giovedì, Febbraio 20

I fatti del 2019: Medio Oriente e Nord Africa Stallo in Libia, crisi algerina, Turchia ambiziosa, elezioni perenni in Israele tra gli avvenimenti più importanti del 2019 in Medio Oriente e Nord Africa

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Il 2019 è stato un anno intenso dal punto di vista della politica internazionale. ‘LIndro’ ha deciso di ripercorrere, insieme ai lettori, i momenti più importanti che hanno contraddistinto gli ultimi dodici mesi. Lo faremo analizzando i fatti maggiormente rilevanti area per area: Asia, Africa, Europa, Nord Africa e Medio Oriente e Sud America.

In questa sezione parleremo di quanto accaduto in Medio Oriente e Nord Africa.

 

Algeria

Per l’Algeria è stato un anno alquanto tribolato. Il 2019, infatti, si è aperto tra le proteste e si è concluso sull’onda lunga dei movimenti di piazza. Il 16 febbraio i manifestanti sono scesi in piazza per protestare contro la decisione del Presidente Abdelaziz Bouteflika di candidarsi alle elezioni presidenziali che si sarebbero dovuto svolgere il 18 aprile. Bouteflika, 82enne, a capo del Paese dal 1999 e colpito da un ictus invalidante nel 2013, avrebbe voluto cercare il quinto mandato consecutivo. Il popolo, però, glielo ha impedito. Un milione di algerini hanno manifestato pacificamente in piazza aprendo una così una crisi che non si vedeva dai tempi della guerra civile (1991-2002). Scoppiate inizialmente a Khenchela, nel nord-est del Paese, le proteste si sono subito spostate nella capitale, Algeri, per poi propagarsi a macchia d’olio in tutti le città algerine. Per le strade, però, la gente non ha portato solamente il suo sdegno per l’immobilismo politico, ma anche contro la corruzione che viene percepita come dominante tra le istituzioni, contro disoccupazione giovanile che si aggira attorno al 30%, figlia anche di un’economia bloccata dalla diminuzione dei prezzi dell’energia iniziata nel 2014. A metà marzo, quando è rientrato in patria dal suo ricovero presso una clinica svizzera, il leader algerino ha annunciato che non si sarebbe più candidato e che avrebbe formato una commissione con lo scopo di preparare il terreno per nuove elezioni: con quelle già previste che sono state annullate. Si è così andati verso un rimpasto di Governo, con il Ministro dell’Interno Noureddine Bedoui e il fedelissimo Ramtane Lamamra nominati rispettivamente Primo Ministro e vicepremier. Questa decisione, però, non è bastata a sedare le proteste, anzi è stata percepita come un tentativo di prolungare la sua striscia di potere e manovrare le nuove leve da dietro le quinte: Bouteflika, infatti, continuava a godere le delle sue prerogative istituzionali. Lo scontro, allora, è diventato più aspro, le posizioni si sono polarizzate, mentre i manifestanti hanno ricevuto sempre più sostengo politico anche da importanti imprenditori e uomini d’affari e, soprattutto, dello stesso Fronte di Liberazione Nazionale (Front de Libération Nationale – FLN), il partito di Bouteflika. La vera svolta è arrivata il 26 marzo, quando anche l’Esercito si è schierato contro il vecchio leader. Quel giorno, il comandante delle Forze Armate algerine, Ahmed Gaid Salah, in un discorso pubblico, ha auspicato l’applicazione dell’articolo 102 della Costituzione, che delinea l’iter da seguire nel caso in cui il capo dello Stato dovesse essere ritenuto incapace di assolvere ai propri doveri. Stretto al muro e ormai isolato dai suoi alleati politici, il 2 aprile Bouteflika ha ufficialmente rinunciato alla sua candidatura dimettendosi. Si è aperta così una fase di transizione: Abdelkader Bensalah, membro del Raggruppamento Nazionale Democratico (RND), nonché presidente del Consiglio della Nazione, la camera alta del Parlamento algerino, è stato nominato Presidente ad interim con lo scopo di traghettare il Paese verso nuove elezioni. Dopo mesi di dialogo tra le forze politiche e civili, il 15 settembre, in un discorso trasmesso in diretta televisiva, Bensalah ha indicato il 12 dicembre come la data delle elezioni presidenziali. Nonostante ciò, le proteste non si sono attenuate e la gente ha continuato a scendere in piazza chiedendo riforme radicali. A inizio novembre, per esempio, gli studenti, inneggiando alle elezioni, hanno chiesto la scarcerazione dei detenuti per reato d’opinione, mentre i magistrati si sono riuniti di fronte alla Corte Suprema algerina per chiedere maggiore indipendenza della magistratura.

