mercoledì, Ottobre 28

I fatti del 2019: Africa Grandi Laghi, Nobel per la Pace al premier etiope Abiy Ahmed, destituzione di al-Bashir in Sudan, tra gli avvenimenti più importanti

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Il 2019 è stato un anno intenso dal punto di vista della politica internazionale. ‘LIndro’ ha deciso di ripercorrere, insieme ai lettori, i momenti più importanti che hanno contraddistinto gli ultimi dodici mesi. Lo faremo analizzando i fatti maggiormente rilevanti area per area: Asia, Africa, Europa, Nord Africa e Medio Oriente, Oceania e Sud America.

In questa sezione parleremo di quanto accaduto in Africa.

 

Sudan 

L’11 aprile, dopo trent’anni al potere, è stato destituito Omar Hasan Ahmad al-Bashir. Le proteste contro il leader sudanese sono scoppiate violentemente a dicembre nella città di Atbara, cittadina distante 350 km dalla capitale Khartoum, figlie del dissenso sviluppatosi lungo tutto l’arco del 2018 e che aveva avuto avvio i primi giorni di gennaio con la cosiddetta ‘rivolta del pane’, con la quale si manifestava per l’aumento del prezzo della farina, insieme quello di energia elettrica e carburante. Il malcontento è stato catalizzato da vari movimenti – in primis dalla Sudanese Professionals Association (SPA) e poi dal National Front for Change (NFC) e dalla Sudan Call – che si sono uniti nel richiedere le dimissioni del Presidente al-Bashir e un processo di transizione democratico. A far capitolare definitivamente al-Bashir, però, è stata la rivalità, scoppiata all’inizio di aprile, tra le forze di sicurezza fedeli al regime che fino a quel momento avevano contenuto le rivolte. Si è arrivati così all’11 aprile, giorno in cui il Ministro della Difesa, Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf, ha annunciato alla Nazione l’arresto di al-Bashir e la formazione di un Consiglio Militare di transizione (TMC) chiamato ad amministrare il Paese per un periodo transitorio di due anni, con la conseguente adozione dello stato di emergenza e la sospensione della Costituzione. L’annuncio, però, non è stato accolto favorevolmente dai manifestanti civili che, opponendosi al coprifuoco, hanno contestato la legittimità di un apparato militare colluso fino a poche settimane prima col regime di al-Bashir: sono quindi riprese le proteste delle organizzazioni civili, che si sono riunite nelle Forces for Freedom and Change (FFC) Il perdurare delle proteste, con le richieste di trasferimento ai civili, hanno portato alle dimissioni di Ibn Auf e alla nomina di Abdel Fattah Abdelrahman Burhan a capo del TMC, figura di spicco ritenuta meno compromessa con l’ex regime sudanese. Si sono quindi aperti i colloqui tra le parti fino al raggiungimento di un accordo provvisorio il 13 maggio. Le violenze, però, sono riesplose violentemente a fine maggio fino al 3 giugno, il giorno più buio dalla deposizione di al-Bashir. Quel giorno, membri dei corpi di sicurezza nazionale e milizie paramilitari, tra cui le Rapid Support Forces (RSF), ex milizie note per i crimini commessi in Darfur – a cui capo vi è Mohamed Hamdan Dagalo ‘Hemedti’, uomo forte del TMC – hanno aperto il fuoco sui civili nella capitale Khartoum, a Omdurman, a Port Sudan e in altre città, causando oltre 120 morti e più di 600 feriti. Per nascondere il numero delle vittime – il Governo parlava di circa 60 deceduti duranti gli attacchi – i paramilitari hanno gettato numerosi corpi nel Nilo, riemersi qualche giorno dopo, mentre molti sono state le segnalazioni di violenze sessuali. Tutto ciò ha portato inevitabilmente alla sospensione dei colloqui tra la giunta militari e le FFC, alla cancellazione degli accordi e alla riesplosione delle proteste.

La svolta è arrivata tra luglio ed agosto. Il 17 luglio, infatti, Dagalo ‘Hemedti’ annunciato la firma di un accordo politico con le FFC; mentre il 4 agosto membri del TMC e i rappresentanti delle principali organizzazioni della società civile hanno raggiunto un’intesa di massima sull’adozione di una dichiarazione costituzionale: si è aperta così la strada per la formazione di un governo ad interim.

