domenica, Marzo 24

Huawei: Trump rischia di superare la linea rossa? Anche negli ambienti legali, le esternazioni presidenziali sono state oggetti di giudizi preoccupati

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Il fermo in Canada di Meng Wanzhou, figlia del fondatore di Huawei, direttrice finanziaria (CFO – Chief Financial Officer) della società e candidata in pectore a sostituire il genitore alla guida del colosso della telefonia, segna un salto di qualità nello scontro in atto fra Pechino e l’amministrazione Trump. Le accuse a carico della donna riguardano il ruolo da lei svolto nell’aggirare le sanzioni imposte da Washington all’Iran. Sin dall’inizio, il sospetto è stato, comunque, che l’arresto (eseguito dalle autorità canadesi in ottemperanza di un mandato internazionale) rientri nel quadro della lotta in corso fra Stati Uniti e Cina sui temi economici, commerciali e della sicurezza. Al di là del peso crescente assunto da Huawei sul mercato della telefonia mobile, l’azienda cinese svolge, infatti, un ruolo centrale nel campo delle infrastrutture di supporto e, in particolare, nel campo del c.d. ‘5G’, campo in cui Huawei è uno dei leader mondiali. Le autorità cinesi hanno protestato vivacemente contro l’iniziativa, convocando gli ambasciatori dei Paesi coinvolti e minacciando ritorsioni nel caso in cui gli Stati Uniti intendessero portare avanti le pratiche per l’estradizione. Nemmeno la successiva scarcerazione su cauzione della donna sembra essere riuscita a placare le tensioni.

La posizione delle autorità statunitensi nei confronti di Huawei è da tempo critica. Da anni, Washington vede, infatti, nella società cinese, una sorta di ‘quinta colonna’ del governo di Pechino in un settore critico come quello delle reti dati. Washington ha più volte sollevato il tema della presunta pericolosità dei device dell’azienda cinese e ha da tempo assunto iniziative per contrastare il ruolo preponderante di Huawei e ZTE in campo infrastrutturale. La decisione di non utilizzare tecnologia cinese per le reti TLC statunitensi è stata presa nel 2012 dall’amministrazione Obama, che ha avviato anche le prime misure di sensibilizzazione nei confronti degli altri Paesi. Questa strategia è stata rilanciata con l’arrivo alla Casa Bianca dell’amministrazione Trump, che dalla scorsa estate è tornata con successo a premere sugli alleati. Nonostante gli interessati smentiscano connessioni con la campagna portata avanti dagli USA, Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e in questi giorni anche il Giappone hanno messo al bando la tecnologia Huawei dalle loro reti cellulari (almeno dalle parti più sensibili di queste), mentre anche in Germania la società cinese appare sotto attacco.

Le motivazioni addotte hanno sempre a che fare con la sicurezza. In particolare, secondo quanto osservato dal Financial Times, i timori statunitensi nascerebbero delle possibili implicazioni dell’applicazione della legge cinese sull’intelligence nazionale (approvata nel 2017), secondo la quale le organizzazioni e i cittadini cinesi debbono ‘sostenere, cooperare e collaborare nel lavoro di intelligence’ svolto dal Paese. Una previsione che – secondo le autorità di Washington – potrebbe tradursi nel rischio che le compagnie cinesi all’estero siano chiamate a svolgere attività di spionaggio; rischio reso più grave, nel caso di specie, dal fatto che, nonostante l’esistenza d’infrastrutture dedicate alla trasmissione delle informazioni sensibili, buona parte delle comunicazioni militari USA (comprese quelle delle molte basi statunitensi presenti in varie parti del mondo) viaggia comunque su reti civili. Non stupisce, dunque, che già nel gennaio 2018 sia stato depositato in Congresso un progetto di legge (Defending US Government Communications Act), promosso dal repubblicano Mike Conaway, che vieterebbe per legge la fornitura di tecnologie TLC cinesi a tutte le agenzie federali.

Al momento, la situazione appare di stallo. Il caso è oggetto di discussione fra rappresentanti dell’amministrazione, del Dipartimento della Giustizia e del governo cinese e lo stesso Presidente Trump si è detto pronto a intervenire perché il ‘caso Wanzhou’ non finisca per danneggiare le trattative in corso su un possibile accordo commerciale USA-Cina. La cosa, tuttavia, potrebbe non essere senza conseguenze. In Congresso, le parole del Presidente sono già andate incontro a critiche bipartisan, con il Senatore (repubblicano) Marco Rubio fra i più attivi nell’invitare Trump a non legare il problema della dirigente di Huawei ai negoziati in corso con Pechino. Anche negli ambienti legali, le esternazioni presidenziali sono state oggetti di giudizi preoccupati e da alcune parti si è giunti ad affermare che, con la sua presa di posizione, la Casa Bianca avrebbe superato ‘la linea rossa che separa la politica dallo Stato di diritto’. Dietro ai temi della sicurezza nazionale sembrano quindi affiorare, ancora una volta, le divergenze di fondo che esistono fra l’amministrazione ed elementi importanti dell’establishment statunitense, differenze acuite dal fatto che l’attuale vicenda chiama direttamente in causa una questione delicata come quella dei rapporti fra Washington e Pechino.

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