sabato, Maggio 25

I debiti degli Stati Uniti continuano a crescere: è allarme rosso

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A nemmeno dieci anni dallo scoppio della crisi, che di fatto palesò che la crescita economica registrata dagli Stati Uniti nel corso degli anni precedenti era stata costruita su una montagna di debiti, l’economia Usa è tornata a presentare le stesse condizioni problematiche del periodo immediatamente precedente al fallimento di Lehman Brothers. Nei primi anni del nuovo millennio, alcuni economisti della scuola neoliberale come Nouriel Roubini avevano richiamato l’attenzione sul potenziale disastroso del processo di deregolamentazione totale della finanza che era stato attuato a partire dagli anni ’80 (con una brusca accelerata sotto le amministrazioni di Bill Clinton e George Bush jr.), mentre alcuni studiosi di impostazione marxista tendevano ad affrontare la questione in maniera più strutturale, ritenendo che la deregulation fosse l’unica soluzione disponibile per permettere al sistema di continuare la propria corsa.

Secondo costoro, la progressiva saturazione dei vari settori di cui si compone il mercato era andata a legarsi alla stagnazione salariale che vigeva negli Usa da diversi decenni, originando una sinergia negativa che aveva esaurito la spinta propulsiva dell’economia reale. Gli apparati dirigenziali giunsero quindi alla conclusione che la finanza era l’unico comparto in grado di fungere da motore alternativo in grado di trainare la crescita, e decisero quindi di rimuovere l’intera architettura normativa vigente e azzerare i tassi di interesse nella convinzione che ciò avrebbe favorito il pieno sviluppo delle potenzialità attribuite al settore finanziario.

Il Paese, del resto, sarebbe comunque riuscito a conservare la propria capacità di attrarre investimenti esteri grazie essenzialmente al ruolo centrale rivestito dal dollaro nel commercio internazionale. Non a caso, nel corso del periodo compreso tra il 2001 e il 2004, gli investitori stranieri acquisirono titoli di aziende statunitensi quotate in Borsa per un valore complessivo di 500 miliardi di dollari, e titoli di Stato per un valore di 400 miliardi di dollari. Ad essi vanno aggiunti circa 225 miliardi di dollari investiti da acquirenti stranieri in titoli dotati di garanzia ipotecaria.

Questa massa enorme di denaro finì, di fatto, per favorire l’indebitamento dei cittadini statunitensi che potevano esibire come garanzia reale il valore di mercato delle proprie abitazioni. Il flusso crescente di denaro canalizzato in questo specifico settore alimentò un vero e proprio boom dell’edilizia e del credito al consumo, trasformando le banche in ammortizzatori sociali che, grazie ai propri ‘prestiti facili’, riuscirono a mantenere alti i consumi nazionali nonostante i salari medi fossero drasticamente diminuiti.

Un notevole apporto alla diffusione dei crediti facili era stato fornito dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) attraverso una particolare gestione dei Diritti Speciali di Prelievo (Dsp). I Dsp sono capitali ai quali enti pubblici e privati possono accedere, pagando un interesse, allo scopo di accrescere le proprie riserve. Negli anni ’80 gli interessi pretesi dal Fmi erano prossimi al 15%, mentre nel successivo ventennio passarono al 5% per poi scendere al di sotto della soglia del 3%. L’abbassamento dei tassi di interesse incoraggiò il ricorso ai Dsp soprattutto da parte delle banche, che incrementando il valore delle proprie riserve ebbero modo di erogare un numero crescente di crediti e abbassare i criteri di aggiudicazione.

La degenerazione si verificò a partire dagli attentati dell’11 settembre 2001, in seguito ai quali il tasso di interesse reale a breve termine rimase negativo per ben 31 mesi consecutivi consentendo alle banche di rifornirsi di fiumi di denaro a costo irrisorio e creando in questo modo le condizioni affinché gli istituti di credito erogassero prestiti a qualsiasi genere di richiedente, compresi i cosiddetti Ninja (No Income, No Job & Assets). Circostanze che fecero in modo che all’esorbitante indebitamento delle famiglie – riguardante prevalentemente il settore immobiliare – andasse a sommarsi una parallela e crescente esposizione, che raggiunse i 1.200 miliardi di dollari verso la metà del 2005, da parte di imprese ed istituti finanziari. Non stupisce quindi che il volume dei mutui subprime crebbe da 30 a oltre 600 miliardi di dollari nel giro di un decennio.

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