domenica, Luglio 21

I buoi di Chieuti: sagre sulla pelle degli animali spacciate come manifestazioni culturali E’ doveroso ridefinire il concetto di ‘cultura’, affinchè acquisti il suo senso più vero

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Questa volta della corsa dei buoi di Chieuti i media (almeno alcuni) ne hanno parlato, questo perché lo ‘spettacolo’ si è volto in tragedia, il 22 aprile scorso, quando un uomo di 78 anni, venuto dal Molise per assistere alla manifestazione, buttato a terra  da un cavallo, che aveva disarcionato il fantino, è stato travolto poi da due carri dei buoi lanciati in una corsa folle, e ha riportato ferite tali da procurarne la morte.

Il doveroso cordoglio per la vittima pare avere esaurito l’interesse per l’accaduto, sulla cui dinamica, come da trito copione, ‘indagherà la procura’, che cercherà di risalire alle eventuali responsabilità relative alle misure di sicurezza, a quanto sembra non rispettate, visto che lo spazio per il pubblico non era adeguatamente transennato. Dopo di che discorso chiuso fino all’aprile del prossimo anno, quando tutto si ripeterà, prevedibilmente  con qualche attenzione in più per gli umani, e con il solito spensierato menefreghismo per i non-umani, cavalli e buoi,  della cui sofferenza nelle cronache non si trova cenno alcuno.

La sagra di Chieuti può avere luogo solo su autorizzazione della Regione competente, la Puglia, secondo quanto previsto dalla legge 189 del 2004, che, dopo pagine sul dovere di rispettare il benessere animale, esenta dal farlo le ‘manifestazioni storiche e culturali’. Che il rispetto  per il benessere animale sia del tutto estraneo alla sagra è  sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di guardare: ogni anno il 23 o 24 aprile dei buoi legati in pariglia vengono costretti a galoppare per cinque kilometri, loro animali lenti per natura, Ma non basta: devono farlo trascinando pesi di quintali. Il loro tentativo di sottrarsi al supplizio viene abbattuto da uomini virilmente lanciati a cavallo che li pungolano con lunghe aste, mentre la folla intorno, eccitata e vociante, grida e tifa, incurante anche degli incidenti che inevitabilmente coinvolgono  buoi e cavalli.

Spettacolo davvero edificante, che considerare  ‘storico’ e ‘culturalepare davvero un azzardo linguistico e semantico. Eppure le Autorità riescono nella mission impossibile di farlo sulla scorta della credenza che le sue origini sarebbero legate alla leggenda di San Giorgio, il quale, secondo racconti risalenti all’Alto Medio Evo, avrebbe convertito al cristianesimo la città libica di Selèm, catturato e umiliato il drago che la affliggeva, dapprima trascinandolo come prigioniero  e poi, non pago di averlo sopraffatto, trafiggendolo e facendone trainare il cadavere fuori dalla città per l’appunto da una coppia di buoi, lontani antenati di quelli oggi pubblicamente tormentati. Di leggenda, appunto, si tratta, sul cui senso esemplare tra l’altro molto ci sarebbe da argomentare: davvero la fama di un santo della tradizione cattolica può vantarsi  dell’uccisione terribile di un essere vivente? chiunque esso sia. Davvero la conversione di un’intera città, nessun abitante escluso, che parla non  di un percorso di consapevolezza, ma piuttosto di costrizione, può mantenere le valenze di un atto meritorio? Se le Autorità religiose possono arrogarsi il diritto dell’esclusiva in questo genere di valutazioni, è invece laico diritto di  ognuno esprimersi sulle sevizie su animali pacifici e indifesi, come momento di pubblico festeggiamento, di esaltazione e di gioia.

E’ necessario chiarire che la sagra di Chieuti è solo una delle molte centinaia, forse migliaia, di manifestazioni che prolificano sul territorio nazionale, amplificate a dismisura dalla bella stagione, tutte incentrate sulla costrizione di animali a comportamenti estremi: se i buoi (tormentati anche ad Asigliano e a Caresana, provincia di Vercelli, ma anche altrove) sono per natura lenti, allora nessuna migliore trovata che farli correre a perdifiato, in contrasto con la loro natura, la loro mole, la loro struttura fisica;  ai cavalli invece il compito di trascinare carretti carichi di pietre sotto il sole cocente (succede a Supersano, in Puglia); davvero spiritosa la costrizione delle oche a sfidarsi in velocità per 1500 metri, che così starnazzano di più (a Lacchiarella, provincia di Pavia, dove sono circa 20.000 le persone che accorrono liete); che la colombella bianca, legata all’interno di  un tubo di plexigas, a Orvieto, scendendo  giù in caduta libera dal campanile della chiesa, mentre petardi e mortaretti impazzano, riproponga simbolicamente la discesa dello Spirito Santo riduce a feuilleton uno dei cardini del cristianesimo. L’elenco è lunghissimo e non risparmia nessuna specie: rane, maiali, tacchini, serpenti, galli, capre, asini, in una geografia degli orrori, virulenta nelle regioni del sud, ma certo non assente nelle altre, che di tutto pecca tranne che di creativo sadismo. Denominatore comune è far fare agli animali quello che non è nella loro natura fare, il che provoca loro sofferenza fisica, stress, paura, sgomento: e proprio dalla loro sofferenza e dal loro terrore si origina  il chiassoso divertimento del pubblico.

Negli ultimi anni, molte reazioni sdegnate hanno indotto gli organizzatori ad un minimo di tutela, non dell’incolumità dell’animale coinvolto, ma piuttosto di sé stessi dalle critiche più feroci e hanno indotto a riscrivere le parti più cruente delle manifestazioni: per esempio a Roccavivara (Molise) non uccidono più a bastonate un gallo immobilizzato nel terreno, anche se zelanti impiegate dell’ufficio Turistico rassicurano i turisti delusi che ‘almeno’ i filmati sono ancora visibili in rete; mentre a Tonco (provincia di Asti), il tacchino esposto morto a testa in giù per essere decapitato dai giovani locali è stato sostituito da un simulacro in stoffa. 

Benchè le sagre, a dispetto del nome (che deriva dal latino sacer), siano quanto di più estraneo ci sia all’idea  di spiritualità, la Chiesa si ostina a dare loro non solo il proprio benestare, ma anche la propria benedizione, sdoganandone la liceità ,in genere in onore del santo patrono a cui sono dedicate. La realtà viene, così, per l’ennesima volta mistificata, con la connotazione dell’evento di una sacralità completamente inesistente, che, anzi, i riti sono oggi paganissimi, violenti, risolti infine in una sorta di delirio gastronomico, dal momento che il gran finale contempla regolarmente un’enorme abbuffata. Ciliegina sulla torta: spesso ad essere il succulento richiamo culinario sono con specisti degli animali tormentati nella sagra, così la festa del maiale, quella dell’asino, quella del pollo  si snodano nel tormento e nella riduzione a cibo dei festeggiati, senza che nessuno trovi nulla da ridire.
Gran bella confusione sul piano cognitivo e ancora di più su quello etico, fomentata dalla mistificazione della realtà, che viene raccontata sulla base delle credenze e del pensiero diffuso anziché sui fatti.  La necessità di qualche chiarimento incalza: non fosse che per mettere al sicuro protagonisti di altre feste: quella dei carabinieri, dei nonni, della mamma, del papà….

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