Il 12 dicembre si sono quinti tenute le elezioni, che hanno però fatto registrare il record d’astensione: secondo il presidente dell’Autorità Nazionale Indipendente delle Elezioni (ANIE), Mohamed Charfi solo il 39,83% degli aventi diritto si è recato alle urne. Raccogliendo il 58,15% dei consensi, Abdelmadjid Tebboune, ex Primo Ministro dell’era Bouteflika, è stato eletto presidente dell’Algeria al primo turno. Lelezione di Tebboune non ha attenuato la rabbia del popolo algerino, che si è nuovamente riversato per le strade per protestare contro il nuovo Presidente, non vedendo in lui quel cambiamento atteso per l’Algeria e ritenendolo addirittura «peggio di Bouteflika».

L’anno algerino si è chiuso con la morte di Ahmed Gaid Salah, colto da infarto il 23 dicembre all’età di 79 anni. Ad Algeri, il 25 dicembre scorso, migliaia di persone hanno preso parte ai funerali del generale, rendendo così omaggio all’uomo che col suo colpo di mano ha di fatto posto in essere la fine dell’era Bouteflika.

 

Libia

La Libia in realtà non esiste più. Quello che noi continuiamo a chiamare con questo nome non è altro che un campo di battaglia conteso tra due schieramenti principali sostenuti da attori internazionali terzi che portano avanti i loro interessi. Da una parte, il generale Khalifa Belqasim Haftar al comando Esercito Nazionale di Liberazione libico (LNA) di stanza in Cirenaica appoggiato da Russia  Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Israele e da una Francia che ha tenuto per  troppo tempo il doppio gioco; dall’altra, il Primo Ministro Fayez al-Sarraj che guida il Governo di Accordo Nazionale (GNA) con sede a Tripoli, riconosciuto ufficialmente dalle Nazioni Unite e sostenuto dall’Unione Europea, con l’Italia in prima fila, gli Stati Uniti il Qatar e la Turchia. Proprio con la Turchia, al-Serraj ha recentemente concluso degli importanti accordi sul piano economico e militare. Intese che, di fatto, hanno fatto diventare il Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, il più prezioso alleato della traballante fazione capitanata da al-Serraj. Solo due giorni fa, Erdogan ha dichiarato che, tra l’8 ed il 9 gennaio, il Parlamento turco voterà su una mozione per inviare truppe in Libia a sostegno di Tripoli e delle milizie di Misurata, vero baluardo del GNA: il tutto, quindi, in linea con gli accordi turco-libici di dicembre.

Se portate a termine, queste mosse consentirebbero ad al-Sarraj di affrontare con maggiore forza l’offensiva delle truppe di Haftar, il cui principale sostenitore è, invece, Mosca. Il Cremlino ha infatti dispiegato a sostegno del generale libico le milizie Wagner, una specie di mercenari o esercito-ombra, che sta aiutando l’LNA nella sua pressione su Tripoli. L’attacco definitivo alla capitale da parte di Haftar è partito il 4 aprile, mentre gli ultimi scontri sono stati registrati nella prima settimana di dicembre: sette mesi che hanno portato in dote oltre 1.000 morti e 12.000 sfollati.

