giovedì, Ottobre 17

Human Rights Council: l’Italia nel mondo (e i ‘compiti a casa’) Cosa implica, in oltre 60 anni di rapporti e alla terza elezione, far parte del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite?

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Il 12 ottobre, con 180 voti a favore su 189 espressi (un livello equivalente a Togo, Bulgaria, Bahamas e Repubblica Ceca, ma il più alto all’interno del gruppo regionale di riferimento), l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha eletto l’Italia per la terza volta tra i componenti del Consiglio per i Diritti Umani (Human Rights Council HRC).

Il Ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha salutato l’esito positivo della candidatura italiana come  dimostrazione del «significativo e convinto apprezzamento dell’intera Comunità Internazionale per l’intenso e costante impegno dell’Italia a favore della tutela e della difesa dei diritti umani». Ciò è stato possibile, afferma il Ministro nel suo comunicato, grazie a un’azione coordinata, efficace e coerente in politica estera, attraverso la «mobilitazione dell’intera rete diplomatica e della Farnesina». Per il triennio 2019-2021, l’Italia si impegna a «promuovere un approccio rigoroso» a partire da temi ritenuti «prioritari», come la tutela sociale dei diritti della donna, la tutela dell’infanzia, il contrasto alle discriminazioni a carattere personale e religioso, la lotta alla tratta di esseri umani.

Ad aprire l’elenco troviamo la «condanna di tutte le forme di xenofobia». In proposito, nella Risoluzione n. 38/19 adottata dal Consiglio il 6 luglio scorso (titolata: ‘L’Incompatibilità tra democrazia e razzismo’), «qualsiasi forma di impunità dei crimini a carattere razzista o xenofobo, tollerata dai pubblici poteri» è considerata un «fattore di indebolimento dello Stato di diritto e della democrazia, tendendo a rendere quegli atti ricorrenti». In quell’occasione, il Consiglio si è dichiarato «profondamente preoccupato per l’ascesa di partiti politici, movimenti e gruppi estremisti che mirano a rendere (…) la discriminazione razziale e xenofoba e l’intolleranza ad esse associata un fatto normale’, con particolare riferimento all’odio e alla violenza rivolti contro i migranti e i rifugiati». L’invito rivolto agli Stati è l’adozione istantanea di «strategie globali per contrastare simili manifestazioni e le responsabilità politiche in esse coinvolte», adottando misure assistite da solide basi giuridiche e un approccio centrato sulla vittima.

Istituito nel 2006 con una Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU, il Consiglio è un organo intergovernativo composto da 47 membri e suddiviso in 5 gruppi regionali. Eletta insieme ad Austria e Danimarca all’interno del gruppo ‘Europa occidentale e altri Stati’ (comprensivo di Australia e Stati Uniti), l’Italia inizierà il suo mandato triennale il primo gennaio 2019. Provvisto di un’identità propria, il Consiglio agisce come una sorta di forum di monitoraggio, documentazione, promozione e protezione dei diritti umani nelle diverse realtà nazionali. Alle sedute, che si tengono presso la sede di Ginevra 3 volte l’anno, possono partecipare, presentando report e relazioni scritte, anche altri soggetti come associazioni e ong. Tra i principali strumenti di analisi, il Consiglio, suddiviso in gruppi di lavoro o ricorrendo a speciali relatori ed esperti, può avviare analisi specifiche sulla situazione di un singolo Paese (cosiddette ‘procedure speciali’). Inoltre provvede, con l’ausilio dell’Alto Commissario e di diverse expertise, a revisioni periodiche universali concernenti gli obblighi rispettivamente assunti dagli Stati in base alle ratifiche dei vari trattati sui diritti umani.

Nello stretto rapporto che lega l’attività dell’Alto Commissario a quella del Consiglio, è difficile lasciarsi alle spalle il primo scambio intercorso con l’Italia alla vigilia del suo ingresso come membro nell’organismo internazionale. Durante il discorso che ha aperto la 39° sessione del Consiglio, tenutasi al Palais des Nations di Ginevra dal 10 al 28 settembre, la neo-nominata ad Alto Commissario Michelle Bachelet (ex-Presidente del Cile e prima Direttrice esecutiva di UN-Women, l’agenzia delle Nazioni Unite per la tutela dell’uguaglianza di genere) ha fatto esplicito riferimento alle responsabilità italiane e dell’Unione Europea. Con un tasso di mortalità nel Mediterraneo che, nonostante il calo degli sbarchi, è aumentato nei primi 6 mesi del 2018, «l’Italia» – ha affermato Bachelet – «ha negato l’ingresso alle navi umanitarie delle Ong. Questo tipo di atteggiamento politico e altri sviluppi recenti hanno conseguenze devastanti su molte persone già vulnerabili». Di conseguenza, come annunciato dalla stessa Bachelet, per l’Italia e l’Austria si sono previste valutazioni sul campo da parte di esperti inviati dall’ONU.

