sabato, Luglio 4

I beni culturali italiani invisibili

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Il patrimonio culturale celato nei depositi dei musei e nei siti archeologici è immenso. Da tempo gli storici dell’arte invocano e si battono (o comunque sembra lo facciano, anche se la situazione rimane identica a prima) per trasformare queste risorse in qualcosa di fruibile e per dare loro un nuovo ruolo nel sito o nell’edificio pubblico in cui si trovano, pur stando fuori dall’occhio del visitatore, senza poter più trasmettere niente di culturale. Un aumento delle risorse pubbliche ad essi dedicate sarebbe utile per migliorare la situazione esistente, anche se qualcosa è stato fatto con il recente ‘Art bonus’ del Ministro della Cultura Dario Franceschini che rende più facili i rapporti soprattutto di tipo economico con i ‘mecenati’ moderni defiscalizzando la loro donazione.

Molto però deve essere ancora fatto per rendere più efficiente il sistema dei beni culturali in Italia, cosa che aiuterebbe anche la valorizzazione di alcune sedi museali e siti archeologici meno noti, in grado di attrarre soltanto il 10% dell’84% di coloro che visitano il nostro Paese. Questo significa che si ha attualmente una presenza inferiore ai 100.000 visitatori annui nei siti archeologici e meno di 1000 nei musei retti dalle istituzioni statali, per non parlare delle cifre che riguardano invece quelli localizzati in luoghi meno noti, ma non per questo meno interessanti.

Tuttavia ciò che salta ancora più all’occhio è la presenza di innumerevoli opere che giacciono ancora non viste nei depositi o magazzini dei musei, a volte anche in avanzato stato di degrado e a rischio che i danni su di essi diventino permanenti e irreversibili. Basti pensare che la Galleria degli Uffizi, su una superficie di 6 mila metri quadri, espone soltanto 1.835 opere su un totale di 2.300, ossia che il 44% delle opere giace messo da parte.

Esse vanno sotto il nome di ‘beni culturali invisibili’ e rappresentano la sommatoria delle opere d’arte, delle testimonianze storiche, culturali, sociali, tecnico-scientifiche e di costume, che a oggi non godono di adeguata visibilità e fruizione perché nascoste, non adeguatamente conosciute e valorizzate; ma il termine può essere allargato anche a quei siti culturali scarsamente (o per nulla) visitati, o oggetti e opere d’arte che sono nei depositi dei musei italiani, non fruibili dal pubblico, e non di aiuto a quel concetto di cultura condivisa che aiuta la conoscenza e che tutti abbiamo ben presente.

Bisognerebbe pensare delle soluzioni di policy al fine di valorizzare questi beni, come è stato recentemente illustrato da un paper intitolato ‘Un patrimonio invisibile e inaccessibile’, elaborato da Maurizio Carmignani, Filippo Cavazzoni e Nina Però.

Abbiamo raggiunto Maurizio Carmignani che ha esposto meglio per il giornale tale problematica. Egli lavora e insegna dalla fine degli anni Novanta in vari atenei, ha partecipato alla diffusione di internet attraverso la creazione di una start up di e-business consulting, successivamente ha diretto una boutique di consulenza manageriale, lavorando per le più grandi aziende italiane, occupandosi di strategie, innovazione e comunicazione. Tra il 2005 e il 2012 ha affiancato stabilmente all’attività di management consulting per lo sviluppo delle organizzazioni private, il lavoro di strategie per i territori, ideando e realizzando progetti nel campo del marketing territoriale, dello sviluppo locale, del turismo e dell’economia e del management culturale.

Dalla fine del 2012 Carmignani è membro del management team per l’Italia di un gruppo multinazionale di matrice americana, che si occupa di consulenza, sviluppo e formazione per le grandi imprese, e continua la sua attività di docente in master post-universitari con l’obiettivo di diventare uomo-ponte tra il sapere e il saper fare.

Svolge inoltre l’attività di mentore per le start up digitali all’interno di un acceleratore di business di un fondo di investimento quotato alla Borsa di Milano.

Camignani, ci spiega brevemente per quale motivo in Italia molti beni restano inutilizzati o inaccessibili al grande pubblico?

Frey (2003, pp. 38-42) individua sei ragioni – non alternative ma che possono sommarsi e “coesistere” – per le quali i direttori dei musei mantengono magazzini densi di opere d’arte, senza prendere minimamente in considerazione l’opportunità di vendere parte delle opere ivi contenute:

  1. a) basso valore delle opere presenti nei depositi;
  2. b) vendita proibita per legge;
  3. c) percezione mentale asimmetrica dello scambio (la vendita di un’opera viene percepita come una grave perdita, non compensata dal ricavo ottenuto),
  4. d) potenziale depauperamento artistico di una comunità;
  5. e) finalità dell’amministrazione di un museo non legate alle attività commerciali ma alla conservazione e alla valorizzazione (non monetaria) dell’arte;
  6. f) mancanza di incentivi per la vendita di opere.

