sabato, Agosto 15

Huawei: Trump più dannoso del colosso cinese Il think tank numero uno negli Stati Uniti, il Center for Strategic and International Studies, boccia la strategia di Trump nei confronti del colosso cinese. Separare il mondo occidentale dalle industrie cinesi delle telecomunicazioni e dei semiconduttori è un grave errore

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Il Center for Strategic and International Studies (CSIS), ovvero il think tank numero uno negli Stati Uniti in tutti i campi, centro di eccellenza in particolare in politica di Difesa e politica Estera, il 4° serbatoio di intelligenze al mondo, di certo non imputabile di propendere per i democratici, nei giorni scorsi ha messo in dubbio molto seriamente e molto pesantemente la politica estera e di sicurezza nazionale dell’Amministrazione Trump. Non è certo la prima volta che il CSIS mette in discussione la politica di Donald Trump, ma questa volta lo fa mettendo al centro dell’attenzione uno deitemi fortidel Presidente, Huawei. Lo fa con un intervento, pacato quanto feroce perché tutto giocato su fatti e numeri, quelli dell’economia, l’altro tema forte di Trump, Scott Kennedy, consulente senior CSIS e Presidente di trustee in Economia e commercio cinese, uno che la Cina la vive sulla sua pelle da oltre 30 anni, grande esperto di politica cinese e delle relazioni commerciali USA-Cina.

Secondo Kennedy, che esordisce parlando di un Trump ‘ossessionato’ dal colosso cinese delle telecomunicazioni, per quanto le responsabilità di Huawei siano evidenti e innegabili, la politica di Trump rischia di danneggiare gli USA, sia sul fronte della sicurezza nazionale che su quello economico, molto più di quanto potrebbe fare Huawei.

L’obiettivo di Trump, spiega Kennedy, è «far morire di fame Huawei», «schiacciare la società e separare il mondo occidentale dalle industrie cinesi delle telecomunicazioni e dei semiconduttori», e questo è il problema.
Che poi Trump abbia usato il caso
Huawei nella trattativa commerciale con la Cina come arma di ‘pressione’, che faccia pressioni oltre l’indebito sugli alleati -da Londra a Roma fino su alcuni Paesi africani e asiatici- per far loro buttare fuori dal mercato Huawei, tutto questo passa in secondo piano. Il problema sul quale Kennedy si concentra è quello del danno al sistema industriale ad alta tecnologia americano e non solo.

L’industria dei semiconduttori è il fondamento dell’economia statunitense, e ha prosperato come mai prima nella globalizzazione. La campagna per isolare Huawei, il tentativo di scollegarla dall’industria statunitense, «minaccia questo successo storico e accelera l’indipendenza tecnologica della Cina», altresì, sempre secondo Kennedy, danneggia il comparto militare degli Stati Uniti e «riduce i costi dell’aggressione cinese, soprattutto, rispetto a Taiwan».

Le responsabilità di Huawei, i motivi per i quali gli Stati Uniti, ma non solo, tutto il resto dell’Occidente dovrebbe diffidare del colosso cinese Kennedy li mette bene in evidenza: «harubato la proprietà intellettuale e ha beneficiato della grande generosità statale», il che ha consentito alla compagnia di vedersi ridotta la concorrenza e di espandere rapidamente la sua quota di mercato globale; ha «violato le leggi statunitensi sul controllo delle esportazioni e le sanzioni commerciali contro l’Iran»; né si può ignorare che sulla società pesi la gravissima accusa di aver lavorato al servizio di Pechino per permettere a quest’ultimo di spiarei propri cittadini e soggetti e istituzioni oltre confine, in molte parti del mondo, il che esaspera la sua pericolosità quando di mezzo ci sono le reti di telecomunicazioni di quinta generazione (il famoso 5G). Tutto vero. E però i ‘ma’ sono altrettanto e, secondo l’analista di CSIS, più gravi ancora.