Alle reazioni del Ministro dell’Interno, che ha parlato di tagli ai contributi nazionali all’Organizzazione, e della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che ha accusato il Consiglio di comprendere, tra i 47, un Paese come l’Arabia Saudita (con silenzio sul fatto che, proprio di quello Stato, l’Italia è ancora un partner commerciale di rilievo nell’export di armamenti destinati alla guerra in Yemen), è seguita quella della Farnesina, più composta, ma risoluta: «L‘Italia ritiene inappropriate, infondate e ingiuste le dichiarazioni (…) dell’Alto Commissario». All’impegno italiano nelle operazioni di soccorso e salvataggio nel Mediterraneo si aggiungono «onerose e complesse politiche di prima accoglienza» sul proprio territorio, e gli oneri che comportano: «Di queste operazioni, l’Italia ha assunto il costo prevalente, in termini di (…) di risorse umane, mezzi e finanze e, soprattutto, impatto sociale e percezione del medesimo».

Il discorso dell’Alto Commissario, titolare di un mandato quadriennale, ha toccato la portata della Dichiarazione universale, «un impegno per valori e politiche che hanno portato enormi benefici a milioni di persone. Questo Consiglio, il mio Ufficio e ogni Stato membro delle Nazioni Unite devono continuare a portare avanti questo lavoro». L’importanza di una cooperazione multilaterale garantita da una sinergia tra Consiglio e Alto Commissariato, è posta a garanzia di una giustizia sociale senza cui sviluppo sostenibile e sicurezza resterebbero concetti che si prestano a infinite distorsioni. L’auspicio di Bachelet è un «maggiore impegno da parte dei singoli Paesi», i quali, pur differenti nelle loro politiche, trovano nel rispetto dei diritti umani un interesse unitario: «I vostri popoli cercano un’agenda comune: diritti, sviluppo sostenibile e pace».

Nel marzo 2017, il Comitato per i Diritti umani dell’ONU, organo composto da 18 esperti – tra cui il giurista internazionalista Mauro Politi – che operano nell’ambito della Convenzione sui diritti civili e politici del 1966 (altra cosa dal Consiglio, che rappresenta un vertice politico), pubblicava un esame analitico dei rapporti prodotti da diversi Paesi, tra cui l’Italia, sul rispetto di tali diritti. Tra le raccomandazioni finali, troviamo la necessità di una legislazione articolata e tuttora assente, che svolga funzione di complemento alla portata costituzionale dell’Articolo 3: un sistema che offra adeguata protezione contro le discriminazioni nei diversi ambiti afferenti alla persona, compresa la sua vita privata. I casi riguardano una maggiore tutela dell’identità di genere (in particolare in materia di adozione per le coppie dello stesso sesso), l’eliminazione degli impedimenti che, di fatto, rendono difficoltoso accedere all’aborto legale, un cambio di politica verso i Rom e i Sinti capace di uscire dalla logica segregativa dei ‘campi nomadi’, l’uso della forza nelle prassi di polizia destinate agli immigrati irregolari, compresi richiedenti asilo e minori stranieri non accompagnati (disfunzioni dell’accoglienza straordinaria, mancata cancellazione da parte del Governo del cosiddetto ‘reato di clandestinità’, scarsa attenzione nelle procedure di accertamento dell’età e rischi di sfruttamento sessuale e lavorativo).    

L’esigenza di un controllo reciproco e trasparente restituisce il peso dell’appartenenza all’Organizzazione in un settore che oltrepassa la ‘materia’. Il senso è un po’ questo: il multilateralismo, per esistere, ha bisogno di permeabilità, il che significa uscire dalla logica politica delle definizioni in negativo (ossia, che cosa non siamo), una logica di potere ‘pura’ da cui non è esente nessun contesto istituzionale, che mira ad attrarre consenso per distrazione dai ‘fatti di casa nostra’: pensiamo, oltre alle situazioni già elencate, alla violenza domestica sulle donne o alle realtà del caporalato, fenomeni attuali e vitalissimi, dove non è questione di differenza tra italiani e stranieri, bensì di sfruttamento della persona.

Presa con il dovuto discernimento, l’affermazione ‘tranchant’ che fa Gilles Deleuze nel suo Abecedario, ossia che «Non esistono Diritti dell’Uomo, ma casi di giurisprudenza» può essere assunta, in senso proattivo, come principio-guida per attuare, con lo strumento giuridico e il consenso dell’elettorato, future politiche capaci di attuare la tutela effettiva di ogni situazione soggettiva prevista dalla Costituzione, dalla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e dal diritto internazionale che l’Italia ha ratificato.

La credibilità in politica estera, a cui più volte si fa riferimento, implica un bisogno di tenuta interna, in senso istituzionale, per continuare ad essere multilaterali. Tornerà, allora, attuale più che mai un richiamo a quel «pluralismo aperto e inclusivo» contenuto nella Risoluzione del Consiglio sopra citata, che un’Europa meno austera e più ‘politica’ potrebbe garantire.

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