Nel caso italiano, i problemi riguardano essenzialmente due ambiti: l’autonomia dei musei e l’inalienabilità del patrimonio. Nel primo caso, i ricavi prodotti da un museo statale prendono la via che porta al ministero del Tesoro; nel secondo, la normativa non consente la vendita di ciò che fa parte di collezioni pubbliche.

I beni inutilizzato o inaccessibili al pubblico dove si trovano in Italia e quali regioni ne hanno di più al loro interno e per quale ragioni si tengono così non utilizzati?

Sul tema specifico di quali e quanti siano i beni catalogati (sia presenti nei magazzini che esposti), esistono problematiche operative di carattere normativo e difficoltà nel recupero dei dati. Nel primo caso si tratta dell’inserimento della catalogazione come opera di valorizzazione, e come tale materia concorrente fra Stato e Regioni. Nel campo della catalogazione sono coinvolti più soggetti, con conseguenti difficoltà di natura pratica nello svolgimento di tale funzione. Lo stato dell’arte della catalogazione è particolarmente sfaccettato – ogni museo presenta una situazione propria – ma difficile da conoscere. La stessa Corte dei Conti (2011, pp. 45-6) ha scritto che, nonostante il MIBAC abbia effettuato numerosi tentativi per giungere ad una stima attendibile dei beni culturali, non esiste a oggi una catalogazione definitiva dei beni culturali, soprattutto in merito ai beni mobili (singoli reperti archeologici). In sostanza, non sempre gli oggetti presenti nei depositi sono catalogati.

L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) ha pubblicato nel corso degli anni (Rapporto n. 2, n. 3 e n. 4) alcuni rapporti che rendono pubblici i dati di alcuni censimenti realizzati a livello statale. Nel secondo rapporto dell’ICCD si presentano i dati del censimento del 1998 e del 2001 delle schede di catalogo prodotte dallo Stato. Nel 2001 il settore statale totalizzava 4,5 milioni di schede, di cui quasi la metà prodotte da Soprintendenze per i beni archeologici. Il patrimonio catalografico era composto per il 43,2% da opere d’arte-disegno-numismatica e per il 35,2% da reperti archeologici. Stando al punto di vista delle Soprintendenze, solo per il 34% di queste il patrimonio catalogato era superiore al 50% del totale dei beni culturali presenti. Secondo la stima fatta nel 2006, in quell’anno il settore statale disponeva di circa 4,7 milioni di schede. Tra il 2002 e il 2007, “gli interventi hanno interessato perlopiù beni già catalogati e quindi parte del patrimonio già esistente” (ICCD, 2009, p. 39).

Occorre infatti distinguere fra l’attività di “nuova catalogazione” e quella di approfondimento, informatizzazione e completamento di schede già esistenti. La prima attività, pur essendo più importante, risulta essere inevitabilmente anche la più costosa in termini economici, di tempo e di competenze. Sempre nello stesso arco temporale, la media annuale delle nuove schede prodotte a livello statale è stata pari a 42.626 unità, mentre l’attività di modifica/informatizzazione di schede già esistente ha riguardato una media annuale di 164.915 schede.

Nel quarto rapporto dell’ICCD si descrive un progetto iniziato nel 2006 per la catalogazione dei beni culturali presenti nei depositi dei musei statali. Al momento dell’uscita del rapporto (anno 2009) erano state trattate circa 29 mila schede di catalogo, di cui più di 21 mila relative a beni mai catalogati in precedenza.

La pubblicazione annuale del MiBAC sulle cifre della cultura in Italia fornisce ulteriori dati in merito alla catalogazione dei beni culturali. Nel periodo 2002-2010 l’attività delle Soprintendenze statali ha riguardato circa 1,7 milioni di schede, più di 240 mila solo nell’anno 2010 (MIBAC, 2011). Il dato conteggia insieme sia l’attività di nuova catalogazione che quella di aggiornamento/informatizzazione di schede già esistenti. Si tratta in sostanza di 1,7 milioni di schede “lavorate”.

Nel 2009 l’Istat ha pubblicato una indagine sui musei non statali, presentando dati sui beni esposti e su quelli presenti nei magazzini. Su circa 3.400 musei, 525 avevano esposto tra l’1 e il 25% dei beni culturali posseduti, mentre 1.938 musei tra il 76 e il 100%. Il numero di musei non statali con, invece, una quota percentuale di beni catalogati sul totale di beni esposti tra il 76 e il 100% era di 1.489 (ISTAT, 2009).

Ci può fare una stima percentuale e invece una numerica attuale dei beni inutilizzati o inaccessibili al pubblico?

Come dicevo se musei, monumenti e aree archeologiche di proprietà non statale assommano a 4.340 unità (il 45,5% dei quali sono in mano ai Comuni), quelli statali raggiungono quota 424. Tra questi ultimi, 208 sono musei e 216 monumenti e aree archeologiche (MIBAC, 2011). Su un numero così elevato di musei e istituti statali, inevitabilmente esistono differenze dimensionali e qualitative. Per 399 istituti statali i beni sono catalogati e alcuni depositi. L’Egizio di Torino espone solo un quinto di quanto possiede; palazzo Madama, un decimo; agli Uffizi, mille ottocento trentacinque opere in mostra e duemilatrecento nei depositi. In parte sono on line gli “oggetti di riserva” fiorentini, catalogati e studiati quelli degli Uffizi; possono essere visitate le diciotto sale dei depositi di Palazzo bianco, a Genova, con duecento ventiquattro opere.

