lunedì, Agosto 10

I fatti del 2019: Europa Brexit, Nuova Commissione UE, Balcani e Francia tra gli avvenimenti più importanti del 2019 europeo

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Il 2019 è stato un anno intenso dal punto di vista della politica internazionale. ‘LIndro’ ha deciso di ripercorrere, insieme ai Lettori, i momenti più importanti che hanno contraddistinto gli ultimi dodici mesi. Lo faremo analizzando i fatti area per area: Asia, Africa, Europa, Nord Africa e Medio Oriente e Sud America.

In questa sezione parleremo dei maggiori avvenimenti susseguitisi in Europa.

Nuova Commissione Europea

Dopo le elezioni europee del maggio scorso, il 27 novembre è finalmente nata la nuova Commissione Europea, che il primo dicembre ha potuto così dare avvio al suo mandato quinquennale. Con 461 voti favorevoli, 157 contrari, 89 astensioni il Parlamento Europeo ha approvato il nuovo collegio di commissari. La promozione è arrivata un po’ in ritardo rispetto ai tempi previsti perché tra settembre e ottobre vi sono state bocciature tra gli esaminandi: tra cui la francese Sylvie Goulard, candidata commissaria al Mercato Interno e alla Difesa, la rumena Rovana Plumb, candidata ai Trasporti, e l’ungherese László Trócsányi per l’Allargamento.

A prendersi la copertina è stata la nuova Presidente della Commissione, la tedesca Ursula Von Der Leyen, che sostituisce il lussemburghese Jean-Claude Junker alla guida della massima istituzione europea. Decisivi, per l’elezione della Von Der Leyen, i 14 voti degli eurodeputati del Movimento 5 Stelle. Come avevamo già anticipato tracciando un profilo della nuova Presidente, Von der Leyen è chiamata ad un compito difficile, quello di riconciliare le varie anime del Parlamento, con i sovranisti che si sono opposti alla sue elezioni. Tra i temi cari dell’agenda posta in essere dalla Von der Leyen, vi sono ambiente e salario minimo. Con il Green New Deal, la Presidente punta a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, mentre entro il 2030 l’obiettivo è ridurre le emissioni del 40%. Altro pilastro della Nuova Commissione sarà l’approvazione di una legge comunitaria sulla digital tax per contrastare lo strapotere delle Over The Top (OTT), le multinazionali che operano in campo digitale.

Nella nuova Commissione c’è spazio anche per l’Italia: l’ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è stato nominato commissario all’Economia. Federica Mogherini lascia invece la carica di Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza: al suo posto lo spagnolo Josep Borrell.

Brexit

Il 2019 doveva essere l’anno della definitiva uscita del Regno Unito dall’Unione Europa, ma così non è stato. Tra tentennamenti e passi indietro, la deadline prevista per fine marzo è stata prima spostata al 31 ottobre, per poi essere rimandata nuovamente. In mezzo a questi rinvii, però, si è consumato un vero e proprio terremoto politico, anzi, due. Il primo ha visto il cambio di passo in seno al Governo guidato dai conservatori. Non riuscendo a raggiungere un accordo né con Bruxelles né all’interno dello stesso Parlamento britannico, infatti, Theresa May, premier dal 2016, si è dimessa a luglio. A varcare la porta della residenza al numero 10 di Downing Street è stato quindi Boris Johnson, deciso a guidare il Regno fuori dall’UE entro il 31 ottobre anche in caso di ‘no-deal’ con i vertici europei. Johnson, però, si è dovuto scontrare con le richieste e l’opposizione dell’ex Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, in particolare sulla norma del ‘backstop’, secondo la quale l’Irlanda del Nord rimarrà nell’unione doganale per un periodo transitorio di due anni, così da non dover ristabilire i controlli frontalieri tra i due Paesi. Alla fine, Johnson non è riuscito a consumare la Brexit entro il 31 ottobre; così si è consumato il secondo terremoto politico nell’arco di pochi mesi. Per impedire che l’opposizione bloccasse il suo disegno, Johnson ha forzato un po’ la mano avanzando l’intenzione di sospendere il Parlamento dal 9 settembre fino al 14 ottobre, affinché questo non potesse intervenire nel bloccare il processo di indipendenza dal blocco europeo. La Corte Suprema, però, ha dichiarato illegittima l’azione del premier e ha deciso di riaprire le porte di Westminster il 25 settembre, rispettando cioè la prassi: tradizionalmente, infatti, nel Regno Unito l’attività legislativa viene sospesa a settembre solamente per due settimane.

