1.300 vigili del fuoco. 8 morti, 800 case distrutte e circa 30mila chilometri di terra andati in fumo è il bilancio registrato in New South Wales, che con South Australia e Victoria è uno degli Stati più colpiti dagli incendi.

Data la tragicità della situazione, il Governo federale del New South Wales ha esteso il pagamento del risarcimento ai residenti di più aree versando 1000 dollari per gli adulti e 400 per ogni bambino colpiti dagli incendi di fine anno. Nel South Australia, invece, è in vigore il codice rosso col quale si concedono aiuti aggiuntivi ai senzatetto. Mentre per il primo dell’anno è attesa la pioggia che dovrebbe placare il clima infernale, il Ministro della Salute, Michelle Lensink, ha detto che «mantenere in sicurezza e in salute il sud australiano maggiormente vulnerabile è la nostra priorità».

Proprio l’ambiente è stato uno dei temi centrali della campagna elettorale del 2019. Il 18 maggio, infatti, circa 16 milioni di australiani si sono recati alle urne per rinnovare il Parlamento. Lo scenario politico ha visto contrapposte due gruppi principali: il Partito Laburista guidato da Bill Shorten e la Coalizione Liberale-Nazionale con a capo l’attuale premier australiano, Scott Morrison. L’Australia, dal punto di vista politico, arrivava da un periodo molto complicato, nel quale non ha sicuramente regnato la continuità. Nel corso degli ultimi dodici anni ci sono stati sei avvicendamenti nel ruolo di capo del Governo. Il Problema di leadership che si riflette anche nei singoli partiti. Nell’agosto del 2018, in seguito ad una crisi all’interno del Partito Liberale, il premier Malcolm Turnbull è stato costretto alle dimissioni ed è stato sostituito in corsa da Scott Morrison, in quel momento Ministro delle Finanze. Una crisi speculare a quella del 2015, quando Turnbull prese il posto di Tony Abbott, allora capo del Governo. Anche questa volta tutto faceva credere che ci sarebbe stato un nuovo avvicendamento nel ruolo di premier, ma i risultati hanno smentito gli analisti. Nonostante i pronostici sfavorevoli – e gli scandali sessuali – la Coalizione Liberale-Nazionale si è imposta con il 41,44% sui laburisti, i quali hanno ottenuto il 33,34%. Morrison ha potuto così mantenere la carica di premier a discapito di Shorten, il quale si è dimesso dalla presidenza dei laburisti.

Sul piano della politica estera, invece, bisogna ricordare che sul finire dello scorso anno l’Amministrazione Morrison ha stanziato 2 miliardi di dollari in prestiti e sovvenzioni alle isole poco popolate del Pacifico per combattere la crescente influenza della Cina nella regione: una lotta che si è perpetuata anche quest’anno. Pechino e Canberra, infatti, si stanno giocando a colpi di finanziamenti la loro leadership sulle isole dell’Indo-Pacifico. Forti alleati degli USA, gli australiani hanno anche bandito Huawei dai contratti tecnologici, mentre cercano di convincere gli altri Paesi della regione a seguire la stessa linea.

 

Nuova Zelanda

Solitamente la Nuova Zelanda non trova molto spazio tra le news italiane o europee in generale – britanniche a parte – a meno che non si parli delle location cinematografiche di grandi bluckbuster come Lo Hobbit, Le Cronache di Narnia Avatar, oppure degli All Blacks, la fortissima nazionale di rugby del Paese. Quest’anno, purtroppo, l’isola del Pacifico ha riempito le pagine dei quotidiani internazionali per gli attentati di Christchurch, la più grande città dell’Isola del Sud. Alle 13:40 di venerdì 15 marzo, un fanatico islamofobo e suprematista bianco, il 28enne australiano Brenton Harrison Tarran, è entrato nella moschea di Al Noor armato di fucili semiautomatici e – in diretta Facebook, con una telecamera posizionato sul suo casco – ha cominciato a sparare contro i fedeli riunitisi in preghiera, indistintamente a uomini, donne e bambini. Risalito in macchina e spostatosi di cinque chilometri, alle 13:51 ha sparato contro le persone che in quel momento si trovavano nel centro islamico di Linwood. Nel primo attacco hanno perso la vita 42 persone, 7 nel secondo: il bilancio totale è stato di 51 vittime – due sono morte successivamente in ospedale in seguito alle gravi ferite riportate – e 49 feriti.

Il Primo Ministro neozelandese, Jacinda Ardern, ha definito quel 15 marzo «uno dei giorni più bui» della Nuova Zelanda, ma ha anche dichiarato: «le nostre leggi sulle armi da fuoco cambieranno, ora è il momento […] le persone cercheranno il cambiamento e io mi impegnerò per questo».

Il 10 aprile, il Governo ha quindi approvato l’Arms (Prohibited Firearms, Magazines, and Parts) Amendment Act 2019, che vieta le armi semiautomatiche. Inoltre, il Governo ha annunciato l’amnistia e il buy-back schema per armi da fuoco proibite e le loro componenti: in cambio della consegna delle armi da fuoco, i proprietari verrebbero risarciti fino al 95% del prezzo originale delle armi. Al 21 dicembre, la polizia neozelandese ha annunciato che 56.000 armi da fuoco vietate sono state riconsegnate durante il programma di riacquisto e circa 102 milioni di dollari sono stati versati per il riacquisto.

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