mercoledì, Agosto 12

I fatti del 2019: Americhe Impeachment di Trump, scontro Maduro-Guaidó in Venezuela, proteste in Sud America, tra gli avvenimenti più importanti del 2019 americano

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Il 2019 è stato un anno intenso dal punto di vista della politica internazionale. ‘LIndro’ ha deciso di ripercorrere, insieme ai lettori, i momenti più importanti che hanno contraddistinto gli ultimi dodici mesi. Lo faremo analizzando i fatti maggiormente rilevanti area per area: Asia, Africa, Europa, Nord Africa e Medio Oriente e America.

In questa sezione parleremo di quanto accaduto nel continente americano.

Stati Uniti

Il 2019 per gli Stati Uniti si è chiuso con il voto favorevole della Camera all’impeachment per il Presidente Donald Trump, accusato di abuso di potere e ostruzione alla giustizia. La procedura per la messa in stato d’accusa del leader americano è stata attivata perché, secondo i democratici, Trump avrebbe esercitato pressioni sul suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, al quale avrebbe promesso aiuti militari in cambio di indagini contro Joe Biden, suo ipotetico rivale alla corsa per le presidenziali del 2020, e contro suo figlio Hunter. Così Trump è diventato il terzo Presidente statunitense ad essere messo in stato d’accusa: prima di lui solamente Bill Clinton nel 1998 e Andrew Johnson nel 1868, mentre Richard Nixon si dimise a causa dello scandalo Watergate. Sia Clinton e Johnson, però, sono poi stati assolti dal Senato: cosa che succederà con molta probabilità anche il tycoon americano, dato che i Repubblicani sono in maggioranza nella Camera alta.

Altra importante partita sul fronte giustizia in cui è implicato Trump – stavolta come vittima – è il cosiddetto Russiagate, per cui il rapporto dell’ispettore generale Michael Horowitz ha di fatto archiviato l’accusa secondo cui i servizi di intelligence americani avrebbero voluto incastrare l’inquilino della Casa Bianca fabbricando una falsa storia sui suoi legami con il Cremlino e l’interferenza dei russi nelle elezioni del 2016.

Per quanto riguarda la politica estera, invece, tutto ha seguito le logiche del pragmatismo trumpiano.

Quattro i più importanti fronti sui quali si è giocata la partita degli Stati Uniti nel 2019: Cina, Afghanistan, Siria e Venezuela.

Con la Cina per tutto l’anno è andata in scena la battaglia tecnologica-commerciale, meglio conosciuta come ‘guerra dei dazi’. L’Amministrazione americana vuole sostanzialmente che la Cina aumenti le importazioni, dato che il surplus commerciale tra i due Paesi, alla fine del 2018, si è attestato a 419 miliardi di dollari: l’anno scorso, le esportazioni statunitensi verso la Cina sono state solo di 120 miliardi di dollari, mentre 540 miliardi di dollari è la cifra totale delle importazioni dalla Cina. Affinché il rapporto tra i due Paesi sia più equilibrato è necessario quindi che questo divario venga ridotto, dato che ora pende maggiormente dalla parte di Pechino. Dopo un perpetuo e vicendevole aumento dei dazi, però, questo mese è partita la ‘fase uno’ dell’accordo commerciale tra Cina e USA: Pechino ha quindi annunciato la riduzione delle tasse sulle importazioni di numerosi prodotti a partire da gennaio 2020. Dietro la mossa dei cinesi, però, come spiegano alcuni osservatori, ci sarebbero anche ragioni di economia interna come la necessità di calmierare l’inflazione su alcuni prodotti.

Ma la guerra’ sino-americana, come abbiamo detto, è anche tecnologica. Ciò che quest’anno ha portato all’aumento dei dazi da parte degli USA è il fatto che la Cina sarebbe venuta meno ai suoi impegni circa le modifiche delle leggi riguardanti il furto della proprietà intellettuale e dei segreti commerciali degli Stati Uniti ei trasferimenti forzati di tecnologia. Washington vuole evitare che la Cina, quando sviluppa tecnologie all’interno del Paese utilizzando conoscenze di provenienza occidentale, le consideri a tutti gli effetti tecnologie cinesi. «Il vero obiettivo degli americani è impedire che la Cina diventi leader tecnologico in una serie di settori», ci aveva spiegato Nicola Casarini, analista presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI). Ed in questo scenario si inserisce la lotta per il 5G, per il quale Washington sta facendo pressioni sui suoi alleati, in Europa e nel Pacifico, affinché non acquistino tecnologia targata Huawei.