In tutto ciò, ONU e UE provano a lavorare su un campo, quello diplomatico, che non ha portato a grandi risultati quest’anno. Le Nazioni Unite hanno organizzato per il prossimo gennaio la Conferenza di Berlino per discutere del futuro della Libia: l’evento è stato prima posticipato da novembre a dicembre per poi essere rinviato nuovamente.

I precedenti incontri diplomatici, però, non sono rassicuranti. Le Conferenze di Parigi e di Palermo organizzate nel corso del 2018 sono state fallimentari e avevano dato l’illusione di un avvicinamento tra le parti. Spinto da questa illusione, il 20 marzo scorso, il Rappresentante speciale ONU per la Libia, Ghassan Salamé, intervenendo in videoconferenza alla riunione del Consiglio di Sicurezza, aveva presentato la Conferenza Nazionale libica, che si sarebbe dovuta tenere Ghadames dal 14 al 16 aprile e avrebbe dovuto riunire tutti i più attori libici, leader tribali compresi, con l’obiettivo di giungere coniugare le varie posizioni. L’avvio dell’offensiva su Tripoli delle milizie di Haftar nei primi giorni di aprile ha fatto saltare i piani dell’ONU, i cui vertici hanno dovuto così rinviare a data destinarsi la Conferenza Nazionale – che, ad oggi, non è stata ancora realizzata.

Intanto, il 2019 libico è servito a ribadire – ancora una volta – il pessimo stato della nostra politica estera. Scavalcata da Ankara, Roma si è trovata sempre più a recitare una parte minore all’interno della crisi libica, nonostante tutti gli interessi petroliferi che con l’ENI il Bel Paese ha in ballo in Tripolitania. Il recente viaggio in Libia del Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, il quale ha dovuto dividersi tra le due fazioni, è sembrato – anche agli occhi dei maggiori analisti italiani – più un requiem che un atto frutto di una volontà politica chiara e strutturata. Nonostante lo scetticismo, un risultato sembra essere stato raggiunto: Di Maio ha ricevuto il benestare dai suoi omologhi di Francia, Regno Unito e Germania sulla proposta di una missione UE in Libia. La missione dovrebbe partire il 7 gennaio come annunciato dall’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’UE, Josep Borrell, in una telefonata con il Ministro degli Esteri del GNA libico, Mohamed Taher Siala.

 

Turchia

Come abbiamo appena visto, il 2019 della Turchia di Recep Tayyip Erdogan si è concluso con gli accordi commerciali e militari con il Governo di Accordo Nazionale guidato da al-Sarraj e l’ipotesi di un intervento diretto militare in Libia. Tutto ciò ha fatto dei turchi i principali alleati dello GNA libico e l’ago della bilancia – insieme alla Russia di Vladimir Putin che sostiene Haftar – delle sorti del conflitto in Libia.

Le mosse nordafricane di Erdogan ricalcano in tutto e per tutto il sogno di Ankara di erigersi a super potenza regionale. Un’ambizione che quest’anno si è resa evidente seguendo due direttrici: i gasdotti del Mediterraneo orientale e i confini del nord della Siria.