Dallo scorso anno gli Stati Uniti hanno preso provvedimenti per vietare le apparecchiature Huawei nelle reti di telecomunicazioni domestiche e hanno fatto pressioni sui Paesi alleati e comunque amici perché facessero altrettanto. Dall’inizio del 2020 la Casa Bianca ha fatto il possibile perché queste restrizioni commerciali fossero sempre più globali, in primo luogo agendo perché le sedi diplomatiche e le postazioni militari americane in tutto il mondo si colleghino alla madre patria esclusivamente attraverso reti di telecomunicazioni 5G prive di attrezzature cinesi. Dal maggio dello scorso anno, poi, le aziende statunitensi devono richiedere a Washington una licenza per esportare chip e software prodotti in patria, e i produttori di chip a contratto in qualsiasi parte del mondo che utilizzano apparecchiature e tecnologia dei semiconduttori statunitensi devono acquisire una autorizzazione dagli USA prima di produrre chip progettati dalla società HiSilicon controllata daHuawei, che poi vanno nei prodotti Huawei. «Poiché gli Stati Uniti sono leader nel settore delle apparecchiature e dei software di progettazione di chip globali, per Huawei sarà difficile trovare soluzioni alternative».

Una strategia come questa che punta «isolare i settori dei semiconduttori e delle telecomunicazioni in Cina, infatti, rischia probabilmente di fare il contrario di ciò che i suoi sostenitori cercano di raggiungere. Un simile approccio danneggerebbe le economie degli Stati Uniti e dei suoi alleati e danneggerebbe anche la sicurezza nazionale degli Stati Uniti», sostiene Kennedy..

Il perché è tutto nei numeri. «Secondo la Semiconductor Industry Association, tra il 2000 e il 2019, le vendite di chip statunitensi sono quasi raddoppiate, passando da 102 a 193 miliardi di dollari e ora rappresentano il 44,5% dell’intero mercato globale. Nello stesso periodo, l’occupazione nel settore è passata da 186.000 a 241.000, molti dei quali lavorano nei 71 principali impianti di fabbricazione commerciale del Paese, distribuiti in 18 stati. Il settore dei chip degli Stati Uniti è rafforzato da una posizione di leadership nelle apparecchiature a semiconduttore. Secondo la US International Trade Commission, le società statunitensi di apparecchiature di chip, che hanno circa 60.000 dipendenti negli USA, rappresentano almeno la metà della produzione globale e in diverse aree sono gli unici fornitori. Gli Stati Uniti sono ancora più dominanti nel software di progettazione di chip, controllando l’80% del mercato globale».

Grandi numeri che hanno fatto grandi società comeIntel, Qualcomm, Nvidia, Applied Materials, LAM Research, perchè intimamente connesse con l’Asia -Pacifico. Tra il sistema industriale americano e quello asiatico si è creato un fortissimo nesso perprogettazione, produzione, assemblaggio, test e consumo di chip e relativi settori a valle: da smartphone e computer a apparecchiature di telecomunicazione e dispositivi medici». In questo quadro, le aziende e i consumatori cinesi sono profondamente intrecciati in questa rete altamente integrata. «La Cina è stata la destinazione di 8,8 miliardi di dollari, su un totale di 46 miliardi, nelle esportazioni del settore chip nel 2019; ma se si includono le vendite totali da società di chip statunitensi, il totale è stato di almeno 70 miliardi di dollari». Da considerare poi che questi chip «vanno alle società cinesi e multinazionali a valle, che spesso si trovano in densi cluster industriali, facilitando il miglioramento continuo di prodotti e servizi a costi in calo per i consumatori globali. Allo stesso tempo, le aziende statunitensi di apparecchiature per chip esportano circa il 90 percento della loro produzione, per la stragrande maggioranza verso l’Asia orientale, compresi 3,6 miliardi di dollari in Cina».