In Asia centrale e in Medio Oriente, l’obiettivo di Trump è il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e dalla Siria. In Afghanistan, dopo otto round di colloqui con i talebani che sembravano aver portato le parti vicine ad un accordo, i negoziati sono stati definiti morti dallo stesso Trump ad inizio settembre. L’inquilino della Casa Bianca ha voluto così vendicarsi della morte di un soldato americano causata dall’esplosione di un’autobomba a Kabul, rivendicata proprio dai talebani. I contatti tra le parti sono stati riavviati solo sul finire di novembre, ma l’ennesima uccisione di un militare statunitense avvenuta oggi potrebbe rimettere tutto in discussione.

In Siria, invece, gli Stati Uniti hanno praticamente abdicato, concedendo campo libero alla Turchia, la quale attraverso la costituzione di un’enclave nel Nord della Siria, punta a rimpatriare i siriani emigrati all’interno dei confini turchi durante il conflittosiriano. Peccato che proprio in quella zona insistano i curdi-sirianidel YPG (Yekîneyên Parastina Gel – Unità di Protezione Popolare), che il Governo turco osteggia per le loro relazioni profonde col PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (in curdo Partîya Karkerén Kurdîstan), gruppo separatista e rivoluzionario di ispirazione leninista-marxista. Le milizie del YPG hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta all’ISIS grazie all’addestramento e alle armi fornitegli degli Stati Uniti, dai quali però ora sono stati traditi con lo sconcerto di tutta la comunità internazionale.

Un altro importante teatro dove gli americani hanno esercitato pressione è il Venezuela, appoggiando l’auto-proclamatosi Presidente ad interim, Juan Guaidó, e insistendo affinché Nicolas Maduro lasci il Governo, ipotizzando anche un intervento militare, che però non si è mai concretizzato.

Venezuela

Se la crisi socio-economica in Venezuela prosegue ormai da anni, quella politica si è aperta ufficialmente il 23 gennaio, quando il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidó, si è dichiarato Presidente ad interim. L’autoproclamazione è avvenuto dopo giorni di protesta contro il nuovo mandato del Presidente in carica, Nicolas Maduro, iniziato il 10 gennaio dopo che le contestatissime elezioni del maggio 2018 – non riconosciute da buona parte della comunità internazionale – avevano decretato la vittoria del chavista. Subito dopo la presa di posizione di Guaidó si sono polarizzate le forze in campo e le posizioni degli attori internazionali. Con Guaidó si sono schierati parte della popolazione venezuelana, stremata da un crollo finanziario senza fine a cui si è aggiunta grave crisi sanitaria, il Gruppo di Lima, Washington e i Paesi europei; Maduro, invece, ha potuto contare – e conta tuttora – dell’appoggio delle forze armate, di Mosca e di Pechino.

Nonostante Trump abbia dichiarato che l’opzione di un’invasione militare fosse da tenere in considerazione, il conflitto tra le parti è rimasto sempre sul versante diplomatico e non si è tramutato in uno scontro armato vero e proprio. Sono state organizzate marce contro il regime, gruppi di contatto patrocinati dall’UE per trovare una soluzione alla crisi, le sanzioni sui vertici chavisti sono state inasprite, ma niente ha spostato Maduro dalle sue posizioni. La crisi politica ha acuito quella socio-economica, così la Croce Rossa ad aprile ha quasi triplicato gli aiuti destinati al Venezuela, passando da un bilancio di 9 milioni a 24,6 milioni di dollari, e raddoppiato il suo personale. In una situazione paralizzata, a partire da maggio la Norvegia si è fatta mediatrice tra le parti promuovendo incontri costanti. I colloqui, svolti inizialmente ad Oslo e proseguiti a Barbados, avevano l’obiettivo di trovare dei punti in comune tra le parti. Ad inizio agosto, però, Maduro, non presentandosi al terzo ciclo di colloqui previsto per l’8 e il 9 agosto nell’isola caraibica, ha fatto saltare il tavolo in segno di protesta contro le reiterate sanzioni statunitensi. Preso atto dello stallo, attraverso un messaggio ufficiale rilasciato dall’Ufficio Presidenziale, il 15 settembre Guaidó ha dichiarato «esaurito» il meccanismo negoziale di Barbados «dopo oltre 40 giorni in cui il regime dittatoriale di Nicolás Maduro si è rifiutato di continuare nello stesso». Pochi giorni dopo, un po’ a sorpresa, Maduro ha annunciato in diretta tv la firma di alcuni ‘acuerdos parciales con una parte dell’opposizione. Il leader chavista, però, avrebbe condotto questa trattativa all’oscuro del Ministero degli Esteri norvegese, che seguiva i dialoghi con Guaidó.

