mercoledì, Ottobre 28

I fatti del 2019: Asia I problemi della Cina con Hong Kong, il nazionalismo religioso dell’India, tra gli avvenimenti più importanti del 2019 asiatico

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Il 2019 è stato un anno intenso dal punto di vista della politica internazionale. ‘LIndro’ ha deciso di ripercorrere, insieme ai lettori, i momenti più importanti che hanno contraddistinto gli ultimi dodici mesi. Lo faremo analizzando i fatti maggiormente rilevanti area per area: Asia, Africa, Europa, Nord Africa e Medio Oriente e Americhe.

In questa sezione parleremo di quanto accaduto in Asia.

India

Per l’India, il 2019 è servito a ribadire due cose, una la diretta conseguenza dell’altra: lo strapotere di cui gode il premier, nonché leader del BJP (Bharatiya Janata Party), Narendra Modi e la svolta nazional-religiosa intrapresa dal Governo indiano.

Le elezioni parlamentari svolte tra laprile il maggio scorsi hanno decretato il trionfo del BJP di Modi, che ha così dato avvio al suo secondo mandato consecutivo. I nazionalisti si sono imposti con il 37,36%, mentre i socialdemocratici dell’INC(Indian National Congress) guidati da Rahul Gandhi si sono fermati solo al 19,46%. Quella dell’INC, che ha ricalcato la pesantissima sconfitta del 2014, ha gettato il partito fondato dal Mahatma Gandhi e Jawaharlal Nehru in una crisi profonda. Dopo le elezioni, infatti, Rahul si è dimesso dalla Presidenza del partito, che è stata affidata ad interim in attesa che si riesca a convergere verso una figura di spicco a sua madre Sonia, la quale, nel 2017, aveva ‘abdicato’ in favore del figlio.

Forte del consenso e con un’INC in K.O. tecnico, Modi ha quindiavuto campo libero per sdoganare il fondamentalismo induista che fa parte del suo bagaglio storico personale. Il premier, infatti, durante la sua gioventù è stato un membro del Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS– Corpo nazionale dei volontari), un’istituzione culturale apolitica  che funge da braccio armato del BJP che predica l’‘hindutva’, l’ideologia nazionalista indù che propone slogan come ‘una nazione, una cultura, una religione’. A suggellare il percorso di Modi è stata l’approvazione della nuova legge sulla cittadinanza, che basandosi su criteri religiosi esclude i migranti musulmani. La Citizenship Amendment Bill (CAB), però, ha scatenato il malcontento popolare, che è sfociato in violente proteste di piazza, specialmente nel Nord del Paese, costate la vita a 25 persone.

La retorica nazionalista religiosa, però, è volta a nascondere gli insuccessi di Modi sul fronte economico. Quando vinse nel 2014, Modi riuscì a racimolare un enorme consenso grazie alle forti proposte per combattere la disoccupazione giovanile e riformare l’economia del Paese: ad oggi, però, gli impegni non sono stati rispettati, e l’India cresce a un ritmo più basso rispetto a quello di 10 anni fa.

Corea del Sud e Giappone

Il 2019 è stato contraddistinto anche dell’acuirsi dello scontro dei due maggior partner dell’Asia orientale degli Stati Uniti: Corea del Sud e Giappone.

Durante i primi giorni del luglio scorso, il Governo giapponese, guidato da Shinzo Abe, ha ridotto le esportazioni di materiale essenziale per l’hi-tech quali prodotti altamente specializzati necessari per produrre semiconduttori e schermi per i computer verso la Corea del Sud, dichiarando inoltre che avrebbe escluso Seoul da un elenco di compratori fidati. Il motivo per cui Tokyo ha varato il controllo delle esportazioni nei confronti dei sudcoreani è da ricercare nell’irritazione da parte del Governo nipponico verso una serie di sentenze della Corte Suprema della Corea del Sud, che andrebbero contro quanto stabilito nei trattati di pace firmati dai due Paesi nel 1965. Sul finire dello scorso anno, infatti, la Corte si era pronunciata contro alcune società giapponesi per far sì che queste risarcissero quei cittadini sudcoreani costretti ai lavori forzati durante l’occupazione giapponese della penisola coreana protrattasi dal 1910 al 1945. Inoltre, sempre nel dicembre del 2018, un incidente diplomatico a largo della costa della penisola di Noto, aveva contribuito a raffreddare le relazioni tra i due Paesi. Ultimamente, però, la tensione sembra essersi allentata, con la Corea del Sud che ha recentemente annunciato di volere continuare a condividere informazioni di intelligence militare con i giapponesi.