Per quanto riguarda il Mediterraneo orientale, gli accordi con Tripoli riflettono il desiderio della Turchia di proporsi come un’importante hub del trasporto di gas naturale liquefatto (GNL). Gli accordi turco-libici, oltre prevedono una maggiore cooperazione nello scambio di personale, materiali, attrezzature, consulenza tra le parti, hanno posto in essere l’istituzione di una Zona Economica Esclusiva (ZEE) che taglia il Mar Mediterraneo dal Nord della Libia al Sud della Turchia. Erdogan punta così a mettere i bastoni tra le ruote a Paesi come Egitto, Israele, Cipro, Grecia, dunque UE, che il 14 gennaio hanno istituito, presso Il Cairo, l’Eastern Mediterranean Gas Forum (EMGF). Questa è una piattaforma di discussione volta ad approfondire la cooperazione nel settore del gas offshore, quindi sviluppare un mercato regionale del gas naturale, sfruttare le infrastrutture esistenti del GNL in Egitto e garantire la sicurezza a livello di fornitura e domanda per gli Stati che ne fanno parte. I Paesi europei dell’EMGF, inoltre, hanno fatto pressione sull’UE affinché questa accettasse di partecipare al finanziamento di uno studio di fattibilità per un gasdotto marittimo che da Cipro percorra il Mediterraneo fino all’Italia, tagliando di fatto fuori dal mercato la Turchia. La messa a punto della ZEE turco-libica, però, agisce direttamente nell’area in cui questo ipotetico gasdotto dovrebbe passare, rendendo così impossibile l’esclusione di Ankara del mercato degli idrocarburi del Mediterraneo orientale. Resta comunque tutto ancora in sospeso perché gli accordi tra Erdogan e lo GNA non sono stati riconosciuti a livello internazionale.

L’altro campo in cui si è mossa l’ambizione della Turchia è la Siria. Ad inizio ottobre, con la complicità degli Stati Uniti, il Presidente turco ha dato il via alla creazione di una zona cuscinetto nel nord della Siria. Il piano di Erdogan è chiaro: utilizzare quel territorio per far rientrare parte dei 3,5 milioni di rifugiati siriani presenti all’interno dei confini turchi.  Con la lira turca che si svaluta, con un tasso di inflazione del 17% e con l’economia in affanno, i rifugiati siriani stanno diventando sempre più un problema per l’Esecutivo e per la popolarità dello stesso leader. A fare le spese dell’espansione turca sono stati i curdi-siriani dello YPG (Yekîneyên Parastina Gel – Unità di Protezione Popolare), che il Governo di Ankara osteggia per le loro relazioni profonde col PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (in curdo Partîya Karkerén Kurdîstan), gruppo separatista e rivoluzionario di ispirazione leninista-marxista. Come parte delle milizie delle Syrian Democratic Forces (SDF) alleate degli USA – che le hanno finanziate e addestrate – lo YPG è stato una pedina fondamentale nella lotta armata contro Daesh: un ruolo che gli ha permesso ai curdi siriani di ritagliarsi uno spazio autonomo nella regione del Rojava, lungo il confine turco-siriano.

Ritenendo conclusa la lotta all’ISIS, gli americani hanno quindi abbandonato i curdi-siriani al loro destino e lasciato campo libero alla Turchia, che dunque è emersa come protagonista assoluta anche in Siria.

L’ambizione di Erdogan però deve fare i conti con la perdita dei consensi che il leader turco ha registrato nel 2019 dopo essere stato rieletto nel 2018 e aver aumentato i suoi poter con un referendum costituzionale nel 2017. Le elezioni amministrative del 31 marzo sono state molto attesa dalla popolazione: lo ha confermato il dato dell’affluenza attestatasi all’86,44%. Il voto, però, ha segnato una battuta d’arresto per il partito di Governo, l’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi – Partito della Giustizia e dello Sviluppo), che ha perso in un solo colpo Ankara e Istanbul, dove sono state ripetute.

Sarà anche per placare il dissenso domestico che Erdogan negli ultimi mesi ha spinto molto sulla politica estera?

 

Tensione nel Golfo Persico

Alla fine dell’anno, le potenze del Golfo dopo mesi di tensione sembrano avere intrapreso la via della diplomazia per la risoluzione dei conflitti. Rappresentati dell’Arabia Saudita hanno scambiato missive negli ultimi mesi con intermediari in Oman, Kwait e Pakistan per allentare le tensioni tra Riyad e Teheran.