Evidente il danno economico, ma ad esso si aggiunge il danno a lungo termine al sistema industriale americano.
L‘integrazione di Huawei, e di altre società cinesi del settore ICT, «nelle reti di produzione globali fa parte degli ecosistemi gestiti dagli Stati Uniti». Nonostante i progressi, sia Huawei che le altre società cinesi del settore sono ancora dipendenti dalle aziende statunitensi e occidentali per il livello tecnologico più alto della produzione, con l’industria dei semiconduttori come ingranaggio cruciale, spiega Kennedy. «La campagna per isolare Huawei va a colpire questa dipendenza. Pechino, «risponderà sicuramente in natura, bloccando le società statunitensi a favore delle loro controparti dall’Europa, dalla Corea del Sud e dal Giappone, in parte per dispetto, in parte dall’esigenza di avere fornitori affidabili».
Non solo, «la Cina sta accelerando la sua famigerata strategia diinnovazione indigena’ come mai prima d’ora. L’industria cinese dei chip è ancora indietro di diverse generazioni , ma è probabile che progredisca nel momento in cui si trova privata delle forniture esterne. Piuttosto che schiacciare i progetti high-tech cinesi, le azioni statunitensi li stanno alimentando».

La conseguenza sarà «un rallentamento delle vendite globali e una graduale perdita di dominio per l’industria dei chip degli Stati Uniti».

Citando il Boston Consulting Group, Kennedy sottolinea come «un disaccoppiamento completo con la Cina ridurrebbe le entrate del settore del 37 percento e ridurrebbe la sua quota di mercato globale al 30 percento; al contrario, la quota di mercato cinese aumenterebbe dal 3 al 31 percento. E un’industria del chip statunitense indebolita non può che ferire il resto dei settori correlati del Paese, comprese le società di punta e i fornitori più piccoli, nonché i loro dipendenti».

Così si spiega il danno creato dalla strategia di Trump a scapito dell’economia americana. Un danno che rischia di far arretrare il Paese sullo scenario internazionale. L’idea di tagliare il cordone ombelicale con la Cina e vedere l’industria americana vincente sullo scenario internazionale, capace di fare a meno della Cina e del pezzo di Asia che si porta dietro, per Kennedy è del tutto ‘fuori dalla realtà’, il trasferimento della catena di approvvigionamento è «impraticabile.I costi sarebbero proibitivi sia per lo spostamento iniziale che per le operazioni successive». La crescita della Cina è possibile che rallenti, ma ugualmente «nessun’altra combinazione di mercati potrebbe compensare la perdita di vendite se le società statunitensi venissero escluse».

E tutto questo è tanto vero che «poche aziende statunitensi, in particolare nel settore dell’alta tecnologia, stanno abbandonando completamente la Cina».

Kennedy, poi, spostando lo sguardo sulla sicurezza nazionale, ammette pure che «un’industria di chip statunitense più piccola e relativamente meno dominante potrebbe essere un sacrificio ragionevole se fosse necessario paralizzare Huawei e il disaccoppiamento tecnologico per proteggere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Ma non lo sono; infatti, il disaccoppiamento può avere l’effetto opposto».

«Soprattutto la preparazione militare degli Stati Uniti ne risentirebbe. Negli ultimi decenni, i finanziamenti federali hanno ristagnato, ma l’industria americana ha colmato il divario» grazie ai forti investimenti privati nella ricerca e sviluppo.

«Un’industria di chip degli Stati Uniti meno redditizia significa meno fondi disponibili per la ricerca e sviluppo e meno ricerca si traduce in minori progressi nell’accelerazione della potenza di calcolo e nello sviluppo di nuove applicazioni, anche per la comunità militare e di intelligence degli Stati Uniti. Al contrario, mentre la Cina colma alcune delle lacune create dal ritiro delle aziende statunitensi dal loro settore, la Cina avrà più risorse disponibili per il proprio programma civile-militare».

L’apertura degli Stati Uniti ai talenti globali, anche dalla Cina, per lavorare nella comunità high-tech degli Stati Uniti, ha facilitato l’innovazione del Paese, visto che lagrande maggioranza di loro rimanere a lavorare negli gli Stati Uniti Inoltre, «avere Huawei e altre aziende cinesi integrate negli ecosistemi guidati dagli Stati Uniti non è solo un business intelligente, ma rende anche più sicuri gli Stati Uniti». Gli stretti legami commerciali, infatti, permettono agli Stati Uniti una maggiore visibilità sui progressi compiuti dalla Cina.