Questa stima è realistica, oppure molti dei beni non sono stati censiti ancora e quindi non se ne sa dare una stima aggiornata in termini numerici e chi oppure che ente si occupa della loro stima in Italia?

Ho scritto tutti i dati di cui sono in possesso. Per quanto riguarda altre stime, soprattutto sul versante dei depositi archeologici evito di lanciare numeri.

Quanto flusso turistico (ed quindi anche economico) potrebbero dare (e invece rimane inutilizzabile) questi beni se fossero fruibili al grande pubblico?

Sui flussi turistici diretti è inutile fare ipotesi ed in ogni caso tendo a pensare che si tratterebbe di piccoli numeri. Indirettamente si potrebbero generare flussi grazie alla capacità attrattiva che può essere esercitata da un presenza on line dei musei e degli stessi depositi in grado di valorizzare l’istituzione ed attrarre più fruitori. Quello a cui è rivolto il mio pensiero è la possibilità di migliorare la gestione del museo attraverso una visione diversa dei depositi. Non un semplice back up. Cosa si potrebbe ottenere:

  1. a) Cost saving dei magazzini: molto spesso le realtà museali o le aree archeologiche non dispongono di magazzini propri in misura sufficiente a contenere tutti i reperti, per cui devono essere presi a prestito spazi dove poter stipare i pezzi.L’ottimizzazione della gestione attraverso le diverse modalità appena presentate garantirebbe il risparmio dei costi di gestione e di immagazzinamento;
  2. b) una politica attiva in termini di relazione e scambio, anche a titolo gratuito, porterebbe dei ritorni sugli aspetti intangibili come il valore del brand del museo, la notorietà dell’istituzione e l’insieme del capitale relazione della realtà museale su cui in futuro poter far leva per ottenere pezzi o accordi di co-marketing o coproduzione di mostre;
  3. c) la cornice delle regole all’interno della quale ci muoviamo vieta l’alienazione del patrimonio culturale; si potrebbe però ottenere un aumento dei ricavi grazie all’utilizzo del patrimonio stipato nei magazzini realizzando prestiti anche a lungo termine. Si otterrebbe un ricavo e anche un risparmio di risorse che sarebbero state destinate alla gestione e alla conservazione del patrimonio invisibile.
  4. d) i magazzini delle aree archeologiche sono a volte pieni di materiale di risulta.Questo materiale potrebbe essere venduto come merchandising anziché occupare spazio nei magazzini e accumulare polvere. L’idea potrebbe essere quella di creare una linea di merchandising basata sul concetto di pezzo unico;
  5. e) la possibilità di ottenere beni utili a completare le collezioni visibili utilizzando i magazzini come moneta per lo scambio con le istituzioni interessate.

Esistono organizzazioni italiane che si mobilitano sulla questione di beni culturali inaccessibili da rendere fruibili al grande pubblico?

Tante e nessuna.

In Europa esistono situazioni analoghe di beni inutilizzati e se sì dove?

Certamente. Alcuni esempi: la quota degli oggetti esposti all’Hermitage di San Pietroburgo è pari al 7%, al Guggenheim di New York è dell’8%, al Prado di Madrid del 9%, al British Museum di Londra del 10%. Una eccezione è rappresentata dal Louvre di Parigi, dove la quota degli oggetti esposti è del 60% (Candela e Scorcu, 2004, p. 152). In questi anni sono nate nuove iniziative per rendere accessibile al pubblico il maggior numero di oggetti d’arte posseduti dai singoli musei. Una di queste è rappresentata dagli open storages. Si tratta di “veri e propri magazzini che, a differenza dei depositi dei musei tradizionali, sono liberamente accessibili dal pubblico” (Chiavarelli, 2010, p. 138). Ad esempio, nel 2006, il Birmingham Museum and the Art Gallery (uno dei musei più grandi d’Inghilterra) ha inaugurato il Museum Collections Centre, un vero e proprio open storage che permette al pubblico di visitare più dell’80% delle opere immagazzinate nel deposito del museo.

Come si è già agito per cercare di arginare il problema in Italia e Europa (se esistono casi europei)?

In questi anni sono nate nuove iniziative per rendere accessibile al pubblico il maggior numero di oggetti d’arte posseduti dai singoli musei. Una di queste è rappresentata dagli open storages. Si tratta di “veri e propri magazzini che, a differenza dei depositi dei musei tradizionali, sono liberamente accessibili dal pubblico” (Chiavarelli, 2010, p. 138). Ad esempio, nel 2006, il Birmingham Museum and the Art Gallery (uno dei musei più grandi d’Inghilterra) ha inaugurato il Museum Collections Centre, un vero e proprio open storage che permette al pubblico di visitare più dell’80% delle opere immagazzinate nel deposito del museo.

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