La mediazione tra le parti è stata possibile grazie al lavoro regionale condotta dal mediatore dell’Unione Africana, Mohamed El Hacen Lebatt, e da Mahmoud Drir, inviato speciale del Primo Ministro etiope Abiy Ahmed. L’accordo prevede una transizione di tre anni e un complesso equilibrio tra forze civili e militari all’interno degli organi istituzionali.

 

Nobel per la Pace a Abiy Ahmed

«Il riconoscimento è per i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, in particolare per la sua decisiva iniziativa per risolvere il conflitto di confine con la vicina Eritrea. È un riconoscimento e anche una spinta. In Etiopia, anche se rimane molto lavoro, Abiy Ahmed ha avviato importanti riforme che danno a molti cittadini la speranza per una vita migliore e un futuro più luminoso. Come Primo Ministro, Abiy Ahmed ha cercato di promuovere la riconciliazione, la solidarietà e la giustizia sociale». È questa la motivazione con cui Abiy Ahmed, Primo Ministro dell’Etiopia dal 2 aprile 2018, è stato insignito del Nobel per la Pace 2019.

Il più grande successo di Abiy è stato sicuramente l’accordo raggiunto con l’Eritrea nel luglio del 2018, col quale ha accettato tutti i termini dell’intesa di pace firmata nel 2000 a seguito di una sanguinosa guerra protrattasi dal 6 maggio 1998 al 25 maggio 2000 e che ha causato oltre circa 100.000 morti (altre stime riferiscano di 300.000 decessi).

Nei primi quattro mesi del suo mandato, Abiy, oltre all’intesa con l’Eritrea, ha revocato lo stato di emergenza; ha ordinato il rilascio di migliaia di prigionieri; ha permesso agli esiliati di fare ritorno in patria, liberalizzato la stampa e garantito libertà d’espressione favorendo l’accesso a siti web e canali televisivi; ha licenziato il capo del servizio carcerario del Paese dopo ripetute accuse di torture; ha rimosso tre gruppi di opposizione dai suoi elenchi di organizzazioni “terroristiche” Risultati che, unitamente alla sua forte personalità, gli sono valsi paragoni importanti con uomini che hanno segnato uno spaccato nella storia contemporanea globale come Nelson Mandela e Mikhail Gorbachev.

 

Burundi

Da quando, nel maggio 2015, la Corte Costituzionale si è pronunciata a favore dalla decisione – del mese precedente – del Presidente Pierre Nkurunziza di cercare il terzo mandato, in Burundi è scoppiato il caos. Mentre il leader burundese si trovava in Tanzania, il generale Godefroid Nyombare ha messo in atto un colpo di stato tra le manifestazioni di massa, che però è stato dichiarato fallito dallo stesso Presidente al suo rientro in patria. Da allora il Governo si è impegnato in una guerra a bassa intensità contro ribelli armati. Violenza, aumento della disoccupazione, crollo dei servizi di base e allargamento delle fratture sociali hanno costretto circa 400.000 burundesi (stime di Human Rights Watch) a fuggire dal Paese per rifugiarsi in Tanzania, Rwanda e Congo. Dato l’aggravarsi della situazione, il 30 settembre 2016, il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha creato una Commissione di Inchiesta sul Burundi (COI) grazie alla risoluzione ONU n. 33/24, con lo scopo di indagare sulle violazioni dei diritti umani e sugli abusi commessi in Burundi a partire dall’Aprile 2015. Questa ha riferito che gravi violazioni, tra cui crimini contro l’umanità, sono continuate tra il 2017 e il 2018. Sempre nel 2018 la COI ha confermato casi di esecuzione sommaria, sparizione forzata, arresti arbitrari, violenza sessuale, tortura e altri crimini che ledono i diritti umani. La commissione ha concluso che gli autori di questi crimini – i servizi di intelligence nazionali, la polizia e gli Imbonerakure – operano in «un clima di impunità perpetuato dalla mancanza di un sistema giudiziario indipendente». La stessa Commissione, quest’anno ha dichiarato che potrebbe esserci il rischio di genocidio nel Paese, ma a settembre una riunione speciale a Ginevra per il rinnovo del mandato della COI in Burundi ha evidenziato le divergenze della comunità internazionale sulla crisi. Sebbene, il Governo burundese non abbia mai collaborato con la COI, chiedendone addirittura la chiusura degli uffici entro i primi mesi di quest’anno, ad agosto varie organizzazioni burundesi, africane e internazionali hanno sottomesso alle Nazioni Unite, una lettera a favore del rinnovo del mandato.