Ovviamente, questo rapporto teso tra due importanti alleati degli Stati Uniti crea ripercussioni a livello regionale, dove, soprattutto riguardo alla Corea del Nord, le posizioni dei due Paesi divergono: Seoul, infatti, vorrebbe un rallentamento delle sanzioni per favorire il dialogo, così da favorire il processo di pacificazione della penisola; Tokyo, dal canto suo, è forte sostenitore delle sanzioni a Pyongyang e auspica un suo smantellamento nucleare. A questo si deve aggiungere che Washington ha interrotto i colloqui con la Corea del Sud sull’aumento del contributo di Seoul ai costi di accoglienza delle truppe statunitensi.

Afghanistan

È di oggi la notizia che un soldato americano è stato ucciso in Afghanistan durante un’operazione militare. Un decesso che, come fa notare il ‘New York Times’, rimpolpa quella triste statistica secondo la quale il 2019 è stato l’anno con più vittime tra i soldati americani dal 2014, quando «il Pentagono ha annunciato eufemisticamente la ‘fine delle operazioni di combattimento’ nel Paese».

L’attacco è stato rivendicato dai talebani, il cui portavoce Zabihullah Mujahid ha detto che il membro del servizio è stato ucciso nella provincia di Kunduz, quando gli insorti hanno preso di mira le forze americane e afghane con alcuni esplosivi.

Quanto accaduto potrebbe minare nuovamente il dialogo tra le parti. Ad agosto, dopo l’ottavo round di incontri iniziati nel luglio 2018 tra la diplomazia statunitense e quella talebana, sembrava si potesse giungere ad un’intesa, tanto che l’inviato speciale degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad, twittava: «Siamo pronti per un accordo». A settembre il colpo di scena. Dopo che un’autobomba è stata fatta esplodere a Kabul, uccidendo un soldato americano, uno della NATO e 10 civili, il Presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato «morti» i colloqui con i talebani. Due mesi di silenzi  mentre in Afghanistan a fine settembre si svolgevano le elezioni presidenziali  per poi di nuovo a sorpresa riaprire il dialogo a fine novembre, dopo che Trump si era recato nella base di Bagram durante il giorno del ringraziamento.

L’attacco odierno, però, potrebbe avere ripercussioni sui negoziati di pace data l’imprevedibilità

Cina-Hong Kong

Il 2019 cinese è stato tutt’altro che tranquillo. Se sul fronte esterno continua la battaglia tecnologica-commerciale con gli Stati Uniti, con i quali da mesi sembra di essere in procinto di trovare un accordo, per poi puntualmente continuare con il rialzo vicendevole dei dazi; sul fronte interno, a minare la costante ricerca di sicurezza dell’Impero Celeste ci ha pensato Hong Kong, regione amministrativa speciale cinese. I cittadini dell’ex colonia britannica sono scesi da giugno in piazza per protestare contro gli emendamenti proposti alla legge sull’estradizione. Secondo la legge, introdotta ad aprile,  chi è sospettato di aver commesso un crimine potrebbe essere estradato e processato nella Cina continentale: gli oppositori hanno però affermato che ci potrebbe portare a processi iniqui e hanno espresso preoccupazione per il rispetto dei diritti umani. Dopo che la tensione è salita alle stelle, la proposta è stata ritirata a settembre. Gli scontri si sono acuiti il primo ottobre, mentre la Cina celebrava i 70 anni di governo del Partito Comunista. Si sono susseguiti giorni di una drammaticità intesa, per cui le autorità cinesi hanno dovuto vietare l’uso della maschera, simbolo dei manifestanti di Hong Kong. Le violenze sono aumentate quando, a inizio novembre, la Polizia ha sparato contro un ragazzo a distanza ravvicinata. In questo caos, il 24 novembre si sono svolte le elezioni per il rinnovo dei consigli distrettuali, nelle quali lo schieramento democratico anti-cinese si è imposto in 17 dei 18 distretti. Con un’affluenza del 71,2%, i democratici hanno conquistato 278 seggi contro i 42 dei filo-cinesi. Giusto per ‘sedare la tensione’, a pochi giorni dalle elezioni, Donald Trump ha firmato due leggi a sostegno dei manifestanti di Hong Kong: loHong Kong Human Rights and Democracy Act e ilProtect Hong Kong Act’. Il primo prevede sanzioni contro quei funzionari di Hong Kong ritenuti responsabili di violazioni dei diritti umani e delle libertà individuali; con il secondo si vieta l’esportazione nella regione di armi non letali per il controllo dei manifestanti, come i gas lacrimogeni. La risposta di Pechino è stata immediata «Ribadiamo che Hong Kong è parte della Cina e che quelli di Hong Kong sono affari puramente interni», ha spiegato in un comunicato il Ministero degli Esteri cinese, «nessun Governo o potere straniero ha il diritto di interferire».

 

 

(I fatti del 2019 nelle Americhe sono qui, in Europa sono qui, in Africa e Australia saranno pubblicati il 30 dicembre)

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