La Brexit si è così impantanata nuovamente nelle tensioni tra laburisti e conservatori, tra chi chiedeva un secondo referendum e chi era pronto ad uscire subito. Johnson ha più volte chiesto di andare ad elezioni anticipate, ma gli sono state sempre negate fino a quando l’UE, a fine ottobre, non ha concesso l’ennesima proroga, la flextension: rimandando così il tutto al 31 gennaio. Il Parlamento britannico ha allora deciso per nuove elezioni, che si sono svolte lo scorso 12 dicembre. Il Tory di Johnson hanno stravinto con il 43,6% dei consensi ottenendo così 365 seggi sui 650 del Parlamento. I laburisti, invece, si sono accaparrati 203 seggi, frutto del loro 32,3%. Un voto che è valso quanto un referendum. Un Johnson entusiasta ha dato quindi avvio ai lavori per procedere con l’uscita dell’UK dall’UE. Sabato scorso la Camera dei Comuni ha approvato Withdrawal Agreement, legge sulla ratifica della Brexit entro il 31 gennaio: l’iter riprendere dopo la pausa natalizia.

Intanto, cresce il dissenso scozzese: il Partito Nazionale Scozzese ha ribadito il suo no sia alla Brexit che alla legge sulla ratifica in Parlamento, mentre la premier scozzese, Nicola Sturgeon, ha inviato una lettera per chiedere un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia a Johnson, il quale ha però risposto con un due di picche.

Balcani

Il 2019 ha riportato prepotentemente al centro della scena europea la questione balcanica. Il veto della Francia durante Consiglio degli Affari Generali del 15 ottobre scorso sull’apertura dei colloqui di adesione all’Unione Europea, in blocco, della Macedonia del Nord e dell’Albania, è stato visto come un oltraggio da buona parte della comunità europea. Ai macedoni, infatti, era stato garantito il rapido accesso all’interno dell’UE, dopo che all’inizio dell’anno era stato di fatto definito l’Accordo di Prespa, col quale Skopje e Atene hanno messo fino alla querelle sul nome effettivo della Macedonia, alla quale è stato aggiunto l’epiteto ‘del Nord’, appunto. La vicenda, oltre a creare una discussione interna al Consiglio Europeo sui meccanismi – obsoleti – di adesione, ha gettato la luce sulle fragilità degli impianti amministrativi dei Paesi Balcanici. L’UE, infatti, non è riuscita a porre un freno alla corruzione dilagante nell’area e, anzi, come nel caso macedone sembra essere stato complice delle manovre del premier socialdemocratico, Zoran Zaev, accusato di aver alimentato un sistema mafioso. Il veto francese ha spinto Zaev scaricato dallo stesso Presidente macedone, Stevo Pendarovski alle dimissioni: così la Macedonia andrà al voto nell’aprile del prossimo anno. L’unica ancora di salvezza per i Paesi dei Balcani occidentali sembra essere la NATO, con gli USA che si sono rigettati nella mischia affinché l’area non cada completamente in mano ai cinesi. Mentre in seno all’UE vige la lotta franco-tedesca per l’influenza sulla regione, infatti, Pechino sta tessendo sempre più intense relazioni con i Paesi balcanici, in particolare con la Serbia.

Belgrado, tra l’altro, nonostante goda dello status di candidato ufficiale e abbia avviato dal 2014 i negoziati di adesione all’UE, ha recentemente firmato un accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica (UEE), della quale fa parte la Russia. Una – ennesima – dimostrazione di come la presa dell’UE nella regione balcanica non sia ancora ben salda.

Francia

Per la Francia il 2019 si sta chiudendo così come era iniziato: tra le proteste. Se tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019 erano stati i jilet jaune a prendersi le prime pagine dei giornali con le loro manifestazioni, inizialmente partite contro i rincari sulla benzina, sul finire del 2019, invece, a prendersi la scena sono i manifestanti che protestano contro la riforma delle pensioni.

Sarà stato forse per nascondere i problemi di politica interna che il Presidente transalpino, Emmanuel Macron, si è impegnato molto sul fronte europeo, dove aspira a divenire uno dei protagonisti principali: complice anche il tramonto politico cui si avvia la carriera della Cancelliera tedesca Angela Merkel, forse la politica più in vista dell’ultimo decennio.

Tra dichiarazioni, come quella sulla «morte celebrale della NATO» per spingere sulla creazione di una piattaforma di Difesa tutta europea, e veti sull’ingresso nell’UE della Macedonia del Nord, l’obiettivo di Macron resta quello di limitare l’influenza tedesca e di rendere Parigi il centro di un’UE a breve orfana di Londra e con Roma in preda ai soliti spasmi governativi.

(I fatti del 2019 in Asia sono qui, nelle Americhe sono qui, in Africa e Australia saranno pubblicati il 30 dicembre)

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