Nel frattempo, sono state indette le elezioni per maggio 2020, per le quali Nkurunziza ha detto che non si candiderà: il tutto però sembra far parte di una strategia per far cadere l’attenzione mediatica sulla mattanza messa in atto dagli Hutu contro la minoranza tutsi. Una minore di attenzione dovuta anche alla lotta che i governanti stanno portando avanti contro i media indipendenti – quest’anno la BBC ha smesso di trasmettere dal Paese, mentre la rete televisiva nazionale RTNB è gestita da Eric Nshimirimana, capo degli  Imbonerakure.

Intanto, nell’ultimo mese si sono acuite le tensioni. All’inizio di dicembre, fonti amministrative a Mabayi hanno confermato l’attacco – avvenuto tra il 16 ed il 17 novembre – a due posizioni militari burundesi situate sulle colline di Gafumbegeti e Gitukura. Questo è seguito ad altri attacchi avvenuti ad ottobre, che hanno confermato che due gruppi armati ribelli, RED Tabara e FOREBU, si sono fusi nel Esercito Repubblicano del Burundi (ERB).

Data l’offensiva dei ribelli, Nkuruziza sta quindi affinando la sua strategia per far trionfare la sua ideologia HutuPower.

 

Congo

Il 2019 del Congo si è aperto con l’elezione di Félix Tshisekedi come nuovo Presidente della Repubblica Democratica del Congo dopo il turno elettorale andato in scena il 30 dicembre 2018 e che si attendeva da anni. Il successivo 24 gennaio, Tshisekedi ha prestato giuramento ponendo fine al lungo regno di Joseph Kabila, che governava il Paese dal 2001. In realtà, Kabila pur uscendo di scena è rimasto dietro le quinte: poco dopo l’elezione del nuovo Presidente, infatti, è spuntato fuori un dubbio accordo tra i Kabila e Tshisekedi – suo oppositore – per falsificare il risultato elettoralee mettere fuori gioco Martin Fayulu, ritenuto il vero vincitore della contesa elettorale. Il nuovo Esecutivo è stato nominato solo ad agosto e circa due terzi dei posti sono stati assegnati agli alleati dell’ex presidente Kabila: ciò ha alimentato ancora di più i sospetti di un’intesa fra i due.

Come primo atto di politica estera Tshisekedi ha contattato la missione di pace ONU in Congo, MONUSCO, chiedendo l’appoggio militare dei caschi blu in dall’est del Congo, infettato dal gruppo terrorista ruandese Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR). A inizio novembre, l’annuncio della morte del generale Juvenal Musabyimana, Comandante Supremo delle FDLR, avvenuto per mano delle Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC), non è altro che il mantenimento delle promesse fatte da Tshisekedi il giorno dell’insediamento. Il 10 novembre, quindi, Thisisekedi è volato in Uganda, dove ha incontrato il Presidente Yoweri Museveniper discutere della lotta contro i gruppi armati all’est del Congo. Tshisekedi avrebbe espressivamente richiesto a Museveni di interrompere il suo sostegno alle FDLR, ai gruppi armati ruandesi e al leader burundese Nkurunziza. Tutto ciò, però, non è stato confermato da entrambi i governi.

Continua, infatti, nel Paese una guerriglia a bassa intensità. Milizie straniere si contendono le risorse naturali della regione dei Grandi Laghi: tra queste, oltre, FDLR, le milizie paramilitari burundesi Imbonerakure, i gruppi d’opposizione armata burundesi FNL, le RED Tabara e le FOREBU (fusesi  nell’Esercito Repubblicano del Burundi (ERB).) e l’Esercito regolare del Burundi. «Tshisekedi», ha spiegato il nostro corrispondente Fulvio Beltrami, «per liberare le province del Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri, Maniema e Tanganika, ha dovuto scontrarsi direttamente con gli interessi della famiglia Kabila, in affari con le FDLR e altri gruppi armati per lo sfruttamento illegale di oro, diamanti, coltan e altri minerali rari che ha generato per quasi 14 anni circa 6 milioni di dollari al mese».

Le violenze scaturite da questi conflitti, secondo le stime di UNHCR, avrebbero generato più di 800.000 rifugiati e richiedenti asilo congolesi sparsi nella regione e 4,5 milioni gli sfollati, di cui un milione nel solo North Kivu.

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