Stando a quanto riporta il ‘Wall Street Journal’, secondo l’Ambasciatore iraniano a Parigi e altri funzionari, l’Iran avrebbe lanciato un piano di pace ai sauditi per richiamare la regione all’impegno reciproco e alla cooperazione così da garantire le esportazioni di petrolio lungo il Golfo e nello stretto di Hormuz. A settembre, in effetti, il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, arrivando a New York per l’Assemblea della Nazioni Unite di fine mese, aveva lanciato la proposta di una ‘Coalition of Hope’ con gli Stati dell’area per garantire la sicurezza e la cooperazione regionale. Le dichiarazioni di Rouhani erano arrivano dopo che il Pentagono aveva annunciato il dispiegamento di ulteriori truppe statunitensi ed equipaggiamenti per la difesa antimissile in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. Gli Stati Uniti, infatti, hanno incolpato Teheran – inasprendo le sanzioni – per gli attacchi agli impianti petroliferi sauditi di Abqaiq e Khurais del 14 settembre che hanno costretto i sauditi ad interrompere metà della loro capacità di produzione petrolifera. Secondo funzionari arabi e statunitensi, Riyad avrebbe anche tenuto colloqui segreti con i ribelli Houthi sostenuti dell’Iran nella guerra in Yemen. Gli Houthi avevano inizialmente rivendicato l’attacco agli impianti sauditi, ma successivamente la comunità internazionale ha puntato il dito contro il regime iraniano.

Questo è solo uno degli episodi verificatesi nella regione durante quest’anno.

La mattina del 12 maggio, quattro petroliere, due delle quali appartenenti all’Arabia Saudita, hanno subito un attacco mentre si trovavano nello Stretto: sebbene non abbiano riportato perdite di greggio, le strutture delle navi sono state gravemente danneggiate. Un mese dopo altre due navi sono state attaccate: la Front Altair, nave cisterna battente bandiera delle Isole Marshall, era salpata dal porto di Ar Ruways negli Emirati Arabi Uniti con destinazione Taiwan carica di 75.000 tonnellate di nafta; la Kokuka Courageous, nave cisterna battente bandiera panamense, era salpata dal porto di Jubail in Arabia Saudita con destinazione Singapore carica di metanolo. Anche in questo caso gli Stati Uniti hanno accusato fin da subito l’Iran di aver condotto i due attacchi. Alla fine di giungo Teheran è stata accusata di aver abbattuto un drone degli Stati Uniti, i quali per tutta risposta avrebbero effettuato un attacco cibernetico prendendo di mira i sistemi informatici iraniani usati per controllare i lanci di missili e razzi. A luglio due navi britanniche, Stena Impero e a Mv Mesdar – battente bandiera libanese – sono state sequestrate nello Stretto di Hormuz dai Guardiani della Rivoluzione iraniana. Proprio il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Iraniana (IRGC, meglio noti come pasdaran) ad aprile è stato inserito da Washington nella black list che include le organizzazioni che conducono attività di terrorismo.

Sia questa mossa sia il fatto di puntare sempre il dito contro l’Iran negli episodi di conflitto che si susseguono nel Golfo, rientra nella strategia della massima pressione adottata dalla Casa Bianca per far crollare il regime iraniano. Trump, infatti, spinge per un nuovo accordo sul nucleare con Teheran, che nel frattempo, ritenendo decaduto il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) – abbandonato dagli stessi USA – ha cominciato a innalzare l’arricchimento dell’uranio: anche se è lontana l’ipotesi della costruzione dell’atomica.

 

Israele

Tra aprile e settembre gli israeliani sono stati chiamati per ben due volte alle urne per le elezioni parlamentari. Risultato? Nulla di fatto. Per avere un Governo si dovrà andare a rivotare il 2 marzo del 2020.