La messa al bando dei componenti Huawei dalle reti statunitensi può ridurre i rischi per la sorveglianza cinese, ma una particolare attenzione alla catena di approvvigionamento può fornire un falso senso di sicurezza e indurre gli Stati Uniti ad abbassare la guardia su altri rischi informatici. Invece, esiste una scuola di pensiero secondo cui l’efficace sicurezza informatica inizia con l’ipotesi di fiducia zero’, le minacce possono arrivare da chiunque, ovunque. «Avere solo fornitori statunitensi o ‘fidati’ non eliminerà da solo i rischi informatici. Di conseguenza, i vantaggi della costruzione di una ‘fortezza’ per reti sicure possono essere sopravvalutati, soprattutto se ciò distrae gli Stati Uniti dal monitoraggio e dalla protezione continui delle reti e di altre sfide emergenti».

«Una corsa al disaccoppiamento completo in fatto di alta tecnologia con la Cina farebbe molto più male che bene. Mantenere legami commerciali, anche nei semiconduttori e nelle telecomunicazioni, sostiene la prosperità e la sicurezza degli Stati Uniti. Detto questo, poiché ci sono rischi reali da questa connettività, gli Stati Uniti hanno bisogno di una strategia che migliori queste vulnerabilità preservando al contempo la relazione. L’approccio, quello che chiamo ‘interdipendenza di principio, richiederebbe che la politica degli Stati Uniti nei confronti di Huawei e delle industrie correlate cambi».

Kennedy ammette la fondatezza dei dubbi sulla rete 5G, e che gli USA abbiano con Huawei un problema di sicurezza nazionale, ma sottolinea anche come la strategia di Trump possa lasciare intendere che «il vero obiettivo sia quello di rallentare la spinta dell’azienda nel business del 5G e di indebolire generalmente Huawei».

Altre sono le strategie e gli strumenti funzionali a blindare la sicurezza nazionale e bloccare la concorrenza sleale. Kennedy propone di utilizzare gli strumenti del commercio equo e solidale per contrastare il dumping e l’abuso dei sussidi. «Data la quota di mercato fuori misura di Huawei in molte giurisdizioni, possono essere appropriate anche azioni legali contro il monopolio. Gli Stati Uniti dovrebbero inoltre intensificare gli sforzi per inasprire le norme multilaterali sui sussidi, tra cui la messa al bando dei meccanismi di finanziamento anticoncorrenziale da parte di istituti finanziari di proprietà statale.

Diversificare e competere, non disaccoppiare. Per ridurre i rischi per la sicurezza nazionale e promuovere mercati sani, il governo, le società e i consumatori degli Stati Uniti non dovrebbero dipendere da alcun singolo fornitore o Paese, in particolare quando le relazioni bilaterali generali si stanno deteriorando. «Ha senso incoraggiare alternative a Huawei, sia nelle apparecchiature che nell’architettura di rete. Tuttavia è fondamentale non affrettarsi verso un’unica soluzione; invece, gli Stati Uniti dovrebbero richiedere alle aziende di vincere affari attraverso una concorrenza aperta. I monopoli non fanno bene all’economia americana o alla sua sicurezza nazionale».

La strategia che avrebbe dovuto adottare Trump, secondo Kennedy, è quella della interdipendenza di principio, che «non richiede che gli Stati Uniti si fidino di Huawei o della Cina, ma dipende dal fatto che gli Stati Uniti abbiano fiducia in se stessi».

La conclusione è decisamente una bocciatura della Casa Bianca di Trump. «L’attuale strada per il disaccoppiamento totale è una corsa verso il basso, una lotta caotica e senza principi, con gli Stati Uniti che finiscono isolati come la Cina. Ciò si traduce in Stati Uniti più poveri e più insicuri, meno preparati ad abbracciare il futuro».

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