martedì, Agosto 4

I fantasmi dell'Opera field_506ffbaa4a8d4

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Un fantasma si aggira per l’Italia: il fantasma dell’opera! No, non è una boutade che unisce un manifesto politico ed un celebre romanzo (dal quale sono strati tratti musical, film eccetera), è la semplice constatazione di una nuova attenzione che, in Italia, in questi ultimi mesi, magari casualmente, è stata rivolta ad un repertorio operistico trascurato da decenni e ormai trasformatosi in un fantasma, dato che è diventato pressoché impossibile incontrarlo, se non nei libri di storia della musica, in qualche sparuta registrazione discografica o, per gli esperti, cercandolo in forma scritta quale spartito d’opera.

Trascurato per ignoranza, incuria, pressappochismo, faziosità, disinformazione, conformismo, provincialismo, mancanza di idee, ideologismo, stupidità: ci riferiamo a tutto il repertorio operistico otto-novecentesco che da Amilcare Ponchielli ed Arrigo Boito ascende fino allagiovane scuola‘, alla ‘generazione dell’ottanta‘ ed oltre, e comprende numerosi compositori che trovarono anche straordinari successi alla loro epoca, salvo essere accantonati oggi o godere solo di sporadiche esecuzioni.

Ne parliamo perché dopo centinaia di produzioni ispirate a quel deteriore gusto corrente nei teatri della provincia francese e tedesca, o nei teatri belgi ed olandesi, o per scelte alla moda trasferitesi nei teatri italiani, o per coproduzioni con teatri minori, il tutto asseverato dall’ignoranza di sovrintendenti e direttori artistici che non conoscono nemmeno la Tosca, alla Scala hanno avuto l’ottima idea di dare uno spazio alle opere che vi avevano avuto la loro prima esecuzione nonché, ancora più interessante, alle opere del tanto bistrattato (che volete, piace al pubblico!) Verismo.

Così, finalmente la Scala si è riappropriata di alcuni dei suoi titoli e dei suoi compositori, e dopo la Giovanna d’Arco che ha inaugurato la stagione di quest’anno (alla Scala  ebbe la sua prima esecuzione), è stata programmata La Cena delle Beffe di Umberto Giordano su libretto di Sem Benelli, che fu eseguita la prima volta sotto la direzione di Arturo Toscanini, con un cast stellare, nel 1924. Dopo più di novanta anni, quindi, un titolo se volete minore, ma esemplificativo della produzione di un compositore importante come Giordano, è tornato sulla scena, seppure con un allestimento che inopinatamente trasferisce la vicenda dalla Firenze rinascimentale all’America degli anni Venti…

Il perché di tale trasposizione temporale per un’opera che non veniva allestita da novant’anni e che praticamente nessuno ha mai visto rappresentata (in una “prima” in tempi moderni riteniamo logico ed opportuno che dovesse essere proposta così come concepita dall’autore!), ci appare oggettivamente uno di quegli arbitrii, perpetrati ormai continuamente per compiacere registi che vogliono diventare più importanti degli autori (dando più rilievo alla parte scenica che a quella musicale e teatrale) e commessi per garantire la comprensione di qualcosa ad un certo pubblico presenzialista che magari non sa nulla di opera e neanche ne vuole sapere, ma si accontenta di ritrovare ambiti esteriori ad esso familiari perché già incontrati al cinematografo. O forse la trasposizione, in questo caso, serve a cannibalizzare almeno scenicamente l’odiato Verismo…

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