Il 2018 non si era concluso nel migliore dei modi per il premier Benjamin Netanyhau. A novembre, l’ennesima tregua con Hamas aveva lasciato pesanti strascichi all’interno della maggioranza, portando Avigdor Lieberman, Ministro della Difesa, ha rassegnare le dimissioni e con lui altri cinque deputati del suo partito, Israel Beytenu. Dimissioni che avevano portato il Knesset, il Parlamento israeliano ad indire nuove elezioni per aprile 2019. Mentre Netanyahu sembrava non aver rivali, anche Donald Trump ha cercato di rafforzare l’immagine del Primo Ministro israeliano riconoscendo le Alture del Golan come parte dello Stato di Israele, di fatto spodestando la Siria (governatrice de iure del Golan). Nel frattempo, però, nel frammentato scenario politico israeliano è emersa una figura di spicco: Benjamin Gantz. Capo di Stato Maggiore dal 2011 ed il 2015 – carica che gli ha portato in dote una grandissima notorietà – Gantz ha fondato a fine dicembre il suo partito, Israel Resilience Party, e ha poi dato vita all’alleanza Blue and White nella seconda metà di febbraio. Gantz ha riscosso subito numerosi conensi e alle elezioni di aprile si è attesta al 26%, ottenendo 35 seggi: lo stesso risultato ottenuto da Likud, il partito di Netanyhau. Il Presidente israeliano, Reuven Rivlin, ha assegnato a Netanyahu il compito di formare una maggioranza, ma sul finire di maggio, non ricevendo la disponibilità da parte dei suoi vecchi alleati a formare un Governo, il premier incaricato ha proposto un ritorno alle urne al riunito Knesset, che ha accettato. Una mossa necessaria quella di Netanyahu, poiché si stava avvicinando la scadenza dei 42 giorni utili per la presentazione di un Esecutivo. Una volta scaduti i termini, infatti, Rivlin avrebbe potuto incaricare Gantz.

A settembre si è ripetuto uno scenario simile. L’alleanza di Gantz ha vinto 33 seggi, mentre quella di Netanyhau 32. Tutti pensavano si potesse andare verso un accordo di unità nazionale, ma così non è stato. I due hanno ricevuto l’incarico di esplorare la possibilità di formare un Esecutivo di maggioranza, ma hanno fallito. Scaduto il termine a inizio dicembre, il Knesset si è sciolto nuovamente e ha indetto nuove elezioni: a marzo sarà quindi il terzo voto in poco meno di uno anno.

L’anno israeliano si è concluso con Netanyhau formalmente incriminato per corruzione, frode e abuso d’ufficio. Le indagini, portate avanti da oltre un anno dal procuratore generale Avichai Mandelblit, riguardano sostanzialmente tre casi. Il più scottante è il cosiddetto ‘caso 4000’, il quale vede il leader israeliano indagato per aver fatto favori a Shaul Elovitch, magnate della compagnia di telecomunicazioni Bezeq e proprietario del sito di informazione ‘Walla’. Attraverso emendamenti ad hoc sulle telecomunicazioni, infatti, Netanyahu si sarebbe garantito una copertura ‘positiva’ sulle agenzie di Elovitch. Sempre per avvantaggiare mediaticamente la sua figura, il Primo Ministro avrebbe favorito il gruppo mediatico Yedioth Ahronoth, attuando azioni volte a danneggiare il quotidiano free press Israel Hayom: si tratta del ‘caso 2000’. In un’altra inchiesta (‘caso 1000’), che vede implicata anche la sua famiglia, viene accusato per aver ricevuto dei regali di lusso – circa 230 mila euro in casse di champagne e sigari – da parte di uomini d’affari in cambio di favori per le sue manovre politiche e finanziarie.

Nonostante le forti accuse, il 27 dicembre Netanyahu è risultato vincitore nella corsa alle primarie per la presidenza di Likud con il 72,5%. Likud, quindi, si mostra compatto nei confronti del premier più longevo della storia di Israele: lo sarà altrettanto il popolo israeliano?

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