Ma a firmare gli accordi sono stati partiti che rappresentano solo una piccolissima parte dell’opposizione e che hanno un peso minimo all’interno dell’Assemblea Nazionale, dove insieme arrivano a possedere solamente 7 seggi su 167 totali. Alcuni fra questi partiti firmatari, inoltre, sono extra-parlamentari, non possedendo alcun seggio. Una messa in scena che è servita solo a pompare sangue nelle vene del regime di Nicolas Maduro e che gli ha consentito di costruirsi un alibi che gli possa far dire che sta dialogando con segmenti dell’opposizione, così da diminuire la pressione internazionale.

Proteste in Cile e Bolivia

Ottobre è stato un mese cruciale per il Sud America, dove i cittadini di più Paesi sono scesi in piazza per protestare contro le azioni dei loro governanti.

El derecho di vivier en paz è l’inno di protesta che ha accompagnato oltre un milione di cileni riunitisi di fronte la Bibliotca Nacional per manifestare contro la diseguaglianza e la povertà diffuse nel Paese. Lo hanno fatto sfidando il coprifuoco e le misure imposte dall’ormai impopolare Presidente Sebastián Piñera, il quale inizialmente aveva minimizzato le contestazioni levatesi per il rincaro dei biglietti della metropolitana, per poi dispiegare militari e blindati lungo le strade di Santiago, la capitale. I cileni hanno così rivissuto i tragici momenti che hanno segnato il golpe di Augusto Pinochet l’11 settembre del 1973. I manifestanti oltre a chiedere le dimissioni del Presidente – costretto ad annullare il vertice sul clima delle Nazioni Uniti previsto a novembre, quindi spostato a Madrid – vogliono che siano attuate le riforme economiche e una nuova Costituzione. I legislatori hanno per ora concordato per l’aprile 2020 un referendum per la modifica della carta costituzionale.

In Bolivia, il Presidente Evo Morales è stato costretto a rassegnare le dimissioni e si poi autoesiliato in Messico per paura di ritorsioni. Tutto parte dalle contestate elezioni del 20 ottobre dalle quali Morales è uscito nuovamente vincitore. La validità del turno elettorale è stata messa in dubbio, oltre che dall’opposizione, anche dall’Organizzazione degli Stati Americani, la quale ha denunciato gravi irregolarità durante lo spoglio. I cittadini sono allora scesi in piazza e sostenuti dall’opposizione hanno chiesto le dimissioni di Morales, in carica dal 2005. Il Presidente, trovandosi alle strette, ha annunciato allora nuove elezioni: un atto che ha avuto il sapore di ammissione dei brogli. Le manifestazioni non si sono placate e quando anche l’Esercito ha abbandonato ‘El Indio’ passando dalla parte dei contestatori, il Presidente boliviano ha rassegnato le dimissioni gridando al golpe. In realtà, la crisi ha radici ben più profonde, poiché nel 2016 lo stesso Morales, dopo l’esito negativo di un referendum costituzionale che gli avrebbe garantito di restare in carica oltre i due mandati previsti, ha forzato lui stesso la Costituzione con un ricorso alla Corte Suprema, che gli ha concesso la candidatura: una forzatura che ha compattatol’opposizione. Ora, mentre in Bolivia imperversa la lotta tra i seguaci di Morales e i sostenitori dell’opposizione, la crisi politica è stata presa in mano dal vice presidente del Senato, Jeanine Añez Chavez, la quale da Presidente ad interim dovrà guidare la comunità boliviana a nuove elezioni.  

 

 

(I fatti del 2019 in Asia sono qui, in Europa sono qui, in Africa e Australia saranno pubblicati il 30 dicembre)

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